Perrin si era fermato, ma guardava ancora la porta e girò solo la testa quanto bastava perché Rand vedesse un occhio giallo. «Ti cercavano? Forse ci cercavano tutt’e tre.»
«No, cercavano me. Vorrei che non fosse vero, ma lo so.»
Perrin scosse la testa. «Comunque, Liandrin voleva me. Lo so. L’ho udito.»
Rand corrugò la fronte. «Perché mai dovrebbe... Comunque, non cambia niente. Senti, ho aperto bocca e ho detto cose che non dovevo dire. Non le pensavo sul serio. Ora, ti dispiace dirmi come sta Mat?»
«Dorme. Leane, cioè l’Aes Sedai, ha detto che fra qualche ora sarà di nuovo in piedi.» Si strinse nelle spalle, a disagio. «Credo che abbia mentito. So che le Aes Sedai non mentono mai, ma lei non diceva tutta la verità.» Esitò, con un’occhiata di sguincio. «Davvero non pensavi sul serio tutto quello che ci hai detto? Da qui ce ne andiamo insieme? Tu, io e Mat?»
«No, Perrin. Non posso spiegarti il motivo, ma devo davvero andarmene per conto mi... Perrin, aspetta!»
L’uscio sbatté alle spalle di Perrin.
Rand si lasciò cadere sul letto. «Non posso dirtelo» mormorò. Batté il pugno contro la fiancata del letto. «Non posso.» “Ma tu ora puoi andare” gli disse una vocina in fondo alla mente. “Egwene sta bene e fra un paio d’ore Mat si alzerà. Puoi andare via subito. Prima che Moiraine cambi idea."
Stava per rimettersi a sedere, quando udì bussare alla porta. Balzò in piedi. Non era Perrin: lui non avrebbe bussato. Bussarono di nuovo.
«Chi è?»
Lan entrò e col tacco dello stivale chiuse la porta. Come al solito, portava la spada sopra una semplice giubba verde che nei boschi risultava quasi invisibile. Stavolta, però, aveva un largo cordone d’oro legato all’avambraccio sinistro; i capi frangiati gli arrivavano quasi al gomito. Al nodo era spillata una gru in volo, d’oro: il simbolo del Malkier.
«L’Amyrlin Seat vuole vederti, pastore. Non puoi presentarti in queste condizioni. Cambiati la camicia e datti una pettinata: sembri un covone di fieno.» Spalancò l’armadio e si mise a frugare tra gli abiti che Rand non intendeva portare con sé.
Rand rimase dov’era, rigido, come se avesse ricevuto una martellata in testa. Si era aspettato la convocazione, certo; ma aveva pensato di riuscire a evitarla andando via in tempo. «Cosa significa?» disse. «Sto per andarmene, Lan. Avevi ragione. Vado subito alle stalle, prendo il cavallo e me ne vado.»
«Dovevi farlo la notte scorsa» replicò Lan. Gettò sul letto una camicia di seta bianca. «Nessuno rifiuta un’udienza con l’Amyrlin Seat, pastore. Nemmeno lo stesso capitano comandante dei Manti Bianchi. Durante il tragitto, Pedron Niall studierebbe un piano per ucciderla e filarsela, ma si presenterebbe.» Si girò, reggendo una delle giubbe a collo alto. «Questa andrà bene.» Un ricamo a filo d’oro, raffigurante rovi intricati e spinosi, ornava le maniche, rosse, e girava intorno ai polsini. Sul bavero, dal bordo dorato, c’erano due aironi d’oro. «Anche il colore è adatto.» Parve divertito, o soddisfatto. «Su, pastore, cambia la camicia. Muoviti.»
Con riluttanza Rand si tolse la camicia da lavoro, di lana grezza. «Mi sentirò uno sciocco» brontolò. «Una camicia di seta! Non ne ho mai portate in vita mia. E nemmeno una giubba così elegante, neppure nei giorni di festa.» Se Perrin l’avesse visto con quella roba addosso, non avrebbe più sentito ragioni.
«Non puoi presentarti all’Amyrlin Seat vestito come un garzone appena uscito dalle stalle, pastore. Fammi vedere gli stivali. Sì, possono andare. Bene, sbrigati. Non si fa aspettare l’Amyrlin Seat. Agganciati la spada.»
«La spada!» esclamò Rand, con voce soffocata dalla camicia di seta. «Negli alloggi delle donne! Lan, se mi presento all’Amyrlin Seat portando la spada, lei mi...»
«Non ti farà niente» lo interruppe Lan, secco. «Se l’Amyrlin Seat ha paura di te... e non crederlo nemmeno per un istante, perché quella donna non si lascia spaventare da niente... non sarà certo per una spada. Allora, ricorda che dovrai inginocchiarti davanti a lei. E piega solo un ginocchio» soggiunse, brusco. «Non sei un mercante colto a barare sul peso. Forse è meglio fare un paio di prove.»
«Credo di sapere come si fa. Ho visto le Guardie piegare il ginocchio davanti alla regina Morgase.»
Lan increspò le labbra in un accenno di sorriso. «Sì, fai come hanno fatto loro. Così darai di che pensare.»
Rand corrugò la fronte. «Perché mi dai questi consigli, Lan? Sei un Custode. Ma ti comporti come se tu fossi dalla mia parte.»
«Sono dalla tua parte, pastore. Un poco. Quanto basta a darti un piccolo aiuto.» Le parole di simpatia stonavano con il viso di pietra e la voce dura. «Ti ho addestrato io e non voglio vederti strisciare e frignare. La Ruota intesse nel Disegno tutti noi come vuole. Tu hai meno libertà di tanti, ma puoi affrontare da uomo il tuo destino. Ricorda chi è l’Amyrlin Seat e mostra il giusto rispetto; ma fai come ti dico io e guardala negli occhi. Be’, non stare a bocca aperta. Rimboccati la camicia.»
Rand chiuse la bocca e si rimboccò la camicia. Altro che ricordare chi era! Avrebbe dato chissà che cosa, per dimenticare chi era!
Mentre Rand indossava la giubba e si agganciava il cinturone con la spada, Lan continuò con le istruzioni: cosa dire e a chi dirlo, cosa non dire, cosa fare e cosa non fare, perfino come muoversi. Rand non era sicuro di ricordare tutto: molte cose parevano bizzarre e quindi facili da dimenticare; e lui era sicuro che, se dimenticava qualcosa, era proprio quella che avrebbe fatto arrabbiare le Aes Sedai. Ammesso che non fossero già furiose con lui. Se Moiraine aveva raccontato tutto all’Amyrlin Seat, quante altre aveva informato?
«Lan, perché non posso andarmene e basta, come avevo intenzione? Quando saprà che non mi presento, sarò lontano una lega e al galoppo.»
«E lei manderà battitori a raggiungerti prima che tu abbia fatto due leghe. L’Amyrlin Seat, pastore, ottiene sempre quel che vuole.» Diede una sistemata al cinturone di Rand, in modo che la grossa fibbia fosse bene in centro. «Quel che faccio è la cosa migliore per te. Credimi.»
«Ma perché tutto questo? Cosa significa? Perché devo mettere la mano sul cuore, se l’Amyrlin Seat si alza? Perché devo rifiutare tutto tranne l’acqua, lasciarne gocciolare un poco sul pavimento e dire: ‘La terra ha sete’? E se mi chiede quanti anni ho, perché devo contarli a partire da quando ho avuto la spada? Non capisco neppure la metà di quel che mi hai detto.»
«Tre gocce, pastore, non tanta. Devi spruzzare solo tre gocce. Capirai in seguito, per ora basta che ti ricordi. Fai conto che sia un’usanza da seguire. L’Amyrlin farà con te come deve. Se pensi di poterlo evitare, allora pensi anche di poter volare sulla luna come Lenn. Non puoi sfuggirle, ma forse puoi tenerle testa per un poco e serbare almeno l’orgoglio. Maledizione, probabilmente spreco il tempo, ma non ho di meglio da fare. Stai fermo un attimo.» Trasse di tasca una larga cordicella d’oro, frangiata ai capi, e gliela legò intorno al braccio sinistro, con un nodo complicato. Sul nodo attaccò una spilla di smalto rosso, un’aquila dalle ali spalancate. «L’avevo fatta fare per regalartela; questa è un’occasione buona come un’altra. Anche la spilla darà loro da pensare.» Adesso non c’erano dubbi: il Custode sorrideva.
Rand, preoccupato, guardò la spilla. Caldazar. L’Aquila Rossa di Manetheren. «Una spina nel piede del Tenebroso» mormorò «e un rovo nella sua mano.» Guardò il Custode. «Manetheren è morto e dimenticato da moltissimo tempo, Lan. Ora è soltanto un nome sui libri. Esistono solo i Fiumi Gemelli. E io sono un pastore e un contadino, Tutto qui.»
«Be’, la spada infrangibile alla fine si spezzò, pastore, ma combatté l’Ombra fino all’ultimo. C’è una sola regola per dimostrarsi uomo: qualsiasi cosa si presenti, affrontala in piedi. Allora, sei pronto? L’Amyrlin Seat aspetta.»