Be’, Liandrin forse sì, ammise amaramente tra sé. A volte, di notte, nella stanzetta puzzolente presa in affitto e posta sopra la bottega d’un pescivendolo, pensava a quel che le sarebbe piaciuto fare a Liandrin, quando l’avesse avuta fra le mani. Liandrin, anche più di Suroth. Più d’una volta, pur deliziata per l’inventiva, era rimasta sorpresa per la propria crudeltà.
Cercando sempre di tenere d’occhio le due donne, notò per caso un uomo ossuto, in fondo alla via, prima che il movimento della folla tornasse a nasconderlo. Scorse solo fuggevolmente un grosso naso in un viso stretto.
L’uomo indossava un’elegante sopravveste di velluto color bronzo, di taglio Seanchan, ma lei ritenne che non fosse un Seanchan, anche se lo era il valletto che lo seguiva, un valletto d’alto livello, con il cranio rapato da una parte sola. Le gente del posto non aveva copiato la moda Seanchan, quest’ultima in particolare. L’uomo sembrava Padan Fain, pensò Nynaeve, incredula; ma era impossibile che Fain si trovasse lì.
«Nynaeve» disse sottovoce Elayne «ora possiamo muoverci? Quel tipo che vende mele guarda il banchetto con l’aria di chi è convinto che gliene manchi qualcuna e non voglio che si domandi cosa ho in tasca io.»
Indossavano tutt’e due lunghi soprabiti di pelle di pecora, col vello all’interno, e spirali rosso vivo ricamate sul petto. Era un abbigliamento da contadine, ma passava abbastanza inosservato anche a Falme, dove si era rifugiata parecchia gente delle fattorie e dei villaggi. Fra tanti forestieri, anche loro erano riuscite a non farsi notare. Nynaeve si era sciolta la treccia e aveva nascosto l’anello d’oro a forma di serpente che si morde la coda; lo teneva sotto la veste, accanto al pesante anello di Lan, appeso a una cordicella di pelle.
Le ampie tasche del soprabito di Elayne avevano un rigonfiamento sospetto.
«Hai rubato tu quelle mele?» sibilò Nynaeve, sottovoce, tirando Elayne nella via affollata. «Non abbiamo bisogno di rubare. Ancora per un poco, almeno.»
«No? Quanto denaro ci resta? Negli ultimi giorni, molto spesso ‘non avevi fame’, a pranzo e a cena.»
«Be’, non ho fame» rispose Nynaeve, brusca, cercando d’ignorare il languorino alla bocca dello stomaco. Tutto costava più di quanto non s’aspettasse e la gente del posto si lamentava dell’aumento dei prezzi in seguito all’arrivo dei Seanchan. «Dammene una» disse Nynaeve. Elayne pescò dalla tasca una mela piccola e dura, ma dolcissima. Nynaeve si leccò le labbra. «Come sei riuscita a...» Bloccò di colpo Elayne e la guardò negli occhi. «Hai... Hai...» Non riusciva a trovare il modo di spiegarsi, con tanta gente che passava accanto a loro, ma Elayne capì.
«Un pochino. Ho fatto cadere la pila di meloni troppo maturi è quando lui era occupato a rimetterli a posto...» Non ebbe neppure il buon gusto, agli occhi di Nynaeve, d’arrossire o di fingersi imbarazzata. Continuò a mangiare con noncuranza una mela e si strinse nelle spalle. «Non c’è bisogno di farmi gli occhiacci. Ho guardato attentamente che nelle vicinanze non ci fossero damane.» Tirò su col naso. «Se fossi in prigione, non aiuterei chi mi ha imprigionato a trovare altre donne da rendere schiave. Anche se, dal modo come si comportano, si direbbe che questi falmesi siano da tutta una vita i servi di coloro che dovrebbero essere i loro nemici fino alla morte.» Guardò, con aperto disprezzo, la gente che passava di fretta: era possibile seguire il percorso di ogni Seanchan, anche se normalissimo soldato, dalle increspature degli inchini. «Dovrebbero opporre resistenza. Dovrebbero ribellarsi.»
«Come? Contro... quello.»
Furono costrette ad accostarsi al ciglio, come tutti gli altri, perché dalla direzione del porto arrivava una pattuglia Seanchan. Nynaeve riuscì a inchinarsi, mani sulle ginocchia, viso perfettamente sereno; Elayne fu più lenta e s’inchinò piegando le labbra in una smorfia di disgusto.
La pattuglia comprendeva venti fra uomini e donne, in armatura e a cavallo. Nynaeve fu lieta di quest’ultimo particolare, perché ancora non si era abituata a vedere persone in groppa a creature che avevano l’aspetto di grossi gatti privi di coda e coperti di scaglie; inoltre, quelle in groppa alle creature volanti, poche per fortuna, le davano sempre un senso di vertigine. Tuttavia a fianco della pattuglia trotterellavano due creature al guinzaglio, simili a uccelli senza ali, con pelle ruvida e coriacea, becco aguzzo, più alte dei soldati; le loro zampe, lunghe e muscolose, lasciavano pensare che corressero più velocemente dei cavalli.
Passati i Seanchan, Nynaeve si raddrizzò lentamente. Alcuni di quelli che si erano inchinati alla pattuglia parevano sul punto di mettersi a correre. Nessuno era a proprio agio, se vedeva gli animali dei Seanchan, a parte i Seanchan stessi.
«Elayne» disse piano Nynaeve, mentre riprendevano la salita. «Se ci prendono, ti giuro che, prima che ci uccidano o ci incatenino, li supplicherò in ginocchio di lasciare che ti riempia di segni dalla testa ai piedi, con lo scudiscio più resistente che trovo! Se ancora non hai imparato la prudenza, forse sarà meglio rimandarti a Tar Valon, o a casa tua, a Caemlyn, o da qualsiasi altra parte, tranne qui.»
«Sono prudente! Ho guardato che in giro non ci fossero damane. Ma tu? Hai usato il Potere, con una di loro in piena vista.»
«Mi sono assicurata che non guardasse dalla mia parte» brontolò Nynaeve. «E l’ho fatto solo una volta. Era un semplice rivolo.»
«Un rivolo? Abbiamo passato tre giorni, nascoste nella nostra stanza a respirare puzza di pesce, mentre loro frugavano la città alla ricerca della colpevole. E lo chiami fare attenzione?»
«Dovevo sapere se esiste un modo per aprire quei collari» replicò Nynaeve. Era convinta che il modo esistesse. Doveva fare la prova ancora su almeno un collare, prima d’esserne sicura, ma non credeva che avrebbe avuto l’occasione. Aveva pensato, come Elayne, che tutte le damane fossero prigioniere ansiose di fuggire; invece era stata proprio la donna col collare a far scoppiare il putiferio.
Un uomo con una carriola che sobbalzava sui ciottoli passò accanto a loro offrendo a gran voce i suoi servigi per affilare forbici e coltelli.
«Dovrebbero opporre resistenza» brontolò Elayne. «Si comportano come se non vedessero nemmeno cosa accade intorno a loro, se c’è di mezzo un Seanchan.»
Nynaeve si limitò a sospirare. Non serviva a niente pensare che Elayne avesse almeno in parte ragione. Sulle prime aveva creduto che la sottomissione dei falmesi fosse una posa, ma non aveva scoperto prove d’un eventuale movimento di resistenza. All’inizio aveva tenuto gli occhi aperti, con la speranza di trovare aiuto per liberare Egwene e Min, ma tutti si spaventavano al minimo accenno che ci si potesse ribellare ai Seanchan e lei smise di fare domande, prima d’attirare l’attenzione della gente sbagliata. A essere sincera, non riusciva a immaginare come il popolo potesse combattere. Creature mostruose e Aes Sedai: begli avversari davvero!
Più avanti c’erano cinque alte case di pietra, fra le più spaziose della città, che insieme formavano un isolato. Una via prima di queste case Nynaeve trovò un vicolo accanto a una bottega di sarto, da dove era possibile tenere d’occhio alcuni ingressi. Non si vedevano tutte le porte nello stesso tempo (e Nynaeve non voleva rischiare che Elayne andasse per proprio conto a guardare qualche ingresso in più) ma la prudenza raccomandava di tenersi a una certa distanza. Al di sopra dei tetti, nella via seguente, sventolava la bandiera col falco d’oro, quella del Sommo Signore Turak.
Solo donne entravano in quelle case o ne uscivano; quasi tutte erano sul’dam, da sole o con la damane a rimorchio. I Seanchan avevano occupato quegli edifici per ospitarvi le damane. Egwene era di sicuro lì dentro e probabilmente c’era anche Min, Fino a quel momento Nynaeve ed Elayne non avevano visto segno di Min, anche se c’era sempre la possibilità che, come loro, si nascondesse tra la folla. Nynaeve aveva udito che donne e ragazze, rapite per le vie o portate in città dai villaggi, finivano in quegli edifici; e, se ne uscivano, portavano tutte il collare.