Egwene si gettò addosso a Nynaeve, singhiozzando disperatamente. «Mi ha fatto male, Nynaeve. Mi ha fatto male. Tutte mi hanno fatto male, hanno continuato finché non ubbidivo. Le odio. Le odio perché mi hanno fatto male e perché non potevo costringerle a smettere di farmi fare quel che volevano loro.»
«Capisco» disse Nynaeve, in tono gentile. Le accarezzò i capelli. «È giusto odiarle, Egwene. Se lo meritano. Ma non è giusto diventare come loro.»
Setha si premeva il viso. Renna, incredula e tremante, si toccò il collare intorno alla gola.
Egwene si raddrizzò e si asciugò in fretta le lacrime. «Non sono come loro» disse. Si strappò il bracciale e lo gettò per terra. «Non sono come loro. Ma mi piacerebbe avere la forza di ucciderle tutte.»
«Se lo meritano» disse Min, torva, fissando le due sul’dam.
«Rand ucciderebbe chi facesse una cosa del genere» disse Elayne, Parve farsi coraggio. «Ne sono sicura.»
«Forse lo meritano» disse Nynaeve «e forse Rand le ucciderebbe. Ma spesso gli uomini spacciano per giustizia la vendetta.» Diverse volte aveva fatto parte, con la Cerchia delle Donne, del tribunale. A volte gli uomini si presentavano a loro, convinti che le donne li avrebbero ascoltati con maggior attenzione del Consiglio del Villaggio, ma pensavano sempre d’influire sulla decisione, con l’eloquenza e le suppliche. La Cerchia delle Donne mostrava pietà, quando pietà era meritata, e dava giustizia sempre; era la Sapiente del Villaggio a emettere il verdetto. Nynaeve raccolse il bracciale gettato via da Egwene. «Libererei ogni donna chiusa qui, se potessi, e distruggerei questi bracciali fino all’ultimo» disse. «Ma poiché non posso...» Infilò il bracciale nello stesso piolo a cui era appeso il primo. Poi si rivolse alle sul’dam. Non più Reggitrici di Guinzaglio, pensò. «Forse, se ve ne state in silenzio, resterete da sole il tempo sufficiente a togliervi il collare. La Ruota gira e ordisce come vuole. Può darsi che abbiate compiuto un numero di buone azioni sufficiente a bilanciare il male da voi fatto e a consentirvi di togliere i collari. In caso contrario, prima o poi qualcuna vi troverà. E vi farà un mucchio di domande, prima di togliervi il collare. Forse imparerete sulla vostra pelle quale vita avete imposto alle altre donne. Questa è giustizia» concluse.
Renna aveva lo sguardo fisso, inorridita. Setha era scossa dai singhiozzi. Nynaeve indurì il proprio cuore (era giustizia, si disse) e guidò le altre fuori della stanza.
Anche stavolta nessuno badò a loro. Nynaeve si disse che per questo doveva ringraziare l’abito da sul’dam, ma non vedeva l’ora di cambiarsi: perfino lo straccio più lurido le avrebbe dato l’impressione di pulito.
Le altre la seguirono in silenzio, finché non furono di nuovo nella via acciottolata.
«Cavalli» disse allora Egwene. «Ci servono dei cavalli. So in quale stalla hanno messo Bela, ma non credo che potremo andarla a prendere.»
«Dobbiamo lasciarla qui» disse Nynaeve. «Partiamo per nave.»
«Dov’è la gente?» esclamò Min. Di colpo Nynaeve si rese conto che la via era deserta.
La folla era sparita; lungo la via, botteghe e finestre erano chiuse e sbarrate. Ma dal porto giungeva una squadra di soldati, più d’un centinaio, con alla testa un ufficiale in armatura dipinta. I Seanchan erano ancora a metà strada rispetto a loro, però marciavano con passo deciso e a Nynaeve parve che i loro occhi fossero puntati su di lei. “Ridicolo” si disse. “Non si vedono gli occhi, dentro l’elmo; e se qualcuno avesse dato l’allarme, i soldati si troverebbero alle nostre spalle." Comunque, si fermò.
«Ce ne sono altri, dietro di noi» annunciò Min sottovoce. Ora anche Nynaeve udiva il rumore di stivali di questi ultimi. «Non so quale dei due gruppi arriverà per primo.»
Nynaeve inspirò a fondo. «Non hanno niente a che fare con noi» disse. Guardò il porto pieno di navi Seanchan, alte e squadrate. Non riuscì a scorgere la Spray; pregò che fosse sempre lì, pronta a salpare. «Andremo loro incontro e li oltrepasseremo» decise. E si augurò che fosse possibile.
«E se vogliono che ti unisci a loro?» domandò Elayne. «Indossi l’abito da sul’dam. Se cominciano a fare domande...»
«Indietro non ci torno» dichiarò Egwene, decisa. «Preferisco morire. Mostrerò loro cosa m’hanno insegnato.» Un nimbo dorato la circondò all’improvviso.
«No!» protestò Nynaeve; ma ormai era tardi.
Con un rombo di tuono, la via sotto i piedi dei primi Seanchan si sollevò e scagliò lontano terriccio, ciottoli, uomini in armatura, come schizzo di fontana. Egwene si girò a fissare la parte alta della via e il rombo si ripeté. Una pioggia di terriccio ricadde sul gruppetto di donne. I soldati gridarono e si sparpagliarono in buon ordine per ripararsi nei vicoli e dietro le scale esterne. In breve furono tutti fuori vista, a parte quelli distesi intorno alle due grosse buche che rovinavano la via. Alcuni di costoro si agitavano debolmente; lungo la via si udivano lamenti.
Nynaeve alzò le braccia al cielo e cercò di guardare nelle due direzioni allo stesso tempo. «Idiota!» gridò. «Volevamo passare inosservate!» Ormai la frittata era fatta. L’unica speranza era passare dai vicoli, girare intorno ai soldati e raggiungere il porto. Ma di sicuro le damane si erano già accorte che qualcuna aveva usato il Potere.
«Non mi farò rimettere il collare!» gridò ferocemente Egwene. «Mai!»
«Attente!» strillò Min.
Con un sibilo acuto, una palla di fuoco descrisse un arco al di sopra dei tetti e cominciò a cadere... proprio su di loro.
«Scappate!» gridò Nynaeve. Si gettò a tuffo verso il vicolo più vicino, fra due botteghe sbarrate.
Con un grugnito atterrò goffamente sulla pancia e rimase senza fiato, mentre la palla di fuoco cadeva. Una ventata d’aria calda la travolse e spazzò il vicolo. Ansimando per riprendere fiato, Nynaeve si rotolò sulla schiena e fissò la via.
Nel punto dove si trovavano loro poco prima, i ciottoli erano frantumati e anneriti in un raggio di dieci passi. Elayne era acquattata all’imbocco d’un altro vicolo, dalla parte opposta della via. Di Min e di Egwene non c’era segno, Nynaeve rimase inorridita.
Elayne parve leggerle nel pensiero: scosse con violenza la testa e indicò più avanti lungo la via. Le altre due erano andate da quella parte.
Nynaeve emise un sospiro di sollievo che si mutò subito in un ringhio. Senza quella sciocchezza, sarebbero passate inosservate! Ma non c’era tempo per le recriminazioni. Corse all’angolo e cautamente scrutò la via.
Una palla di fuoco grossa quanto una testa schizzò verso di lei. Con un balzo Nynaeve si ritrasse, un attimo prima che la palla di fuoco colpisse lo spigolo della casa e l’investisse con una grandinata di schegge di pietra.
Senza rendersene conto, per la collera fu inondata dall’Unico Potere. Un fulmine balenò e colpì con uno schianto la parte alta della via, vicino al punto da dove era giunta la palla di fuoco. Un altro fulmine zigzagò nel cielo. Nynaeve si lanciò di corsa nel vicolo. Alle sue spalle, il fulmine colpì l’imboccatura del passaggio.
"Se la nave di Domon non è pronta a salpare” si disse “gli... Luce santa, fa’ che arriviamo tutte al porto sane e salve!"
Bayle Domon si alzò di scatto, quando il fulmine striò il cielo grigio ardesia e cadde chissà dove, ripetendosi subito. Non c’erano nuvole che giustificassero fulmini!
Un rombo rumoreggiò nella parte alta della città; una palla di fuoco schiantò un tetto, proprio sopra i moli, e lanciò in ampi archi schegge d’ardesia. Già da un pezzo le banchine si erano svuotate della gente, a parte pochi Seanchan che ora correvano come pazzi, a spada sguainata, gridando. Da un magazzino comparve un Seanchan con un grolm a fianco: andava di corsa, per tenere il passo della creatura che procedeva a grandi balzi, e in breve sparì nelle vie che risalivano dal porto.
Un marinaio balzò a prendere un’ascia e la sollevò sopra un cavo d’ormeggio.