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In due passi Domon afferrò con una mano l’ascia e con l’altra la gola del marinaio. «La Spray sta qui finché non lo dico io, Aedwin Cole!» ringhiò.

«Sono impazziti, capitano!» gridò Yarin. Un’esplosione mandò echi sul porto e spinse i gabbiani a volteggiare e sbraitare; il fulmine balenò di nuovo e si schiantò dentro Falme. «Le damane ci uccideranno tutti! Andiamo via, finché sono impegnate a uccidersi tra di loro. Non s’accorgeranno di noi, se non quando saremo lontano!»

«Ho dato la mia parola» disse Domon. Strappò di mano a Cole l’ascia e la gettò sul ponte. «Ho dato la mia parola» ripeté. “Fa’ presto, donna” pensò. “Aes Sedai, o quel che sei. Fa’ presto!"

Geofram Bornhald guardò i fulmini balenare sopra Falme e non stette lì a porsi domande. Una gigantesca creatura alata, senza dubbio uno dei mostri Seanchan, volteggiò pazzamente per sfuggire ai fulmini. Una tempesta avrebbe impacciato tanto i Seanchan quanto loro, pensò Bornhald. Alture quasi prive d’alberi, a parte qualche rado boschetto, gli nascondevano ancora la città.

I suoi mille uomini, disposti a ventaglio, formavano una lunga linea di cavalieri che increspava gli avvallamenti fra le alture. Il vento gelido agitava i mantelli e lo stendardo a fianco di Bornhald, col sole d’oro dai raggi ondulati, l’insegna dei Figli della Luce.

«Vai ora, Byar» ordinò Bornhald. L’uomo dal viso scarno esitò e Bornhald accentuò il tono. «Ti ho detto di andare, Figlio Byar!»

Byar si portò al cuore la mano e s’inchinò. «Come ordini, milord capitano.» Girò il cavallo, con chiara riluttanza.

Bornhald si tolse di mente Byar. Aveva fatto il possibile, lì. Alzò la voce. «Legione avanti al passo!»

Con uno scricchiolio di selle, la lunga linea di uomini dal manto bianco si mosse lentamente verso Falme.

Da dietro l’angolo Rand scrutò i Seanchan in arrivo e con una smorfia si ritirò nello stretto vicolo fra due stalle: sarebbero giunti presto. Aveva la guancia incrostata di sangue; le ferite ricevute da Turak bruciavano, ma non poteva farci niente, per il momento. Il fulmine saettò di nuovo; Rand sentì sotto i piedi le vibrazioni del colpo. Che cosa accadeva?

«Vicino?» disse Ingtar. «Rand, bisogna salvare il Corno di Valere.» Malgrado i Seanchan, malgrado i fulmini e le insolite esplosioni giù nella città vera e propria, pareva preoccupato per altre cose. In fondo al vicolo, Mat, Perrin e Hurin tenevano d’occhio un’altra pattuglia Seanchan. Il posto dove avevano lasciato i cavalli ormai era vicino, se riuscivano ad arrivarci.

«Lei è nei guai» brontolò Rand. Egwene. Aveva nella testa una bizzarra sensazione, come se parti della sua stessa vita fossero state in pericolo. Egwene era un filo della fune che formava la sua vita, ma c’erano altri fili e sentiva che anch’essi erano minacciati. Laggiù, a Falme. E se uno di questi fili fosse andato distrutto, la sua vita non sarebbe stata mai completa. Non capiva il significato, ma era sicurissimo di questa sensazione.

«Qui un solo uomo potrebbe tenerne a bada cinquanta» disse Ingtar. Le due stalle erano vicinissime, con spazio sufficiente appena per due uomini affiancati. «Un solo uomo per bloccarne cinquanta in una strettoia. Non brutta, come morte. Per meno, hanno creato ballate.»

«Non ce ne sarà bisogno» disse Rand. «Spero.» Vide esplodere un tetto. “Come faccio a tornare in città?" pensò. “Devo raggiungere Egwene. Lei e le altre?" Scosse la testa e si sporse dall’angolo. I Seanchan si avvicinavano.

«Non ho mai saputo che cosa avrebbe fatto» disse Ingtar, piano, quasi tra sé. Aveva sguainato la spada e ne saggiava il filo. «Un ometto pallido che nessuno nota nemmeno se guarda proprio dalla sua parte. Devi farlo entrare a Fal Dara, mi fu detto; nella fortezza. Non volevo, ma dovevo farlo. Capisci? Dovevo. Non sapevo quali intenzioni avesse, finché non ha scagliato la freccia. Ancora adesso non so se mirava all’Amyrlin o a te.»

Rand sentì un brivido. Fissò Ingtar. «Cosa dici?» bisbigliò.

Ingtar studiò la spada e parve non udire. «Dappertutto la razza umana è spazzata via. Nazioni cadono e svaniscono. Amici delle Tenebre sono ovunque. Nel meridione pare che nessuno se ne accorga, che nessuno se ne curi. Noi combattiamo per tenere le Marche di Confine, per dare sicurezza ai popoli del meridione; ma ogni anno, malgrado i nostri sforzi, la Macchia avanza. E nel meridione pensano che i Trolloc siano un mito e i Myrddraal storie da menestrelli.» Si accigliò e scosse la testa. «Pareva l’unico modo. Saremmo morti per niente, in difesa di popoli che neppure conoscono le nostre imprese, che non se ne curano. Pareva logico. Perché lasciarci distruggere per loro, quando potevamo avere la nostra pace? Meglio l’Ombra, ho pensato, che l’inutile oblio, come Carallain, come Hardan, come... Pareva così logico, allora.»

Rand lo afferrò per il bavero. «Smettila di dire stupidaggini!» sbottò, rifiutandosi di raccogliere le allusioni. «Parla chiaro, senza tante storie!»

Ingtar lo guardò con occhi lucidi di lacrime trattenute. «Sei un uomo migliore di me. Pastore o lord, sei un uomo migliore. Le Profezie dicono: ‘Chiunque mi suoni, non pensi alla gloria, ma solo alla salvezza’. Alla mia salvezza, pensavo. Avrei suonato il Corno, avrei guidato a Shayol Ghul gli eroi delle Epoche. Di sicuro questo gesto sarebbe bastato a salvarmi. Nessuno cammina nell’Ombra tanto a lungo da non poter tornare nella Luce. Così si dice. Sarebbe bastato a cancellare cosa sono stato e cosa ho fatto.»

«Oh, Luce santa, Ingtar!» Rand lasciò la presa e si abbandonò contro la parete della stalla. «Credo che.,. che la volontà basti. Non devi fare altro che smettere d’essere... uno di loro.» Ingtar trasalì come se Rand l’avesse detto a chiare lettere: Amico delle Tenebre.

«Rand, quando Verin ci ha portati qui attraverso la Pietra Portale, ho... ho vissuto altre vite. Talvolta ho avuto fra le mani il Corno, ma non l’ho mai suonato. Ho cercato di fuggire quel che ero diventato, ma non ci sono mai riuscito. Mi si chiedeva sempre dell’altro, sempre cose peggiori delle precedenti, finché non ero... Tu eri pronto a rinunciare a tutto per salvare un’amica. ‘Chiunque mi suoni, non pensi alla gloria.’ Oh, Luce, aiutami!»

Rand non seppe che cosa dire, Come se Egwene gli avesse rivelato d’avere ucciso bambini. Una confessione troppo orribile per crederci. Troppo orribile perché chiunque l’ammettesse, se non era vera.

Dopo un poco Ingtar parlò di nuovo, con fermezza. «Dev’esserci un prezzo, Rand. C’è sempre un prezzo. Forse posso pagarlo qui.»

«Ingtar, non...»

«Ogni uomo ha il diritto, Rand, di scegliere il momento in cui Rinfoderare la Spada. Anche uno come me.»

Prima che Rand potesse replicare, Hurin giunse di corsa dal fondo del vicolo. «La pattuglia ha cambiato direzione» annunciò. «Va giù in città. Pare che si radunino lì. Mat e Perrin hanno proseguito.» Diede una rapida occhiata alla via e si ritrasse. «Meglio seguirli, lord Ingtar, lord Rand. Quei Seanchan dalla testa d’insetto sono quasi qui.»

«Vai, Rand» disse Ingtar. Si girò verso la via e non guardò più Rand e Hurin. «Porta il Corno nel posto che gli compete. Ho sempre saputo che l’Amyrlin avrebbe dovuto affidare a te il comando. Ma volevo soltanto mantenere integro lo Shienar, evitare che ci spazzassero via e ci dimenticassero.»

«Lo so, Ingtar» disse Rand. Trasse un respiro profondo. «La Luce splenda su di te, lord Ingtar di Casa Shinowa. Possa tu trovare riparo nella mano del Creatore.» Gli toccò la spalla. «L’ultimo abbraccio della madre ti dia il benvenuto a casa.» Hurin ansimò.

«Grazie» rispose piano Ingtar. Parve rasserenarsi. Per la prima volta, dall’incursione dei Trolloc a Fal Dara, tornò come Rand l’aveva conosciuto, fiducioso e calmo.

Rand si girò. «Andiamo via anche noi, è tempo» disse. Hurin fissava entrambi. «Ma lord Ingtar...»

«Fa ciò che deve fare» disse Rand, brusco. «Ma noi ce ne andiamo.»