Mat giaceva immobile, a occhi chiusi, le mani sopra le coperte. Aveva l’aria esausta. Non proprio da ammalato, ma come se avesse lavorato per tre giorni nei campi e solo allora si fosse disteso a riposare. Aveva però un odore... sbagliato. Perrin non sapeva come definirlo. Sbagliato, ecco.
Si sedette con cautela sul lettino accanto a quello di Mat. Agiva sempre con prudenza. Era più grosso di tanti e da bambino doveva stare attento a non far male agli altri senza volerlo. O a non rompere le cose. Ormai in lui la cautela era una seconda natura. Gli piaceva anche riflettere prima di agire e a volte discuterne con qualcuno. Ma Rand credeva d’essere un lord e lui non poteva parlargli; e Mat non avrebbe avuto di certo molto da dire.
La notte precedente si era ritirato in un giardino, a riflettere. Il ricordo lo faceva ancora vergognare un poco. Se non fosse uscito in giardino, sarebbe rimasto nella sua stanza; sarebbe andato con Egwene e Mat e forse avrebbe impedito che restassero feriti. Più probabilmente, si disse, sarebbe stato invece in uno di quei lettini, come Mat, o morto. Ma il pensiero non lo consolò ugualmente. Comunque, era andato nel giardino e questo non aveva niente a che fare con l’assalto dei Trolloc che ora lo preoccupava.
Alcune domestiche l’avevano trovato lì seduto nel buio, e con loro una dama di lady Amalisa, lady Timora. Appena si erano imbattute in lui, Timora aveva ordinato a una domestica di cercare subito Liandrin Sedai, in fretta; e lui aveva udito.
Erano rimaste lì a fissarlo, neanche dovesse svanire in uno sbuffo di fumo come i menestrelli. Proprio allora era suonato l’allarme e tutti nella rocca si erano messi a correre.
«Liandrin» borbottò adesso Perrin. «Ajah Rossa. Non fanno altro che dare la caccia a uomini in grado d’incanalare il Potere. Tu non pensi che lei creda che io sia uno di loro, vero?» Mat ovviamente non rispose. Perrin si strofinò il naso, addolorato. «Ora parlo tra me. Mi manca solo questo.»
Mat mosse le palpebre. «Chi... Perrin? Cos’è accaduto?» Non aprì del tutto gli occhi e parlava come se fosse ancora mezzo addormentato.
«Mat, non ricordi niente?»
«Ricordo?» Con gesto insonnolito Mat si portò al viso la mano, poi la lasciò ricadere con un sospiro. Cominciò a chiudere gli occhi. «Ricordo Egwene. Mi ha chiesto... di andare giù... a trovare Fain.» Rise, e la risata si mutò in uno sbadiglio. «Non l’ha chiesto. L’ha ordinato... Dopo non so cos’è avvenuto...» Schioccò le labbra e riprese a respirare al ritmo del sonno profondo.
Perrin balzò in piedi, perché aveva udito avvicinarsi qualcuno, ma non aveva dove andare. Era ancora fermo accanto al lettino di Mat, quando la porta si aprì e Leane entrò. L’Aes Sedai si bloccò, mise i pugni sui fianchi e lo scrutò lentamente da capo a piedi. Era alta quasi quanto lui.
«Ehi, tu» disse, in tono basso ma vivace. «Sei un bel ragazzo, quasi da farmi rimpiangere di non essere una Verde, ma se hai disturbato il paziente... be’, avevo a che fare con fratelli grandi e grossi quanto te, prima di andare alla Torre; non credere che le spalle larghe ti diano vantaggi.»
Perrin si schiarì la voce. Metà delle volte non capiva che cosa le donne intendessero dire, quando parlavano. Lui non era come Rand, che sapeva sempre che cosa dire alle ragazze. Si rese conto d’essersi accigliato e si rasserenò. Non voleva pensare a Rand, ma di certo non voleva turbare una Aes Sedai, soprattutto una che cominciava a battere il piede, spazientita. «Ah...» disse «non l’ho disturbato. Dorme ancora, vedi?»
«Vedo. Buon per te. Cosa fai qui? Mi ricordo d’averti scacciato già una volta.»
«Volevo solo sapere come sta.»
Leane esitò. «Dorme: ecco come sta. Fra qualche ora si alzerà da quel letto e penserai che non ha mai avuto niente.»
L’esitazione gli fece rizzare i capelli. La donna mentiva, intuì Perrin. Le Aes Sedai non mentivano mai, ma d’altra parte non sempre dicevano la verità. Non capiva bene che cosa succedeva «Liandrin lo cercava, Leane gli mentiva» ma era tempo di togliersi dai piedi. Per Mat non poteva fare niente.
«Grazie» disse. «Allora è meglio che lo lasci dormire. Scusami. Cercò di girarle attorno per raggiungere la porta, ma a un tratto lei lo afferrò per il viso e gli piegò la testa in modo da guardarlo negli occhi. Perrin sentì qualcosa passare dentro di lui, un’increspatura calda che partì dalla testa e gli arrivò fino ai piedi e poi tornò indietro. Tirò via la testa.»
«Sei sano come un cucciolo selvatico» disse Leane, imbronciandosi. «Ma se sei nato con quegli occhi, allora io sono un Manto Bianco.»
«Sono i miei occhi» ringhiò Perrin. Si vergognò un poco a parlare con quel tono a una Aes Sedai, ma rimase sorpreso quanto lei, quando la prese gentilmente per le braccia, la sollevò e la spostò di lato, posandola a terra fuori dei piedi. Mentre si fissavano, Perrin si domandò se i propri occhi erano sgranati per lo stupore quanto quelli di lei. «Scusami» ripeté; e si mise quasi a correre.
"I miei occhi!" pensò. “I miei maledetti occhi!" Alla luce del mattino, brillavano come oro brunito.
Rand si rigirò nel letto cercando una posizione comoda sul materasso sottile. La luce del sole entrava dalle feritoie e indorava le pareti di nuda pietra. Per il resto della notte Rand non aveva dormito e, per quanto stanco fosse, era sicuro di non prendere più sonno. Il farsetto di cuoio giaceva a terra, fra il letto e la parete, ma a parte questo Rand era vestito e aveva anche gli stivali. La spada era appoggiata accanto al letto; in un angolo, arco e faretra erano sopra i fagotti.
Non riusciva a liberarsi della sensazione di dover afferrare al volo la possibilità offertagli da Moiraine e andarsene subito. L’impulso l’aveva tormentato per tutta la notte. Tre volte si era alzato per andarsene. Due volte era arrivato al punto d’aprire la porta. Nei corridoi c’erano solo alcuni domestici impegnati negli ultimi lavori; la strada era libera. Ma lui doveva sapere.
Entrò Perrin, a testa bassa, sbadigliando. Rand si alzò a sedere. «Come sta Egwene? E Mat?»
«Egwene dorme. Così m’hanno detto. Volevo vederla, ma non mi hanno lasciato entrare negli alloggi delle donne. Mat è...» All’improvviso si accigliò, fissando per terra. «Se t’interessa tanto, perché non sei andato a trovarlo? Di noi te ne freghi, no? L’hai detto tu.» Aprì l’armadio e cercò una camicia pulita.
«Sono andato all’infermeria. C’era una Aes Sedai, quella spilungona sempre intorno all’Amyrlin Seat. Ha detto che Mat dormiva e che dovevo togliermi dai piedi e tornare in un altro momento. Pareva mastro Thane quando metteva in riga gli uomini al mulino. Sai com’era mastro Thane, sempre brusco e pieno di pretese.»
Perrin non rispose. Si tolse la giacca e la camicia.
Rand fissò per un momento la schiena dell’amico, poi si mise a ridere. «Vuoi sapere una cosa? Sai cosa mi ha detto? L’Aes Sedai nell’infermeria, intendo. Hai visto quant’è alta, come molti uomini: ancora cinque dita e mi potrebbe guardare negli occhi. Be’, mi ha squadrato in lungo e in largo e ha borbottato: “Sei alto, eh? Dov’eri, quando avevo sedici anni? O anche trenta?" E si è messa a ridere, come se fosse una battuta. Cosa ne pensi?»
Perrin terminò d’indossare la camicia pulita e lo guardò di sottecchi. Con le spalle robuste e i folti ricci, a Rand parve un orso ferito. Un orso che non capiva perché l’avessero ferito.
«Perrin, sono...»
«Se vuoi fare battute con le Aes Sedai» lo interruppe Perrin «sono fatti tuoi. Milord.» Cominciò a infilarsi nelle brache il lembo della camicia. «Io non passo molto tempo a mostrarmi... spiritoso, si dice così?... con le Aes Sedai. Ma sono solo un fabbro e potrei dare fastidio. Milord.» Raccolse da terra la giubba e si diresse alla porta.
«Maledizione, Perrin, scusa. Avevo paura e pensavo d’essere nei guai. E forse non mi sbagliavo, forse sono ancora nei guai. Non volevo coinvolgere anche te e Mat. Luce santa, ieri notte tutte le donne erano alla mia ricerca. Credo che faccia parte del guaio in cui mi trovo. E Liandrin... Lei...» Alzò le mani al cielo. «Perrin, credimi, non ti piacerebbe esserci in mezzo.»