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Agelmar diede a Rand una pacca sulla spalla, con fare paterno. «Vedi. Parlerai con lei, se non proprio nel modo che volevi. Andiamo, Kajin. Abbiamo ancora un mucchio da fare. L’Amyrlin insiste ancora per...» Il resto si perdette, mentre i due si allontanavano. Rand rimase a guardare Egwene.

Le donne continuavano a osservarli, si accorse Egwene. Guardavano anche lei, non solo Rand: per vedere che cosa avrebbe fatto. Ma lei non se la sentiva d’infierire. Rand aveva bisogno d’una pettinata; in viso mostrava collera, sfida, stanchezza. «Cammina con me» gli disse Egwene, Dietro di loro nacque un mormorio, mentre fianco a fianco si allontanavano dagli alloggi delle donne. Rand pareva lottare con se stesso, cercare le parole.

«Ho sentito parlare delle tue... imprese» disse infine Egwene. «Correre per gli alloggi delle donne, ieri notte, con la spada in pugno. E presentarsi con la spada al fianco a un’udienza dell’Amyrlin Seat.» Rand continuò a restare in silenzio e a camminare a occhi bassi. «Non ti ha... fatto male, vero?» domandò Egwene. Non riuscì a usare la parola ‘domare’: Rand pareva quello di sempre, ma lei non aveva idea dell’aspetto di un uomo ‘domato’.

Rand sobbalzò. «No. Non ha... L’Amyrlin non mi ha fatto niente.»

Egwene ebbe l’impressione che Rand fosse stato sul punto di dire una cosa del tutto diversa. In genere riusciva a strappargli quel che voleva nasconderle, ma quando Rand decideva d’essere cocciuto, era più facile scalzare dal muro un mattone usando le unghie. Dall’espressione, in quel momento era più cocciuto che mai.

«Rand, cosa voleva da te?»

«Niente d’importante. Ta’veren. Voleva vedere i ta’veren.» Addolcì l’espressione. «E tu, Egwene? Stai bene? Moiraine ha detto che ti saresti ripresa, ma parevi morta. Ti ho creduto morta, appena t’ho vista.»

«Be’, morta non sono» rise lei. Ricordava solo d’avere chiesto a Mat d’accompagnarla nelle prigioni sotterranee e d’essersi risvegliata nel proprio letto, la mattina seguente. Da quel che aveva sentito dire di quella notte, era felice di non ricordare niente. «Moiraine ha detto che, se avesse potuto guarire solo il resto, mi avrebbe lasciato un bel mal di testa per essermi comportata da stupida; ma non poteva.»

«T’avevo avvisata che Fain era pericoloso» borbottò Rand. «Ma tu non hai voluto darmi retta.»

«Se hai intenzione di farmi la predica» replicò Egwene, decisa «ti riporto da Nisura. Così impari. L’ultimo che ha cercato di entrare con la forza negli alloggi delle donne ha passato un mese con le mani nell’acqua saponata, in lavanderia: e voleva solo discutere con la fidanzata. Almeno era stato tanto furbo da non portare la spada. Chissà a te cosa farebbero.»

«Non ce n’è uno che non voglia farmi qualcosa» brontolò Rand. «Che non voglia usarmi ai propri fini. Be’, non mi lascerò usare. Trovato il Corno e il pugnale di Mat, non sarò più usato da nessuno.»

Esasperata, Egwene lo prese per le spalle e lo costrinse a guardarla in viso. Gli lanciò un’occhiata di fuoco. «Se non la pianti di dire stupidaggini, Rand al’Thor, ti prendo a schiaffi.»

«Ora sembri proprio Nynaeve» rise lui. Ma, guardandola, tornò serio. «Immagino... immagino che non ti rivedrò. Tu devi andare a Tar Valon. E diventerai Aes Sedai. Sono stufo delle Aes Sedai, Egwene. Non sarò il loro burattino: né di Moiraine, né delle altre.»

Aveva un’aria così disperata che avrebbe voluto coccolarlo e così testarda che l’avrebbe preso davvero a schiaffi. «Apri bene le orecchie, testa di rapa. Diventerò Aes Sedai e troverò il modo di aiutarti. Te lo prometto.»

«La prossima volta che ci vedremo, probabilmente vorrai domarmi.»

Egwene si guardò frettolosamente intorno: erano da soli in quel tratto di corridoio. «Se non stai attento a quel che dici, non riuscirò ad aiutarti. Vuoi che tutti sappiano?»

«Sanno già in troppi. Egwene, vorrei che le cose fossero diverse, ma non lo sono. Vorrei... Abbi cura di te. E promettimi di non scegliere l’Ajah Rossa.»

Con la vista annebbiata dalle lacrime, Egwene gli gettò le braccia al collo. «Tu devi avere cura di te» disse con ardore, parlando contro il suo petto. «Altrimenti io... io...» Credette di udirlo mormorare: “Ti amo".

Rand si liberò con fermezza della stretta e scostò Egwene. Le girò le spalle e si allontanò quasi di corsa.

Egwene sobbalzò, quando Nisura le toccò il braccio. «Si direbbe che gli hai dato un incarico odioso» commentò. «Ma non deve vedere che piangi per questo: è controproducente. Vieni, Nynaeve ti vuole.»

Egwene si asciugò le guance e seguì Nisura. “Abbi cura di te, stupido testone” pensò. “Luce santa, veglia su di lui."

9

Commiati

Nella corte esterna, quando Rand vi giunse portando le bisacce della sella e il fagotto con l’arpa e il flauto, c’era agitazione, ma non disordine. Il sole volgeva a mezzodì. Gli uomini s’affaccendavano intorno ai cavalli per controllare le cinghie della sella e i finimenti da carico; alcuni correvano con le ultime aggiunte ai bagagli, o portavano acqua a chi lavorava, o andavano a prendere qualcosa di cui si erano ricordati solo in quel momento. Ma pareva che tutti sapessero esattamente il fatto proprio. I camminamenti e le balconate per gli arcieri erano di nuovo affollati e l’entusiasmo scoppiettava nell’aria del mattino. Si udivano zoccoli raschiare le pietre del lastrico. Un cavallo da soma si mise a scalciare e alcuni stallieri accorsero a calmarlo. C’era un gran puzzo di sterco di cavallo. Il mantello di Rand cercò di sbattere nella brezza che increspava le bandiere col falco in picchiata, in cime alle torri, ma l’arco di traverso sulla schiena lo tenne a posto.

Dalle porte aperte provennero i rumori dei picchieri e degli arcieri dell’Amyrlin che prendevano posizione nella piazza: erano giunti a passo di marcia da una porta laterale. Un trombettiere provò il proprio corno.

Alcuni Custodi lanciarono un’occhiata a Rand che attraversava la corte; un paio inarcò il sopracciglio, nel vedere la spada col marchio dell’airone, ma nessuno aprì bocca. Metà di loro portava quel mantello cangiante che dava la nausea a guardarlo. Nella corte c’era Mandarb, il destriero di Lan, alto e nero, dagli occhi feroci; ma Lan non si vedeva, né si vedevano le Aes Sedai e neppure le donne. La giumenta bianca di Moiraine, Aldieb, andò a mettersi con movimenti eleganti al fianco di Mandarb.

Il baio di Rand era nel gruppo dall’altra parte della corte, che comprendeva Ingtar, un portabandiera con lo stendardo col Gufo Grigio e venti uomini in armatura, armati di lancia, già in sella. Le barre dell’elmo coprivano le facce; le sopravvesti dorate, col Falco Nero sul petto, nascondevano le corazze a piastre e a maglia. Solo l’elmo di Ingtar aveva la cresta, una mezzaluna a punte in alto, sopra la fronte. Rand riconobbe alcuni uomini: Huno, dalla lingua tagliente, con una cicatrice sulla guancia e un solo occhio; Ragan e Masema; altri con cui aveva chiacchierato o giocato qualche partita a sassolini. Ragan lo salutò agitando la mano, Huno gli rivolse un cenno, però Masema non fu l’unico a guardarlo con freddezza e a distogliere gli occhi. I cavalli da soma muovevano tranquillamente la coda.

Il baio si agitò, mentre Rand legava dietro la sella le bisacce e il fagotto. Rand mise nella staffa il piede e mormorò: «Buono, Red.» Con un volteggio montò in arcione, ma lasciò che il cavallo si muovesse per scaricare parte delle energie accumulate.

Dalla zona delle stalle comparve Loial. Il cavallo dell’Ogier, dai nodelli irsuti, era grande e grosso quanto un destriero dhurrano di prima scelta; accanto a lui, gli altri sembravano piccolini come Bela; ma con Loial in sella, l’animale pareva quasi un pony.

Loial non portava armi visibili, ma Rand non aveva mai sentito dire che gli Ogier usassero armi. Per loro, gli stedding erano protezione sufficiente. E Loial aveva le proprie priorità, le proprie idee delle cose necessarie per un viaggio. Le tasche della lunga giubba erano gonfie in modo rivelatore e le bisacce mostravano il rilievo quadrato dei libri.