«Sì, forse sarà come dici tu. Ma lo ricorderò finché campo. ‘Ryma, aiutami’ gridava. E una damane si è gettata a terra, piangendo. Hanno messo un collare a quella... donna e io... io sono fuggito.» Scrollò le spalle, si sfregò il naso, scrutò dentro il boccale di vino. «Ho visto catturare tre donne e mi si rivolta lo stomaco. Lascerei sul molo mia nonna, pur di salpare; ma dovevo dirtelo.»
«Egwene dice che hanno due prigioniere» intervenne lentamente Min. «Ryma, una Gialla, e un’altra di cui non sa il nome.»
Nynaeve le scoccò un’occhiata penetrante; Min arrossì e tacque. Dall’espressione di Domon, non giovava alla loro causa fargli sapere che i Seanchan avevano due Aes Sedai, non solo una.
Eppure a un tratto Domon fissò Nynaeve e bevve una lunga sorsata di vino. «Per questo sei qui? Per liberare... le altre due? Hai detto che sareste state in tre.»
«Sai quel che ti serve sapere» replicò Nynaeve, in tono vivace. «Devi essere pronto a salpare all’istante, in qualsiasi momento dei prossimi due tre giorni. Sei d’accordo? O preferisci restare qui e scoprire se alla fine ti taglieranno davvero la testa? Ci sono altre navi, capitano; voglio assicurarmi entro oggi un mezzo di trasporto.»
Min trattenne il fiato. Sotto il tavolo, aveva incrociato le dita.
Alla fine Domon annuì. «Sarò pronto.»
Quando tornarono nella via, Nynaeve, appena chiusa la porta, si abbandonò contro la facciata della locanda. «Stai male?» le domandò Min, stupita e ansiosa.
Nynaeve trasse un lungo respiro; si raddrizzò e si aggiustò il soprabito. «Con alcune persone» disse «devi mostrarti sicura. Se riveli la minima traccia di dubbio, ti spingeranno in una direzione che non vuoi prendere. Luce santa, però avevo paura che rispondesse di no. Andiamo, abbiamo altri piani da fare. Bisogna ancora risolvere un paio di piccoli problemi.»
«Spero che la puzza di pesce non ti dia fastidio, Min» disse Elayne.
Un paio di piccoli problemi? Seguendo le altre due, Min s’augurò che Nynaeve non avesse ricominciato a mostrarsi sicura.
44
Cinque andranno avanti
Perrin guardò con diffidenza i paesani e si tirò con imbarazzo il mantello troppo corto, ricamato sul petto, con alcuni strappi neppure rattoppati; ma nessuno lo degnò d’una seconda occhiata, nonostante il bizzarro miscuglio d’abiti e l’ascia al fianco. Sotto il mantello Hurin portava una giubba con spirali azzurre sul petto; Mat indossava un paio di brache troppo larghe, infilate negli stivali. Nel villaggio non avevano trovato altro d’utilizzabile. Perrin si domandò se anche il villaggio dov’erano appena entrati presto sarebbe stato abbandonato. Già cinque case su dieci erano vuote; fuori della locanda, più avanti nella via di terra battuta, alcune famiglie erano ferme intorno a tre carri tirati da buoi, troppo carichi di roba alla rinfusa e coperti di teli bloccati da funi.
Mentre guardava la gente radunarsi e salutare chi sarebbe rimasto almeno per il momento, Perrin decise che i paesani non mostravano indifferenza per il gruppo di forestieri, ma evitavano con cura di guardare dalla loro parte: avevano imparato a non mostrarsi curiosi, anche se chiaramente i forestieri non erano Seanchan. In quei giorni a Capo Toman gli stranieri potevano rivelarsi pericolosi. Avevano già incontrato in altri villaggi la stessa studiata indifferenza. Lì, a qualche lega dalla costa, le cittadine erano più numerose e ciascuna si considerava autonoma. O meglio, si era considerata autonoma fino all’arrivo dei Seanchan.
«Secondo me, è ora d’andare a prendere i cavalli» disse Mat. «Prima che questi si mettano a fare domande. Ci sarà pure una prima volta.»
Hurin fissava il grosso cerchio annerito che deturpava lo spiazzo erboso al centro del villaggio. Pareva sciupato dalle intemperie, ma nessuno aveva fatto niente per cancellarlo.
«Forse sei, forse otto mesi fa» borbottò Hurin. «E puzza ancora. L’intero Consiglio di Villaggio, famiglie comprese. Perché l’avranno fatto?»
«Nessuno conosce i loro motivi» brontolò Mat. «A quanto pare i Seanchan non hanno bisogno d’un motivo, per uccidere la gente. Almeno, non riesco a immaginarne nessuno.»
Perrin cercò di non guardare la chiazza bruciata. «Hurin, sei sicuro, a proposito di Fain? Hurin?» Da quando erano entrati nel villaggio, l’annusatore pareva vedere solo quel cerchio annerito. «Hurin!»
«Come? Ah. Fain. Sì.» Hurin dilatò le narici e subito arricciò il naso. «Non c’è possibilità d’errore, anche se la traccia è vecchia. Al confronto, un Myrddraal profuma di rose. Fain è passato proprio di qui, ma ritengo che fosse da solo. Senza Trolloc, comunque; se aveva con sé Amici delle Tenebre, si trattava di persone che di recente non hanno commesso grosse malefatte.»
Nei pressi della locanda c’era una certa agitazione: la gente gridava e segnava a dito. Non Perrin e gli altri due, ma qualcosa che Perrin non riusciva a scorgere, tra le basse montagne a levante del villaggio.
«Allora, prendiamo i cavalli?» disse Mat. «Forse quelli là sono Seanchan.»
Perrin annuì. Corsero verso il posto dove avevano legato i cavalli, dietro una casa abbandonata. Mentre Mat e Hurin giravano l’angolo, Perrin si voltò a guardare la locanda e si bloccò, sorpreso. Una lunga colonna di Figli della Luce entrava nel villaggio.
Con due balzi Perrin raggiunse gli altri. «Manti Bianchi!» disse.
I due sprecarono solo un istante: guardarono Perrin, increduli, e montarono subito in sella. Mantenendo delle case fra loro e la via principale del villaggio, uscirono dall’abitato, diretti a ponente, e controllarono di non essere seguiti. Ingtar aveva detto d’evitare qualsiasi intralcio: con le loro domande, i Manti Bianchi li avrebbero di certo trattenuti anche se avessero risposto in modo soddisfacente. Perrin fu anche più attento degli altri due: aveva buoni motivi per non desiderare un secondo incontro con i Manti Bianchi.
Ben presto le alture scarsamente alberate nascosero il villaggio. Perrin si fermò e segnalò agli altri due di imitarlo. Mat e Hurin lo guardarono con aria interrogativa. Perrin tese l’orecchio: ora aveva udito più fine d’una volta, ma non udì rumore di zoccoli.
Controvoglia, cercò il contatto mentale con qualche lupo. Quasi subito trovò un piccolo branco che riposava fra le montagne sovrastanti il villaggio appena lasciato. Ricevette sensazioni d’intenso stupore: quei lupi non credevano realmente che esistessero due-gambe capaci di parlare con loro. Perrin si affannò a presentarsi — malgrado tutto, trasmise loro l’immagine di Giovane Toro e aggiunse il proprio odore, secondo la consuetudine fra i lupi, che erano assai puntigliosi nei formalismi del primo incontro — e infine riuscì a porre le domande. I lupi non avevano interesse per i due-gambe incapaci di comunicare con loro, ma accettarono di scendere a dare un’occhiata senza farsi vedere.
Poco dopo, Perrin ricevette le immagini di ciò che i lupi avevano visto: uomini dal mantello bianco che affollavano il villaggio, che cavalcavano fra le case, che cavalcavano tutt’intorno; ma nessuno lasciava il villaggio, né verso ponente né in altre direzioni. I lupi dissero che, a ponente, fiutavano solo lui e altri due due-gambe, con tre alti animali dagli zoccoli duri. Perrin troncò il contatto. Si rendeva conto che Mat e Hurin lo fissavano.
«Non ci inseguono» annunciò.
«Come lo sai?» domandò Mat.
«Lo so!» replicò Perrin, brusco. Poi, più calmo: «Lo so e basta.»
Mat aprì bocca, la richiuse. Alla fine disse: «Be’, se non ci inseguono, torniamo da Ingtar e rimettiamoci sulla pista di Fain. Il pugnale non s’avvicina, se ce ne stiamo qui.»
«Se riprendiamo la pista a così breve distanza dal villaggio» disse Hurin «rischiamo d’imbatterci nei Manti Bianchi. Lord Ingtar non sarebbe contento. E neppure Verin Sedai.»
Perrin annuì. «La ritroveremo fra qualche miglio. Ma teniamo gli occhi aperti. Ormai non siamo lontani da Falme. Non serve a niente evitare i Manti Bianchi e poi finire in bocca a una pattuglia Seanchan.»