«Perché Fain ha portato qui il Corno?» borbottò Perrin. Tutti, in un momento o nell’altro, si erano posti la stessa domanda e nessuno aveva trovato risposta. «Qui c’è la guerra, ci sono i Seanchan e i loro mostri. Perché proprio qui?»
Ingtar si girò a guardare gli altri. Aveva il viso smagrito quasi quanto Mat. «C’è sempre chi vede possibilità di tornaconto personale nella confusione della guerra. Fain è un tipo del genere. Senza dubbio conta di rubare di nuovo il Corno, al Tenebroso stavolta, e d’usarlo a proprio vantaggio.»
«Il Padre delle Menzogne non fa mai piani semplici» disse Verin. «Avrà spinto Fain a portare qui il Corno per ragioni note solo a Shayol Ghul.»
«Mostri» sbuffò Mat. Ora aveva guance smunte e occhi infossati. E la voce da persona in buona salute peggiorava solo le cose. «Secondo me, hanno visto qualche Trolloc oppure un Fade. Be’, perché no? Se i Seanchan hanno Aes Sedai che combattono per loro, possono avere anche Trolloc e Fade.» Si accorse che Verin lo fissava e trasalì. «Be’, sono Aes Sedai, anche col guinzaglio. Sanno incanalare il Potere: questo le rende Aes Sedai.» Diede un’occhiata a Rand e rise, in tono stridulo. «Rende Aes Sedai anche te, la Luce ci aiuti tutti.»
Dall’avanguardia giunse al galoppo Masema, tra fango e pioggia battente. «Un altro villaggio più avanti, milord» disse, fermandosi a fianco di Ingtar. Con gli occhi sfiorò soltanto Rand, ma non lo guardò una seconda volta. «Deserto, milord. Niente paesani, niente Seanchan, niente di niente. Ma le case hanno l’aria solida, a parte un paio che... be’, che non esiste più, milord.»
Ingtar alzò la mano e ordinò di procedere al trotto.
Il villaggio scoperto da Masema copriva le pendici d’una collina, sulla cui sommità c’era una piazza lastricata, intorno a un cerchio di mura di pietra. Le case erano di pietra: avevano il tetto piatto e solo alcune non erano a un solo piano. Lungo un lato della piazza c’erano state tre case più grosse, ridotte ora a semplici cumuli di macerie annerite. Pezzi di pietra e di travi del tetto erano disseminati nella piazza. Qualche imposta sbatteva alle raffiche di vento.
Ingtar smontò davanti all’unico edificio d’una certa grandezza ancora in piedi, L’insegna cigolante al di sopra della porta raffigurava una donna che faceva giochi d’abilità con tre stelle, ma non c’era un nome. Dagli angoli la pioggia cadeva in due ruscelli continui. Verin si affrettò a entrare.
«Huno, fruga ogni casa» ordinò Ingtar. «Se è rimasto qualcuno, potrà dirci cos’è avvenuto e forse ci darà altre notizie di questi Seanchan. Se trovi del cibo, portalo qui. E anche coperte.» Huno annuì e diede istruzioni agli uomini. Ingtar si rivolse a Hurin. «Cosa fiuti? Fain è passato di qui?»
Hurin si strofinò il naso e scosse la testa. «Lui no, milord, e nemmeno i Trolloc. Ma chi ha fatto questo» indicò le macerie delle case «ha lasciato un gran puzzo. Uccisioni, milord. C’era gente, là dentro.»
«Seanchan» ringhiò Ingtar. «Entriamo. Ragan, trova una stalla per i cavalli.»
Verin aveva già acceso il fuoco nei due grossi camini alle estremità della sala comune e si scaldava le mani; si era tolta il mantello, bagnato fradicio, e l’aveva disteso sopra uno dei tavolini disposti sul pavimento a piastrelle. Aveva trovato anche alcune candele e le aveva accese, fissandole col loro stesso sego a un tavolo. La mancanza di avventori e il silenzio, a parte un tuono di tanto in tanto, uniti al tremolio delle ombre, davano al locale un’aria cavernosa. Rand gettò su di un tavolo mantello e giubba e andò a scaldarsi accanto all’Aes Sedai. Solo Loial parve più interessato ai libri.
«In questo modo non troveremo mai il Corno di Valere» disse Ingtar. «Tre giorni da quando... da quando siamo qui...» Con un brivido si lisciò i capelli e Rand si domandò che cosa avesse visto lo shienarese nelle altre vite. «Più due giorni almeno per giungere a Falme... e non abbiamo trovato nemmeno un pelo di Fain o degli Amici delle Tenebre. Lungo la costa ci sono decine di villaggi. Fain potrebbe essere andato in uno di essi e avere preso una nave per chissà dove. Ammesso che sia venuto da queste parti.»
«Fain è qui» disse Verin, calmissima «ed è andato a Falme.»
«Ed è ancora lì» disse Rand. “Ad aspettare me” pensò.
«Hurin non ne ha ancora fiutato l’odore» replicò Ingtar. Hurin si strinse nelle spalle, come se si sentisse colpevole del fallimento. «Perché ha scelto Falme?» proseguì Ingtar. «Se bisogna credere a quei paesani, la città è in mano ai Seanchan. Darei il mio miglior segugio per sapere chi sono e da dove sono spuntati.»
«Chi sono per noi non è importante» disse Verin. Aprì le bisacce e prese abiti asciutti. «Almeno abbiamo stanze dove cambiarci, anche se servirà a poco, a meno che il tempo non migliori. Ingtar, è probabile che i paesani ci abbiano detto la verità e che i Seanchan siano davvero i discendenti degli eserciti di Artur Hawkwing. Quel che conta è che Padan Fain sia andato a Falme. Le scritte nelle prigioni sotterranee di Fal Dara...»
«Non facevano il nome di Fain. Ti chiedo scusa, Aes Sedai, ma quello poteva essere un trucco, non una profezia oscura. Nemmeno i Trolloc sono così stupidi da dire a noi le loro intenzioni.»
Verin si girò a guardarlo. «E cosa intendi fare, se non vuoi seguire il mio consiglio?»
«Voglio riprendere il Corno di Valere» rispose Ingtar, deciso. «Scusami, ma devo affidarmi ai miei sensi, più che ad alcune parole scarabocchiate da un Trolloc...»
«Un Myrddraal, di sicuro» mormorò Verin; ma Ingtar proseguì.
«O da un Amico delle Tenebre che all’apparenza si tradisce da solo. Voglio battere a tappeto il territorio, finché Hurin non fiuta una traccia o non troviamo Fain in carne e ossa. Devo avere il Corno, Verin Sedai. Devo averlo!»
«Non è questo il modo» disse piano Hurin. «‘Devo’ non esiste. Quel che avviene, avviene.» Nessuno gli badò.
«Tutti noi dobbiamo» mormorò Verin, scrutando nelle bisacce «e tuttavia alcune cose forse sono anche più importanti di questa.»
Non disse altro, ma Rand fece una smorfia. Non vedeva l’ora di allontanarsi da lei, dai suoi sondaggi, dai suoi accenni. “Non sono il Drago Rinato” pensò. “Luce santa, quanto vorrei potermene stare lontano da qualsiasi Aes Sedai!" E disse: «Ingtar, io vado a Falme. Fain è laggiù, ne sono sicuro; se non mi presento presto, lui... lui distruggerà Emond’s Field.» Non aveva ancora accennato a questo particolare.
Tutti lo fissarono, Mat e Perrin con una ruga in fronte, preoccupati e pensierosi; Verin, come se avesse appena visto una nuova tessera del mosaico. Loial aveva l’aria attonita e Hurin pareva confuso. Ingtar era apertamente incredulo.
«Perché dovrebbe fare una cosa del genere?» domandò.
«Non lo so» mentì Rand. «Ma faceva parte del messaggio che Fain ha lasciato a Barthanes.»
«E Barthanes ha detto che Fain andava a Falme?» domandò Ingtar. «No. Non avrebbe importanza, anche se l’avesse detto. Gli Amici delle Tenebre mentono con la naturalezza con cui respirano.»
«Rand» intervenne Mat «se sapessi come impedire a Fain di distruggere Emond’s Field, lo farei. Se fossi sicuro che mettesse in pratica la minaccia. Ma io ho bisogno del pugnale, Rand. E Hurin è la probabilità migliore di ritrovarlo.»
«Io vado dove vai tu, Rand» disse Loial. Aveva controllato che i libri non si fossero bagnati e ora si toglieva il mantello. «Ma non capisco come qualche giorno in più o in meno possa cambiare la situazione. Prova a essere meno frettoloso, una volta tanto.»
«A me non interessa se andiamo a Falme subito, più tardi o mai» disse Perrin, con una scrollata di spalle. «Ma se Fain minaccia davvero Emond’s Field... be’, allora Mat ha ragione. Hurin è il modo migliore per trovarlo.»
«Posso trovarlo, lord Rand» intervenne Hurin. «Dammi solo una traccia del suo odore e ti porterò dritto su di lui. Niente ha mai lasciato una traccia come la sua.»