Выбрать главу

L’Ogier si fermò a qualche passo da Rand, lo guardò e agitò le orecchie, incerto.

«Non sapevo che venissi anche tu» disse Rand. «Ti credevo stufo di viaggiare con noi. Stavolta non sappiamo neppure quanto staremo via, né dove andremo.»

«Come quando ci siamo conosciuti» disse Loial. «Inoltre, i motivi di allora sono validi anche adesso. Non posso perdere l’occasione di vedere la storia intessersi realmente intorno ai ta’veren. E se collaboro a trovare il Corno...»

Mat e Perrin arrivarono dietro Loial ed esitarono. Mat aveva l’aria stanca, ma pareva in buona salute.

«Mat» disse Rand «ti chiedo scusa per quel che ho detto. Perrin, non lo pensavo sul serio. Mi sono comportato da stupido.»

Mat si limitò a dargli un’occhiata, poi scosse la testa e mormorò a Perrin qualcosa che Rand non riuscì a capire. Mat aveva solo arco e faretra, ma Perrin portava alla cintura anche l’ascia, con la grossa lama a mezzaluna bilanciata da una spessa punta.

«Mat? Perrin? Davvero, non intendevo...» I due continuarono verso Ingtar.

«Quella non è una giubba adatta ai viaggi, Rand» disse Loial.

Rand diede un’occhiata alle spine d’oro che ornavano le maniche scarlatte e fece una smorfia. C’era poco da stupirsi se Mat e Perrin ritenevano ancora che si fosse montato la testa. Tornato nella sua stanza, aveva trovato che ogni cosa era stata già impacchettata e mandata via. Tutte le giubbe normali erano sui cavalli da soma, gli avevano detto i domestici; e quelle rimaste nell’armadio erano eleganti quanto la giubba che aveva indosso. Nelle bisacce non aveva abiti, a parte qualche camicia, calze di lana e un paio di brache di ricambio. Se non altro si era tolto dalla manica la cordicella d’oro e aveva messo in tasca la spilla con l’aquila rossa. Lan gliel’aveva regalata, in fin dei conti.

«Mi cambierò stasera, quando ci fermeremo» borbottò. Inspirò a fondo. «Loial, ti ho detto cose che non dovevo dirti e ti chiedo di perdonarmi. Hai tutti i diritti di rinfacciarmele, ma spero che tu non lo faccia.»

Loial sorrise e irrigidì le orecchie. Spostò il cavallo per farsi più vicino. «Ogni momento dico anch’io cose che non dovrei dire» replicò. «Secondo gli Anziani, parlo sempre un’ora prima di pensare.»

A un tratto Lan fu alla staffa di Rand; indossava l’armatura a scaglie grigie e verdi che l’avrebbe reso quasi invisibile nei boschi o nel buio. «Devo parlarti, pastore» disse. Guardò Loial. «Da solo, se non ti spiace, Costruttore.» Loial annuì e si allontanò.

«Forse non dovrei darti retta» replicò Rand al Custode. «Questi abiti eleganti e tutte le istruzioni che mi hai dato non mi sono stati di molto aiuto.»

«Quando non puoi ottenere una grande vittoria, pastore, impara ad accontentarti delle piccole. Se hai fatto in modo che ti ritengano qualcosa di più d’un contadino facile da manovrare, allora hai ottenuto una piccola vittoria. Adesso fai silenzio e ascolta. Ho tempo solo per un’ultima lezione, la più difficile. Inguainare la spada.»

«Per un’ora tutte le mattine non hai fatto altro che farmi estrarre questa maledetta spada e rimetterla nel fodero. In piedi, seduto, disteso. Ormai credo di riuscirci senza tagliarmi.»

«Ti ho detto d’ascoltare, pastore» brontolò il Custode. «Verrà un tempo in cui dovrai raggiungere una meta a tutti i costi. Sia che attacchi, sia che ti difendi. E l’unico modo sarà quello di lasciare che il tuo stesso corpo faccia da fodero alla spada.»

«Che pazzia. Perché mai dovrei...»

«Lo saprai al momento giusto, pastore» lo interruppe il Custode. «Quando il gioco vale la candela e non ti rimane altra scelta. Questo si chiama Inguainare la spada.»

L’Amyrlin attraversò la corte, con Leane che reggeva il bastone, accompagnata da lord Agelmar. Anche nella giubba di velluto verde, il signore di Fal Dara non sembrava fuori posto fra tanti uomini in armatura. Ancora non c’era segno delle altre Aes Sedai. Mentre il gruppetto passava, Rand colse alcune frasi.

«Madre» protestava Agelmar «non hai ancora avuto tempo di riposarti del viaggio. Rimani qualche giorno. Stasera terremo un banchetto come difficilmente se ne vedono, a Tar Valon.»

L’Amyrlin scosse la testa senza fermarsi. «Non posso, Agelmar. Mi fermerei, lo sai. Altre faccende richiedono al più presto la mia presenza nella Torre Bianca. Già ora dovrei essere lì.»

«Madre, sono offeso che tu riparta dopo un solo giorno. Ti giuro che non si ripeteranno gli eventi di ieri notte. Ho triplicato la guardia anche alle porte della città, oltre che della rocca. Ho fatto venire saltimbanchi dalla città e da Mos Shirare sta per giungere un bardo. Perfino re Easar è per strada, da Fal Moran. L’ho informato appena...»

Le voci svanirono nella confusione dei preparativi, mentre il gruppetto attraversava la corte. L’Amyrlin non diede nemmeno un’occhiata nella direzione di Rand.

Intanto il Custode era sparito. Loial riportò il cavallo a fianco di Rand. «È un uomo difficile da tenere fermo, vero?» disse. «Prima non c’è, poi è qui, poi scompare: nemmeno lo vedi andare e venire.»

"Inguainare la spada" pensò Rand. “I Custodi sono tutti pazzi,"

All’improvviso il Custode che parlava con l’Amyrlin balzò in sella: ancora prima d’arrivare alle porte spalancate, già galoppava a rotta di collo. L’Amyrlin rimase in piedi a guardarlo, quasi potesse spingerlo a correre più velocemente.

«Chissà dove va con tanta fretta» si domandò Rand, a voce alta.

«Ho sentito dire» rispose Loial «che oggi avrebbe mandato qualcuno giù nell’Arad Doman. Corre voce che ci siano guai nella Piana di Almoth e l’Amyrlin Seat vuole sapere esattamente di cosa si tratta. Ma non capisco perché proprio ora. La voce è giunta da Tar Valon, con le Aes Sedai.»

Rand sentì freddo. A casa, il padre di Egwene aveva una grande mappa, che Rand aveva esaminato più d’una volta, sognando di viaggiare per il mondo. Era antica e mostrava ancora terre e nazioni che secondo i mercanti di passaggio non esistevano più; ma vi era segnata la Piana di Almoth, che terminava contro le alture di Capo Toman. Rand ricordò la scritta: ‘Ci incontreremo di nuovo a Capo Toman’. Quel promontorio era dall’altra parte del mondo e dava sull’oceano Aryth. «Non ha niente a che fare con noi» mormorò. «Niente a che fare con me.»

Loial parve non udire: col dito grosso come salsiccia si strofinava la narice e fissava ancora la porta dalla quale era passato il Custode. «Se l’Amyrlin voleva informazioni» disse «perché non ha inviato un Custode prima di lasciare Tar Valon? Ma voi esseri umani siete sempre istintivi ed eccitabili, non fate che saltare qua e là e gridare.» Irrigidì le orecchie, imbarazzato. «Scusami, Rand. Vedi cosa intendo, quando dico di parlare senza riflettere. A volte anch’io sono avventato ed eccitabile.»

Rand si mise a ridere, ma senza tanta convinzione. «Forse» disse «se vivessimo quanto voi Ogier, saremmo anche noi più posati.» Loial aveva novant’anni; secondo il metro degli Ogier, gli sarebbero mancati dieci anni per poter uscire da solo dallo stedding; il fatto che ne fosse uscito era una prova d’avventatezza. Se Loial era un Ogier eccitabile, pensò Rand, allora molti di loro erano fatti di pietra.

«Può darsi» replicò Loial, pensieroso. «Ma voi esseri umani fate un mucchio di cose, anche se avete vita breve. Noi invece ce ne stiamo ammucchiati nel nostro stedding. Piantare i boschetti, e anche costruire, sono cose che risalgono a prima della fine del Lungo Esilio.» Loial amava i boschetti, non le città costruite per gli uomini. E aveva lasciato la casa proprio per vedere i boschetti, piantati per ricordare ai Costruttori Ogier gli stedding. «Da quando abbiamo trovato il modo di tornare negli stedding, noi...» S’interruppe, vedendo avvicinarsi l’Amyrlin.