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«Hai avuto un grande onore» disse dopo un certo tempo Renna. «La Gran Dama ti ha rivolto la parola. In altri momenti, t’avrei lasciato portare un nastro per segnare l’onore ricevuto. Ma visto che hai richiamato su di te la sua attenzione...»

Egwene mandò un grido, nel sentire colpi di frusta alla schiena, alle gambe, alle braccia. Le frustate parevano giungere da tutte le direzioni.

Egwene sapeva che non c’era nessuna frusta da bloccare, ma non poté fare a meno d’agitare le braccia come per parare i colpi. Si morsicò le labbra per soffocare i gemiti, ma non riuscì a trattenere le lacrime. Bela nitrì e si agitò, ma la stretta di Renna sul guinzaglio le impedì di portare via Egwene. I soldati non diedero neppure un’occhiata.

«Cosa le fai?» gridò Min. «Egwene? Smettila!»

«Tu vivi di sopportazione... Min, giusto?» disse Renna, in tono mite. «Che questo sia di monito anche a te. Finché cercherai d’interferire, la punizione non cesserà.»

Min alzò il pugno, lo lasciò ricadere. «Non interferirò. Solo, ti prego, smettila. Egwene, scusami.»

I colpi invisibili continuarono ancora per alcuni istanti, quasi a mostrare che l’intervento di Min non aveva ottenuto risultati, poi cessarono; ma Egwene non smise di rabbrividire. Stavolta il dolore continuò. Egwene tirò su la manica della veste, pensando di vedere i lividi: la pelle era intatta, ma la sensazione c’era sempre. «Non è stata colpa tua, Min» disse. Bela agitò la testa, rovesciando gli occhi; Egwene accarezzò il collo irsuto della giumenta. «Nemmeno tua» soggiunse.

«La colpa è tutta tua, Egwene» disse Renna, con pazienza, come se avesse a che fare con una persona troppo stupida per capire. «Una damane è punita sempre per colpa propria, anche se ignora il motivo. Una damane deve anticipare i desideri della sua sul’dam. Ma questa volta tu sai il motivo della punizione. Le damane sono come mobilio o come utensili, sempre pronte a essere usate, ma senza mai mettersi in mostra. Soprattutto agli occhi d’una dama del Sangue.»

Egwene si morsicò le labbra. Quello era un incubo, non poteva trattarsi della realtà. Disse: «Posso... posso fare una domanda?»

«Con me, puoi» sorrise Renna, «Nel corso degli anni, molte sul’dam porteranno il tuo bracciale: ci sono più sul’dam che damane, sempre. Alcune ti farebbero la pelle a striscioline, se osi staccare da terra lo sguardo o aprire bocca senza permesso; ma non vedo motivo di non lasciarti parlare, se stai attenta a quel che dici.»

Una delle altre sul’dam sbuffò rumorosamente; era legata a una donna graziosa, dai capelli scuri, di mezz’età, che teneva gli occhi fissi sulle proprie mani.

«Liandrin...» non l’avrebbe chiamata mai più Liandrin Sedai «e la Gran Dama hanno parlato di un padrone che tutt’e due servono.» Le venne in mente l’immagine d’un uomo col viso segnato da ustioni quasi guarite, occhi e bocca che a volte diventavano caverne fiammeggianti: un’immagine ricorrente nei suoi sogni, ma pur sempre troppo orribile da contemplare. «Chi è? Cosa vuole da me e... e da Min?» Era stupido, e lo sapeva, non fare il nome di Nynaeve (nessuno l’avrebbe dimenticata solo perché non se ne faceva il nome, soprattutto la sul’dam dagli occhi azzurri che continuava ad accarezzare il guinzaglio) ma era anche l’unico modo di controbattere che al momento riusciva a pensare.

«Non tocca a me» rispose Renna «interessarmi di faccende che riguardano il Sangue e di sicuro non tocca neppure a te. La Gran Dama mi dirà ciò che vuole che io sappia e io ti dirò ciò che voglio che tu sappia. Ogni altra cosa, da te udita o vista, dev’essere considerata come mai pronunciata o accaduta. In questo modo la vita è più sicura, in particolare per una damane. Le damane sono troppo preziose per essere uccise senza attenta riflessione, ma potresti ritrovarti non solo punita duramente, ma senza lingua per parlare o mani per scrivere. Anche così le damane possono assolvere i propri compiti.»

Egwene rabbrividì, ma non per il freddo. Si tirò sulle spalle il mantello e sfiorò il guinzaglio; gli diede un paio di strattoni. «È orribile» disse. «Come potete usarlo su delle persone? Quale mente malata l’ha inventato?»

La sul’dam dagli occhi azzurri e dal guinzaglio arrotolato ringhiò: «Quella lì potrebbe già fare a meno della lingua, Renna.»

Renna si limitò a sorridere.

«Orribile? Ma non possiamo lasciare libera chi ha le capacità di damane. A volte nascono uomini che sarebbero marath’damane se fossero donne... avviene anche qui, da quel che ho sentito... e ovviamente devono essere uccisi, ma le donne non impazziscono. Meglio per loro diventare damane che creare guai lottando per il Potere. In quanto alla mente che ha ideato il guinzaglio, cioè l’a’dam, era quella d’una donna che si definiva Aes Sedai.»

Egwene rimase incredula e Renna scoppiò a ridere apertamente. «Quando Luthair Paendrag Mondwin, figlio di Artur Hawkwing, affrontò per la prima volta gli Eserciti della Notte, trovò fra i nemici molte donne che si definivano Aes Sedai. Si disputavano il potere e come arma usavano l’Unico Potere. Una di loro, una certa Deain, ritenne più vantaggioso mettersi al servizio dell’Imperatore... che ovviamente a quel tempo non aveva ancora il titolo... poiché non c’erano Aes Sedai nei suoi eserciti; si presentò a lui e gli mostrò un congegno da lei ideato, il primo a’dam, legato al collo d’una sua consorella. Anche se quest’ultima non voleva servire Luthair, era costretta dal guinzaglio. Deain fabbricò altri a’dam, furono trovate le prime sul’dam, e le Aes Sedai fatte prigioniere scoprirono d’essere in realtà delle semplici marath’damane, Coloro che Devono Essere Legate al Guinzaglio. Si dice che Deain stessa, quando fu legata al guinzaglio, con le sue urla fece tremare la Torre di Mezzanotte, ma ovviamente anche lei era una marath’damane e alle marath’damane non è concessa libertà. Forse tu sarai una di quelle che possiedono l’abilità di fabbricare altri a’dam. In questo caso, sarai trattata con tutti i riguardi, stanne certa.»

Egwene guardò con desiderio il territorio circostante. Cominciavano a comparire basse montagne e le scarse foreste si erano ridotte a boschetti sparpagliati, ma lei era sicura di potersi perdere fra di essi. «Dovrei aspettarmi d’essere coccolata come un cucciolo?» replicò, in tono amaro. «Tutta una vita, legata a uomini e donne che mi ritengono una sorta d’animale?»

«Uomini, no» ridacchiò Renna. «Tutte le sul’dam sono donne. Mettere il bracciale a un uomo nella maggior parte dei casi equivale ad appenderlo a un piolo.»

«E a volte» intervenne in tono aspro la sul’dam dagli occhi azzurri «tu e lui morireste fra mille sofferenze.» La donna aveva lineamenti spigolosi e labbra sottili, espressione perennemente arrabbiata. «Di tanto in tanto l’Imperatrice gioca con i nobili, legandoli a una damane. Un gioco che fa sudare freddo i nobili e divertire la Corte delle Nove Lune. Fino al termine, il prescelto non sa se vivrà o morirà, e neppure la damane.» Rise con cattiveria.

«Solo l’Imperatrice può permettersi di sprecare così le damane, Alwhin» disse Renna, brusca. «E io non intendo addestrare questa damane solo per vederla sprecata.»

«Per ora non ho visto nessun addestramento, Renna. Solo un mucchio di chiacchiere, come se tu e questa damane foste amiche d’infanzia.»