Выбрать главу

Rand riconobbe perfino il viso del capitano. Bayle Domon. Si strinse la testa. Non scorgeva gli alberi, eppure vedeva ancora con chiarezza ciascuno degli altri. Hurin, ansioso. Mat, impaurito. Perrin, fatalista. La nebbia ribolliva intorno a loro.

Hurin ansimò: «Lord Rand!» Non aveva bisogno d’indicare.

Dalle volute di nebbia, come dal fianco d’una montagna, scendevano sagome a cavallo. Sulle prime la fitta nebbia non permise di scorgere altro; ma poi le sagome vennero più vicino e toccò a Rand restare a bocca aperta. Lui li conosceva. Uomini, non tutti in armatura, e donne. Abiti e armi provenivano da ogni Epoca, ma Rand li conosceva tutti.

Rogosh Occhio d’Aquila, dall’aria paterna, con i capelli bianchi e occhi così acuti da non rendere giustizia al soprannome. Gaidal Cain, bruno di carnagione, con l’elsa di due spade che gli spuntava da sopra le spalle. Birgitte dai capelli d’oro, con il lucente arco d’argento e la faretra irta di frecce d’argento. Altri ancora. Rand conosceva il loro viso, il loro nome. Ma udì un centinaio di nomi, quando guardò ciascun viso, alcuni così diversi che non li riconobbe come nomi, pur sapendo che lo erano. Michel invece di Mikel. Patrick invece di Paedrig. Oscar invece di Otarin.

Conosceva anche l’uomo che cavalcava alla loro testa. Alto, dal naso a becco, con occhi scuri e infossati, e al fianco la grande spada Giustizia. Arto Hawkwing.

Mat, a bocca aperta, li guardò fermarsi davanti a loro. «Siete... siete tutti qui?» disse.

Erano poco più d’un centinaio, notò Rand; inspiegabilmente, capì d’averlo sempre saputo.

Hurin guardava a bocca aperta e occhi fuori delle orbite.

«Non basta il coraggio per legare al Corno un uomo» disse Artur Hawkwing, con voce profonda e sonora, avvezza a dare ordini.

«O una donna» disse Birgitte, brusca.

«O una donna» convenne Artur. «Solo pochi sono legati alla Ruota e girano di nuovo per intessere nel Disegno delle Epoche la volontà della Ruota. Tu potresti dirglielo, Lews Therin, se solo ricordassi quando avevi carne e ossa.» Guardava Rand.

Rand scosse la testa, ma non voleva sprecare tempo in inutili proteste. «Sono giunti degli invasori» disse. «Uomini che si fanno chiamare Seanchan e che in battaglia utilizzano Aes Sedai incatenate. Devono essere rigettati in mare. E... e c’è una ragazza. Egwene al’Vere. Una novizia della Torre Bianca. I Seanchan la tengono prigioniera. Dovete aiutarmi a liberarla.»

Con sua sorpresa, diversi componenti del piccolo esercito alle spalle di Artur Hawkwing ridacchiarono; Birgitte, saggiando la corda dell’arco, scoppiò a ridere. «Scegli sempre donne che ti cacciano nei guai, Lews Therin» disse, in tono affettuoso, come tra vecchi amici.

«Mi chiamo Rand al’Thor» replicò Rand, brusco. «Dovete affrettarvi. Non c’è molto tempo.»

«Tempo?» replicò Birgitte, con un sorriso. «Abbiamo tutto il tempo del mondo.»

Gaidal Cain lasciò le redini e, guidando con le ginocchia il cavallo, impugnò una spada per mano. Tutti, nella piccola banda d’eroi, sguainarono la spada o impugnarono l’arco o sollevarono la lancia o l’ascia.

Giustizia brillò come specchio, nel pugno guantato di Artur Hawkwing. «Innumerevoli volte ho combattuto al tuo fianco, Lews Therin» disse Artur. «E altrettante ti ho affrontato. La Ruota c’intesse per i suoi scopi, non per i nostri, al servizio del Disegno. Ti conosco, se tu non conosci te stesso. Scacceremo per te questi invasori.» Il suo cavallo da guerra s’impennò. Artur si guardò intorno, accigliato. «Qui c’è qualcosa che non va. Qualcosa mi trattiene.» All’improvviso puntò su Rand lo sguardo penetrante. «Tu sei qui. Hai lo stendardo?»

Un mormorio corse lungo la schiera di eroi alle sue spalle.

«Sì» rispose Rand. Aprì la bisaccia e prese lo stendardo del Drago. Il vessillo ricadde fin quasi alle ginocchia del cavallo. Fra gli eroi, il mormorio crebbe d’intensità.

«Il Disegno s’intesse intorno al nostro collo come briglia» disse Artur Hawkwing. «Tu sei qui. Lo stendardo è qui. L’ordito di questo istante è fissato. Siamo accorsi al richiamo del Corno, ma dobbiamo seguire lo stendardo. E il Drago.»

Hurin emise un debole gemito, come se l’avessero soffocato.

«La Luce mi fulmini» alitò Mat. «Allora è vero!»

Perrin esitò solo un istante: poi smontò da cavallo e s’avviò con decisione nella nebbia. Risuonarono colpi d’ascia. Perrin tornò reggendo un alberello ripulito dei rami. «Dallo a me, Rand» disse in tono grave. «Se loro ne hanno bisogno... Dallo a me.»

Rand l’aiutò a legare all’asta lo stendardo. Quando Perrin rimontò a cavallo, asta in mano, il vento parve increspare il bianco stendardo: il Drago sinuoso si mosse come vivo. Il vento non toccò la fitta nebbia, solo lo stendardo.

«Tu stai qui» disse Rand a Hurin. «Quando sarà terminato... Qui sarai al sicuro.»

Hurin sguainò la corta spada, reggendola come se potesse essergli utile, da cavallo. «Ti chiedo scusa, lord Rand, ma non sono d’accordo. Non capisco la decima parte di quel che ho ascoltato... né di quel che vedo...» Abbassò il tono, fino a un mormorio; poi riprese voce. «Ma sono arrivato fin qui e continuerò fino alla fine.»

Artur Hawkwing gli diede una manata sulla spalla. «A volte la Ruota aggiunge qualcuno al nostro gruppo, amico. Forse un giorno anche tu ti ritroverai fra noi.» Hurin si drizzò come se gli avessero offerto uno scettro. Artur s’inchinò formalmente verso Rand. «Con il tuo permesso... lord Rand. Trombettiere, vuoi dare fiato al Corno? È giusto che il Corno di Valere ci canti in battaglia. Portabandiera, vuoi avviarti?»

Mat suonò di nuovo il Corno, a lungo e con forza. Perrin spinse avanti il cavallo. Rand sguainò la spada col marchio dell’airone e cavalcò fra i due.

Vedeva solo le dense volute di nebbia biancastra, ma in qualche modo poteva ancora vedere la scena di prima. Falme, dove per le vie qualcuna usava il Potere; e il porto e l’armata Seanchan e i Manti Bianchi che morivano: tutto sotto di lui e sopra di lui, come in precedenza. Pareva che il tempo non fosse trascorso, da quando Mat aveva tratto dal Corno il primo squillo; pareva che si fosse fermato per consentire agli eroi di rispondere alla chiamata. Ora riprese a scorrere.

Gli squilli privi d’armonia che Mat cavava dal Corno echeggiarono nella nebbia, insieme col tambureggiare di zoccoli. Rand si lanciò alla carica, senza sapere dove si dirigeva. Le nubi s’infittirono, nascosero in parte la fila di eroi che galoppavano ai suoi lati; continuarono a infittirsi finché Rand non scorse chiaramente solo Mat, Perrin e Hurin. Hurin si teneva basso in sella, con occhi sgranati, e incitava il cavallo. Mat dava fiato al Corno e rideva. Perrin, con gli occhi gialli che risplendevano, teneva alto lo stendardo del Drago. Poi anche loro scomparvero e Rand cavalcò, pareva, da solo.

In un certo modo, poteva ancora vederli, ma come vedeva Falme e i Seanchan. Non sapeva dove fossero, né dov’era lui stesso. Aumentò la stretta sulla spada e scrutò nella nebbia. Andò alla carica da solo e intuì che così doveva essere.

All’improvviso Ba’alzamon fu davanti a lui e spalancò le braccia.

Red s’impennò come impazzito e disarcionò Rand. Sbalzato in aria, Rand s’afferrò disperatamente alla spada. Non atterrò sul duro. Anzi, con stupore, pensò d’essere atterrato... su niente. L’istante prima si librava nella nebbia; l’istante dopo, no.

Si rialzò e non vide più il cavallo; ma Ba’alzamon era ancora lì, avanzava a grandi passi e reggeva un lungo bastone bruciacchiato e annerito. C’erano solo loro due e la nebbia vorticante. Dietro Ba’alzamon c’era ombra: non nebbia scura, ma tenebra che escludeva la nebbia biancastra.