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«Devi fare la tua scelta, Rand» disse Verin, cauta. «Ma ricorda che Falme è in mano a invasori di cui ancora non sappiamo quasi niente. Se vai a Falme da solo, potresti finire prigioniero, o peggio; così non risolveresti niente. Sono sicura che farai la scelta giusta.»

«Ta’veren» mormorò Loial.

Rand alzò le mani.

Entrò Huno, scuotendosi di dosso la pioggia. «Nemmeno un’anima maledetta, milord» disse. «Secondo me, se la sono filata a gambe levate. Mancano anche bestiame, carri e carretti. Metà delle case è ripulita come un osso. Scommetto la paga del mese prossimo che si può seguire la loro pista basandosi sui mobili gettati lungo la strada non appena si sono accorti che appesantivano i carri e basta.»

«E gli abiti?» domandò Ingtar.

«Solo qualche straccio, milord. Roba che pensavano non valesse la pena di portare via.»

«Dovranno bastare. Hurin, voglio che tu e alcuni altri, il più possibile, vi vestiate come gente del posto per non dare nell’occhio. Batterete tutta la zona, da settentrione a meridione, finché non troverete la traccia.» Altri soldati entravano e si raccolsero intorno a Ingtar e a Hurin, per ascoltare.

Rand appoggiò le mani sulla mensola del camino e fissò le fiamme: gli ricordarono gli occhi di Ba’alzamon. «Non c’è molto tempo» disse. «Mi sento... attirato... a Falme. E ho la netta impressione che il tempo stringa.» Notò che Verin lo fissava e soggiunse, aspro: «Non quello. Devo trovare Fain. Non c’entra, con... con quello.»

Verin annuì. «La Ruota gira e ordisce come vuole e siamo tutti intessuti nel Disegno. Fain ci ha preceduti di settimane, forse di mesi. Alcuni giorni faranno poca differenza, qualsiasi cosa stia per accadere.»

«Vado a dormire un poco» borbottò Rand, prendendo le bisacce. «Non avranno portato via anche tutti i letti.»

Al piano di sopra trovò i letti, ma solo alcuni avevano ancora il materasso, così pieno di gobbe che forse era più comodo dormire sul pavimento. Alla fine scelse un letto il cui materasso faceva solo conca nel centro. Nella stanza non c’era altro, tranne una sedia di legno e un tavolino con una gamba zoppa.

Rand si tolse i vestiti bagnati, indossò camicia e brache asciutte e si distese sul materasso, visto che mancavano lenzuola e coperte. Appoggiò alla testiera la spada. Ironicamente pensò che l’unica cosa asciutta da adoperare come lenzuolo era lo stendardo del Drago; ma lo lasciò al sicuro nella bisaccia.

La pioggia tamburellava sul tetto e il tuono brontolava; di tanto in tanto un lampo illuminava la notte. Infreddolito, Rand si girò da tutte le parti, cercando una posizione comoda; si domandò se lo stendardo, tutto sommato, non andasse bene come guanciale; e si chiese se dovesse montare a cavallo e andare a Falme.

Si girò sull’altro fianco: Ba’alzamon era li, in piedi accanto alla sedia, e reggeva lo stendardo del Drago. In quel punto la stanza pareva più buia, come se Ba’alzamon fosse ai margini d’una nube di fumo nero e oleoso. Ustioni non ancora guarite gli deturpavano il viso; gli occhi color della pece svanirono per un istante e lasciarono posto a caverne ardenti. Le bisacce di Rand — la falda della tasca in cui era nascosto lo stendardo era aperta — giacevano ai piedi di Ba’alzamon.

«L’ora s’avvicina, Lews Therin. Mille fili si stringono e presto sarai legato e intrappolato su di un percorso che non puoi cambiare. Pazzia. Morte. Prima di morire, ucciderai di nuovo tutti coloro che ami?»

Rand lanciò un’occhiata alla porta, ma si mosse solo per sedersi sulla sponda del letto. A cosa serviva cercare di fuggire dal Tenebroso? Si sentì la gola secca come sabbia. «Non sono il Drago, Padre delle Menzogne!» protestò, con voce rauca.

Le tenebre alle spalle di Ba’alzamon ribollirono e le fornaci ruggirono, mentre Ba’alzamon rideva. «Tu mi rendi onore. E sminuisci te stesso. Ti conosco troppo bene. Mille volte ti ho affrontato. Mille volte mille. Ti conosco fino nella tua miserabile anima, Lews Therin Telamon.» Rise di nuovo e Rand, con la mano davanti al viso, cercò di ripararsi dal tremendo calore di quella bocca infuocata.

«Cosa vuoi? Non sarò tuo servo. Non ubbidirò al tuo volere. A costo di morire!»

«E morirai, verme! Quante volte sei morto, sciocco, nel volgere delle Epoche? A cosa t’è servito, morire? La tomba è gelida e triste, tranne che per i vermi. La tomba è mia. Stavolta per te non ci sarà rinascita. Stavolta la Ruota del Tempo sarà infranta e il mondo sarà rifatto a immagine dell’Ombra. Stavolta la tua morte sarà per sempre! Cosa sceglierai? La morte eterna? O la vita eterna... e il potere?»

Rand non si rese quasi conto d’essersi alzato. Il vuoto l’aveva circondato, Saidin era lì, e l’Unico Potere fluì in lui. La scena era reale? Era un sogno? E lui poteva, in sogno, incanalare il Potere? Ma il torrente che si riversava dentro di lui spazzò via i dubbi. Rand lo scagliò contro Ba’alzamon, scagliò il puro Potere, la forza che faceva girare la Ruota del Tempo, una forza che poteva incendiare i mari e divorare le montagne.

Ba’alzamon arretrò di mezzo passo, reggendo davanti a sé lo stendardo. Emise fiamme dagli occhi e dalla bocca; le tenebre parvero ammantarlo d’ombra. Dell’Ombra. Il Potere affondò in quella nebbia nera e svanì, assorbito come acqua in sabbia secca.

Rand attinse Saidin, aspirò per averne di più e ancora di più. La carne gli parve tanto gelida da frantumarsi al tocco; gli bruciò come se dovesse ribollire via. Le ossa gli parvero sul punto di sminuzzarsi in gelida cenere di cristallo. A Rand non importava: era come bere la vita stessa.

«Pazzo!» ruggì Ba’alzamon. «Distruggerai te stesso!»

Mat. Il pensiero si librò in qualche punto al di là del flusso che tutto consumava. Il pugnale. Il Corno. Fain. Emond’s Field. Ancora non poteva morire.

Non seppe mai come avesse fatto, ma all’improvviso il Potere era svanito, e con lui Saidin e il vuoto. Colto da tremito incontrollabile, Rand cadde sulle ginocchia, accanto al letto, e si strinse nelle braccia nel vano tentativo di bloccare le contorsioni.

«Così va meglio, Lews Therin» disse Ba’alzamon. Gettò a terra lo stendardo e posò la mano sulla spalliera della sedia; riccioli di fumo si levarono tra le dita. L’ombra non lo circondava più. «Ecco il tuo stendardo, Kinslayer. Ti servirà a molto. Mille fili tesi nell’arco di mille anni t’hanno attirato qui. Diecimila fili intessuti attraverso le Epoche ti legano come pecora pronta per il macello. La Ruota stessa ti tiene prigioniero, Epoca dopo Epoca. Ma io posso liberarti. Cane bastardo con la coda fra le zampe, solo io al mondo posso insegnarti a usare il Potere. Solo io posso impedire che ti uccida prima ancora che tu abbia la possibilità d’impazzire. Solo io posso fermare la pazzia. Sei stato mio servo in precedenza. Diventalo di nuovo, Lews Therin, o sii distrutto per sempre!»

«Il mio nome» riuscì a dire Rand, pur battendo i denti «è Rand al’Thor.» I brividi lo costrinsero a chiudere gli occhi; quando li riaprì, era da solo.

Ba’alzamon era scomparso. L’ombra era svanita. Le bisacce della sella erano appoggiate alla sedia, con le fibbie agganciate e una tasca rigonfia per lo stendardo del Drago, proprio come lui le aveva lasciate. Ma dall’impronta di dita sulla spalliera della sedia si levavano riccioli di fumo.

42

Falme

Nynaeve sospinse Elayne di nuovo nello stretto vicolo fra la bottega d’un mercante stoffe e quella d’un vasaio: nella via acciottolata passavano due donne unite da un guinzaglio argenteo, dirette giù al porto di Falme. Nynaeve non osava lasciare che la coppia s’avvicinasse troppo a loro. La gente nella via dava spazio alle due donne più in fretta di quanto non facesse per i soldati Seanchan o per l’occasionale portantina d’un nobile, dalle tendine ben chiuse, vista la temperatura gelida. Perfino gli artisti di strada non si offrivano di fare loro il ritratto, a gessetto o a matita, anche se infastidivano chiunque altro. A labbra serrate, Nynaeve seguì con gli occhi tra la folla la sul’dam e la damane. Anche dopo alcune settimane trascorse nella cittadina, si sentiva nauseata solo a vederle. Non concepiva l’idea d’incatenare a quel modo una qualsiasi donna, neppure Moiraine o Liandrin.