«Forse è ora di vedere che cosa può fare» ammise Renna, esaminando Egwene. «Hai già controllo sufficiente a incanalare a quella distanza?» Indicò un’alta quercia solitaria in cima a una collina.
Egwene corrugò la fronte e guardò l’albero, forse a mezzo miglio dal percorso seguito dai soldati e dalla portantina di Suroth. Non aveva tentato mai niente che non fosse a distanza d’un braccio, ma pensava che fosse possibile. «Non so» riconobbe.
«Prova» disse Renna. «Senti l’albero. Senti la linfa nell’albero. Voglio che tu lo renda non solo caldo, ma così caldo che ogni goccia di linfa in ogni ramo si vaporizzi in un istante. Forza!»
Sconvolta, Egwene sentì l’impulso di fare come Renna ordinava. Negli ultimi due giorni non aveva incanalato il Potere, non aveva neppure toccato Saidar; il desiderio di riempire se stessa dell’Unico Potere le provocò un brivido. «Non...» All’ultimo istante scartò la parola ‘voglio’: i lividi invisibili le bruciavano ancora. «Non posso» disse invece. «L’albero è troppo lontano e non ho mai fatto una cosa del genere.»
Una sul’dam rise e Alwhin commentò: «Non ha mai neppure provato.»
Renna scosse la testa, quasi mestamente. «Quando si è state sul’dam abbastanza a lungo» disse a Egwene «s’impara a dire molte cose delle damane, anche senza bracciale; ma col bracciale si capisce sempre se una damane ha cercato d’incanalare il Potere. Non devi mai mentire, né a me, né ad altre sul’dam, nemmeno nelle inezie.»
All’improvviso Egwene sentì di nuovo in tutto il corpo i colpi della frusta invisibile. Strillò e cercò di colpire Renna, ma la sul’dam le scostò con noncuranza il pugno e Egwene ebbe l’impressione di ricevere sul braccio una randellata. Diede di tallone a Bela, ma rischiò di farsi disarcionare, perché la sul’dam reggeva con forza il guinzaglio. Frenetica, si protese verso Saidar, con l’intenzione di colpire Renna e di farla smettere, di renderle i colpi ricevuti. La sul’dam scosse ironicamente la testa. Egwene ululò come se le bruciassero la pelle. Solo quando abbandonò del tutto Saidar, sentì il bruciore attenuarsi, ma le frustate non smisero né rallentarono. Cercò di gridare che avrebbe provato, se Renna avesse smesso, ma riuscì solo a strillare e a contorcersi.
Confusamente s’accorse che Min gridava con rabbia e cercava di accorrere al suo fianco, che Alwhin strappava di mano a Min le redini, che un’altra sul’dam dava ordini secchi alla propria damane, la quale guardò Min. E anche Min si mise a strillare e a muovere le braccia come per parare colpi o scacciare insetti fastidiosi.
Ai loro strilli, alcuni soldati si girarono; dopo un’occhiata, si misero a ridere e non badarono più alle due donne. Non era affar loro, il modo come le sul’dam trattavano le damane.
Il supplizio parve durare per sempre, ma dopo un poco terminò. Egwene si lasciò andare contro il pomo della sella, con le guance bagnate di lacrime, e singhiozzò nascondendo il viso contro la criniera di Bela. La giumenta nitrì, inquieta.
«È bene che tu abbia personalità» disse Renna, con calma. «Le migliori damane sono quelle che hanno una personalità da modellare.»
Egwene chiuse gli occhi. Avrebbe voluto anche poter chiudere le orecchie, per non udire la voce di Renna. Doveva fuggire, pensò. Ma come? Con l’aiuto di Nynaeve, Luce santa! Di uno qualsiasi!
«Sarai una delle migliori» proseguì Renna, in tono soddisfatto. Accarezzò i capelli di Egwene, come una padrona che calmi il proprio cane.
Nynaeve si sporse dalla sella e scrutò da dietro il riparo formato da cespugli pieni di foglie pungenti. Vide alberi sparsi, alcuni con foglie già ingiallite. I tratti d’erba e d’arbusti parevano deserti. Niente si muoveva, a parte la colonna di fumo dell’ericacea bruciata, sempre più sottile, che si piegava sotto la brezza.
Era stata opera sua, l’albero in fiamme, e una volta anche il fulmine a del sereno, e alcune altre cose che non aveva mai pensato di tentare, finché quelle due donne non le avevano tentate su di lei. Le due, legate al guinzaglio, operavano insieme, anche se lei non capiva bene il loro rapporto. Una portava il collare, ma anche l’altra era legata. Di una cosa era sicura: almeno una delle due era Aes Sedai. Non le aveva viste tanto chiaramente da scorgere l’alone di chi usa il Potere, ma non c’erano altre spiegazioni.
Ne avrebbe parlato con piacere a Sheriam, pensò; le Aes Sedai non usavano come arma il Potere... o no?
Lei, invece, l’aveva usato. Aveva sbattuto a terra le due donne, con quel colpo di fulmine, e un soldato era morto nella palla di fuoco che lei aveva scagliato contro di loro. Ma da qualche tempo non vedeva più nessuno di quegli stranieri.
Aveva la fronte imperlata di sudore, non solo per lo sforzo. Aveva perduto il contatto con Saidar e non riusciva a ripristinarlo. In quel primo accesso di furia alla scoperta che Liandrin le aveva tradite, aveva toccato Saidar quasi ancora prima di rendersene conto ed era stata inondata dall’Unico Potere.
Le era parso di poter fare qualsiasi cosa. E mentre le davano la caccia, la rabbia d’essere ridotta al livello d’un animale le aveva fornito energie. Ora la caccia era terminata. Più andava avanti senza vedere nemici, più si preoccupava che qualcuno potesse sorprenderla e più tempo aveva per pensare alla sorte di Egwene, di Elayne, di Min. Adesso aveva paura. Paura per le sue amiche, paura per se stessa. E lei aveva bisogno di collera, non di paura.
Dietro un albero ci fu un movimento.
Nynaeve trattenne il fiato e cercò di toccare Saidar; ma tutti gli esercizi appresi da Sheriam e dalle altre non le servirono a niente. Percepiva la Vera Fonte, ma non riusciva a toccarla.
Da dietro l’albero sbucò, piegata in due, Elayne. Nynaeve si accasciò di sollievo. L’Erede aveva la veste sporca di terriccio e strappata, i capelli aggrovigliati e pieni di foglie, occhi sgranati come quelli d’un daino impaurito, ma reggeva con mano ferma un corto pugnale. Nynaeve avanzò allo scoperto.
Elayne sobbalzò, poi si portò la mano alla gola e inspirò a fondo, Nynaeve smontò e le due si abbracciarono, confortandosi a vicenda.
«Per un attimo» disse infine Elayne «ho pensato che fossi... Sai chi sono? Due uomini mi hanno inseguita. Ancora qualche minuto e mi avrebbero catturata, ma si è udito uno squillo di corno e loro hanno girato il cavallo e sono corsi via al galoppo. Già mi avevano vista, Nynaeve, eppure se ne sono andati.»
«Anch’io ho udito il corno e da allora non ho più visto nessuno. Hai visto Egwene o Min?»
Elayne scosse la testa e si lasciò cadere seduta. «Non dopo... L’uomo ha colpito Min, l’ha gettata a terra. E una donna cercava di mettere qualcosa al collo di Egwene. Non ho visto altro, prima di fuggire. Non credo che siano riuscite a scappare, Nynaeve. Avrei dovuto fare qualcosa. Min ha ferito la mano che mi teneva e Egwene... Invece ho pensato solo a fuggire. Ho capito d’essere libera e sono scappata. Mia madre farà meglio a sposare Gareth Bryne e ad avere al più presto un’altra figlia. Non sono adatta a salire sul trono.»
«Non essere sciocca» disse Nynaeve, brusca. «Ricorda che tra le mie erbe ho un pacchetto di radice di linguapecora.» Elayne, con la testa fra le mani, non reagì alla battuta scherzosa. «Ascolta, ragazza. Sono forse rimasta a combattere contro una trentina d’uomini armati, senza contare le Aes Sedai? Se tu fossi rimasta, a quest’ora avrebbero catturato anche te. O t’avrebbero ucciso. Per chissà quale motivo, parevano interessati solo a Egwene e a me. Forse a loro non importava, se restavi viva o morivi,» Ma perché erano interessati proprio a Egwene e a lei? Perché Liandrin aveva organizzato quella trappola? Anche adesso erano domande senza risposta.