I due non lo guardarono, né si guardarono. Fissarono invece in silenzio il cadavere del Sommo Signore. Da sotto la veste estrassero un pugnale e si puntarono al petto la lama. «Dalla nascita alla morte» intonarono all’unisono «servo il Sangue.» E si conficcarono nel cuore il pugnale. Si piegarono in avanti, quasi in pace, testa sul pavimento, come se s’inchinassero al proprio signore.
Rand li fissò, incredulo. Pazzi, pensò. Forse lui sarebbe impazzito, ma quei due erano già impazziti.
Si rialzò, scosso; in quel momento Ingtar e gli altri rientrarono di corsa. Tutti avevano qualche segno; la giubba di Ingtar era macchiata in più d’un punto. Mat aveva ancora il Corno e il pugnale, con la lama più scura del rubino sull’elsa. Anche l’ascia di Perrin era arrossata e lui pareva sul punto di vomitare da un momento all’altro.
«Hai provveduto tu a loro?» disse Ingtar, guardando i cadaveri. «Allora abbiamo terminato, se nessuno ha dato l’allarme. Questi sciocchi non hanno gridato aiuto neppure una volta.»
«Vedo se le guardie hanno udito qualcosa» disse Hurin, correndo alla finestra.
Mat scosse la testa. «Rand, questa gente è pazza. L’ho già detto altre volte, ma questi sono pazzi davvero. I servitori...» Rand trattenne il respiro, domandandosi se tutti si fossero suicidati. Mat disse: «Ogni volta che ci vedevano combattere, cadevano in ginocchio, faccia a terra, e con le braccia si coprivano la testa. Non si sono mossi, non hanno gridato; non hanno cercato d’aiutare i soldati né di dare l’allarme. Sono ancora lì, per quanto ne so.»
«Non conterei sul fatto che se ne restino in ginocchio» disse Ingtar, ironico. «Ce ne andiamo subito, a tutta velocità.»
«Andate voi» disse Rand. «Egwene...»
«Stupido!» lo rimbeccò Ingtar, aspro. «Abbiamo quel che siamo venuti a cercare. Il Corno di Valere. La speranza di salvezza. Cosa conta una ragazza, anche se l’ami, di fronte al Corno e a quel che rappresenta?»
«Il Tenebroso può prenderselo, per quel che mi riguarda! Cosa conta ritrovare il Corno, se abbandono Egwene a questa gente? Se lo facessi, il Corno stesso non potrebbe salvarmi. Il Creatore non potrebbe salvarmi. Mi dannerei da solo.»
Ingtar lo fissò, con viso indecifrabile. «Intendi proprio questo, vero?»
«Fuori c’è trambusto» disse Hurin, in tono pressante. «È giunto un uomo di corsa e tutti si agitano come pesci in un secchio. Un momento. L’ufficiale viene qui dentro!»
«Andiamo!» disse Ingtar. Cercò di prendere il Corno, ma Mat si era già messo a correre. Rand esitò; Ingtar l’afferrò per il braccio e lo tirò nel corridoio. Gli altri seguivano Mat; Perrin diede a Rand uno sguardo addolorato, prima di muoversi.
«Non puoi salvare la ragazza, se resti qui a morire!» disse ancora Ingtar.
Rand corse via con loro. “Tornerò” si disse, odiandosi perché fuggiva. “In qualche modo libererò Egwene."
Ai piedi della stretta scala a chiocciola udirono una voce maschile, profonda, che proveniva dalla parte frontale della casa e ordinava con rabbia che qualcuno desse spiegazioni. Una cameriera in veste quasi trasparente era inginocchiata in fondo alla scala; una donna dai capelli grigi, vestita di lana bianca, con un lungo grembiule infarinato, era in ginocchio accanto alla porta della cucina. Stavano esattamente come aveva detto Mat, faccia a terra e mani a coprire la testa; non mossero muscolo, quando i cinque passarono di corsa. Rand si sentì più sollevato nel notare che le due donne respiravano.
I cinque attraversarono a tutta velocità il giardino e si arrampicarono in fretta sul muro. Ingtar imprecò, quando Mat gettò davanti a sé il Corno di Valere; cercò di nuovo di prenderlo, appena si lasciò cadere dall’altra parte. Mat raccolse in fretta il Corno. «Non si è nemmeno graffiato!» disse. E risalì di corsa il vicolo.
Dalla casa provennero altre grida; una donna strillò e qualcuno cominciò a battere un gong.
"Tornerò per lei” si disse Rand. “Tornerò a liberarla." E corse dietro gli altri, alla massima velocità di cui era capace.
46
Per uscire dall’Ombra
Mentre si avvicinavano all’edificio che ospitava le damane, Nynaeve e le altre udirono le grida. Cominciava a formarsi una piccola folla e fra i passanti serpeggiava il nervosismo: la gente camminava a passo più spedito e guardava con maggior diffidenza Nynaeve vestita da sul’dam e la donna da lei tenuta al guinzaglio.
Elayne cambiò posizione al fagotto e scrutò in direzione del frastuono: le grida provenivano da una via più avanti, dove garriva al vento il vessillo col falco dorato che artiglia il fulmine. «Cosa succede?» domandò.
«Niente che ci riguardi» rispose Nynaeve, decisa.
«Te lo auguri» disse Min. «Anch’io.» Precedette le altre su per gli scalini e scomparve dentro la casa.
Nynaeve accorciò il guinzaglio. «Ricorda, Setha, che vuoi cavartela quanto noi.»
«Certo» rispose con fervore la Seanchan, tenendo il mento contro il petto per nascondere il viso. «Non causerò guai, lo giuro.»
Mentre salivano i gradini di pietra grigia, comparve una sul’dam con la damane e scese le scale. Nynaeve si assicurò che la donna al guinzaglio non fosse Egwene e ignorò la sul’dam. Tenne Setha più vicino: così, se la damane percepiva in una di loro l’abilità d’incanalare il Potere, l’avrebbe attribuita a quest’ultima. Però sudò freddo, finché non si rese conto che le altre due non le prestavano la minima attenzione: vedevano solo una veste con gli emblemi del fulmine e un’altra veste grigia... una Reggitrice di Guinzaglio con la sua Incatenata, accompagnate da una ragazza falmese che portava un fagotto appartenente alla sul’dam.
Nynaeve spinse la porta ed entrò.
Il trambusto sotto la bandiera di Turak non si estendeva per il momento alla casa delle damane. Nell’ingresso c’erano solo donne affaccendate, facilmente identificabili dalla veste. Tre damane con le rispettive sul’dam. Due donne col simbolo del fulmine discutevano in un canto; altre tre, ciascuna per suo conto, attraversavano la sala. Quattro donne in comuni abiti di lana come Min portavano vassoi.
Min aspettava in fondo all’ingresso; diede loro un’occhiata e si diresse nel cuore della casa. Nynaeve tirò Setha nel corridoio, dietro Min, con Elayne al seguito. Aveva l’impressione che nessuna le degnasse d’una seconda occhiata, ma pensò che il rivolo di sudore lungo la spina dorsale sarebbe presto diventato un fiume. Continuò a far muovere in fretta Setha, in modo che nessuna avesse l’occasione di guardarla bene né, peggio ancora, di rivolgerle una domanda. Con gli occhi fissi a terra, Setha aveva bisogno di ben poco incitamento: Nynaeve pensò che si sarebbe messa a correre, se non fosse stato per la restrizione fisica del guinzaglio.
Verso il retro della casa, Min salì una scala a chiocciola. Nynaeve spinse Setha davanti a sé, su fino al terzo piano; lì il soffitto era basso e nei corridoi deserti si udiva solo un pianto soffocato che pareva adattarsi all’aria gelida.
«Questo luogo...» cominciò Elayne. Poi scosse la testa. «Dà l’impressione di...»
«Sì, è vero» la interruppe Nynaeve, tetra. Lanciò un’occhiata di fuoco a Setha, che tenne bassi gli occhi. La paura rendeva più pallida del solito la pelle della Seanchan. Senza una parola, Min aprì una porta ed entrò, seguita dalle altre, in un locale che era stato diviso in stanzette più piccole, mediante rozze pareti di legno che formavano uno stretto corridoio fino alla finestra in fondo. Min andò all’ultima porta a destra e spinse il battente.