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Ripresero il cammino. Perrin non poté fare a meno di domandarsi che cosa facessero, i Manti Bianchi, in quel villaggio.

Da cavallo, Geofram Bornhald scrutò la via principale, mentre la legione si sparpagliava fra le case e circondava il villaggio. Aveva notato un uomo dalle spalle massicce sparire fuori vista e un ricordo gli solleticò la mente. Ma sì, certo: il ragazzo che sosteneva d’essere un fabbro; come si chiamava?

Byar si fermò davanti a lui e salutò, mano sul cuore. «Il villaggio è sicuro, milord capitano» disse.

Paesani in pesanti giubboni di pecora si muovevano a disagio, mentre soldati dal mantello bianco li radunavano di fronte alla locanda, accanto ai carretti troppo carichi. Bambini frignavano, attaccati alle sottane della madre, ma nessuno aveva aria bellicosa. Gli adulti mostravano sguardo vacuo, in passiva attesa degli eventi. Bornhald fu contento della mancanza d’animosità: non aveva alcun desiderio di usare uno di loro come esempio per gli altri e soprattutto nessuna voglia di perdere tempo.

Smontò e gettò le redini a uno dei Figli. «Bada che gli uomini facciano pranzo, Byar. Metti nella locanda i prigionieri, con tutto il cibo e l’acqua che possono portare; poi inchioda porte e finestre. Fa’ credere che lascerò di guardia alcuni uomini.»

Byar salutò di nuovo, mano sul cuore, e girò il cavallo, gridando ordini. I soldati spinsero nella locanda i prigionieri, mentre altri Figli frugavano le case alla ricerca di chiodi e di martelli.

Guardando le facce cupe sfilare davanti a lui, Bornhald pensò che sarebbe passato almeno un paio di giorni, prima che uno di loro trovasse il coraggio di uscire dalla locanda e scoprisse che non c’erano uomini di guardia. E lui aveva bisogno d’un paio di giorni, ma non voleva rischiare che i Seanchan s’accorgessero della sua presenza.

Si era lasciato alle spalle un certo numero di uomini, in modo da far credere agli Inquisitori che la sua intera legione fosse ancora disseminata nella Piana di Almoth, e aveva portato più di mille Figli ad attraversare tutto Capo Toman senza suscitare allarmi, per quanto ne sapeva. Tre scaramucce con pattuglie Seanchan si erano concluse rapidamente. I Seanchan erano ormai abituati ad affrontare marmaglia già sconfitta: i Figli della Luce erano stati per loro una sorpresa micidiale. Tuttavia i Seanchan combattevano come orde del Tenebroso e Bornhald ricordò che una scaramuccia gli era costata più di cinquanta uomini. Ancora adesso non sapeva con certezza quale delle due donne trapassate di frecce fosse l’Aes Sedai.

«Byar!» chiamò. Un soldato gli passò una ciotola di terracotta piena d’acqua, presa da un carretto, e Bornhald si sentì gelare la gola.

L’uomo dal viso magro, Byar, si girò. «Sì, lord capitano?»

«Quando impegnerò il nemico, tu starai da parte, Byar. Guarderai da lontano e andrai a riferire a mio figlio il risultato dello scontro.»

«Ma, capitano...»

«È un ordine, Figlio Byar!» replicò Bornhald, brusco. «Ubbidirai, vero?»

Byar irrigidì la schiena e guardò fisso avanti. «Agli ordini, milord capitano.»

Per un momento Bornhald lo studiò. Byar avrebbe fatto come gli era stato ordinato, ma era meglio dargli un altro motivo, non solo quello di far conoscere a Dain com’era morto suo padre. Da quella scaramuccia con l’Aes Sedai ("Era una sola o tutt’e due?" pensò, “Trenta soldati Seanchan, bravi combattenti, più due donne, mi sono costati il doppio delle loro perdite.") non s’aspettava di tornare vivo da Capo Toman. Nella remota possibilità che i Seanchan non riuscissero a ucciderlo, avrebbero provveduto gli Inquisitori.

«Trovato mio figlio, che dovrebbe essere con il lord capitano Eamon Valda nei pressi di Tar Valon, lo informerai; poi andrai ad Amador e farai rapporto al lord capitano comandante. A Pedron Niall in persona, Figlio Byar. Gli riferirai cosa abbiamo appreso sui Seanchan; ti scriverò tutto. Spiegagli bene che non possiamo più contare che le streghe di Tar Valon si accontentino di manipolare da dietro le quinte gli eventi. Se combattono apertamente a favore dei Seanchan, di sicuro ci troveremo ad affrontarle altrove.» Esitò. Quest’ultima cosa era la più importante. Sotto la Cupola della Verità dovevano sapere che, malgrado tutti i giuramenti di cui si vantavano, le Aes Sedai sarebbero scese in campo. Si sentiva mancare il cuore, al pensiero d’un mondo dove le Aes Sedai usavano in battaglia il Potere: non era sicuro di rimpiangere la propria dipartita da un mondo simile. Ma aveva ancora un messaggio da far giungere ad Amador. «E, Byar... racconta a Pedron Niall come gli Inquisitori si sono serviti di noi.»

«Agli ordini, milord capitano» rispose Byar. Bornhald sospirò, vedendone l’espressione. Byar non aveva capito niente: per lui, gli ordini andavano eseguiti, che provenissero dal lord capitano o dagli Inquisitori, e qualsiasi cosa riguardassero.

«Ti metterò tutto per iscritto e consegnerai a Pedron Niall anche questo rapporto» continuò Bornhald, pur non sapendo a quanto sarebbe servito in ogni caso. Fu colpito da un pensiero e si accigliò guardando la locanda, dove alcuni uomini inchiodavano rumorosamente porte e finestre. «Perrin» borbottò. «Ecco come si chiamava. Perrin, dei Fiumi Gemelli.»

«L’Amico delle Tenebre, milord capitano?»

«Forse, Byar.» Non ne era sicuro, ma di certo un uomo che pareva avere come alleati i lupi non poteva essere altro. E quel Perrin aveva ucciso due Figli. «M’è parso di scorgerlo, quando siamo arrivati, ma tra i prigionieri non c’è nessuno che abbia l’aspetto da fabbro.»

«Il loro se n’è andato un mese fa, milord capitano. Alcuni si lamentavano che sarebbero partiti già da tempo, se non avessero dovuto riparare da soli i carretti. Credi che fosse quel Perrin, milord capitano?»

«Chiunque fosse, non si sa dove sia, no? E forse informerà i Seanchan della nostra presenza.»

«Un Amico delle Tenebre li informerebbe di sicuro, milord capitano.»

Bornhald bevve l’ultima sorsata d’acqua e gettò da parte la ciotola. «Non ci fermeremo per il pasto, Byar, Non lascerò che questi Seanchan mi sorprendano, che sia Perrin o un altro ad avvisarli. Fai montare in sella la legione, Figlio Byar!»

Molto al di sopra della loro testa, un’enorme sagoma alata girò in tondo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Nella radura del boschetto in cima alla collina dove si erano accampati, Rand s’allenava con la spada. Non voleva pensare a niente. Aveva avuto l’opportunità di cercare con Hurin la pista di Fain: l’avevano avuta tutti, in gruppetti di due tre, per non attirare l’attenzione, e per il momento non avevano scoperto niente. Adesso aspettavano il ritorno di Mat, Perrin e l’annusatore: i tre erano in ritardo di qualche ora.

Loial, naturalmente, leggeva; e non si poteva dire se il movimento nervoso delle orecchie riguardasse il contenuto del libro o il ritardo del gruppo in esplorazione. Ma Huno e la maggior parte degli shienaresi se ne stavano seduti, con i nervi a fior di pelle, a oliare la propria spada o a scrutare fra gli alberi, quasi s’aspettassero da un momento all’altro la comparsa dei Seanchan. Solo Verin pareva serena. L’Aes Sedai, seduta su di un ceppo accanto al piccolo fuoco, mormorava tra sé e con un bastoncino tracciava segni sul terreno; di tanto in tanto scuoteva la testa, col piede cancellava tutto e cominciava da capo. I cavalli, già sellati, erano pronti a partire; quelli degli shienaresi erano legati ciascuno a una lancia conficcata nel terreno.

«Airone a guado fra i giunchi» disse Ingtar. Seduto con la schiena contro un albero, passava la cote sulla lama della spada e osservava Rand. «Una figura da lasciar perdere: ti lascia totalmente scoperto.»

Per un attimo Rand si mantenne in equilibrio sul tallone d’un piede solo, reggendo a due mani la spada rovesciata sopra la testa; poi, con movimenti sciolti, spostò sull’altro piede il peso del corpo.«Secondo Lan, è utile per migliorare l’equilibrio» rispose. Non gli riusciva facile, mantenere l’equilibrio. Nel vuoto, a volte gli pareva di poterlo mantenere anche sopra un masso che rotolava; ma non osava usare il vuoto: voleva fidarsi di se stesso.