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«Sì, lord Ingtar» disse l’uomo. Senza smontare di sella, s’inchinò profondamente a Rand. «Onorato di servirti, milord.»

«Mi chiamo Rand» replicò questi. Tese la mano e dopo un istante Hurin sorrise e la strinse.

«Come vuoi, milord Rand. Lord Ingtar e lord Kajin non badano alle formalità... e anche lord Agelmar, naturalmente; ma in città si dice che sei un principe forestiero delle terre meridionali e alcuni signori meridionali esigono che ognuno stia al proprio posto.»

«Non sono un lord. Solo Rand.»

Hurin batté le palpebre. «Come vuoi, milo... ah... Rand. Sono un annusatore, sai. Da quattro anni, fra qualche mese. Prima d’allora, non sapevo neppure che esistesse gente come me; ma ora so che ce ne sono altri. È cominciato un po’ alla volta: sentivo cattivi odori senza che nessun altro li sentisse. Ho impiegato un anno intero, prima di capire. Sento a fiuto la violenza, le uccisioni, i ferimenti. Fiuto dove si sono verificati. Fiuto la pista lasciata dai responsabili. Ogni pista ha un odore diverso, quindi non si mischiano. Lord Ingtar ha sentito parlare di me e mi ha assunto per servire la giustizia del re.»

«Fiuti la violenza?» disse Rand. Non riuscì a trattenersi e guardò il naso di Hurin: era un naso ordinario, né grosso né piccolo. «Riesci davvero a seguire le tracce di uno che abbia ucciso un altro? A fiuto?»

«Certo, milo... ah... Rand. Col tempo la pista si affievolisce, ma più grave è stata la violenza, più la traccia dura. Oh, sì, fiuto un campo di battaglia vecchio di dieci anni, anche se le tracce degli uomini che vi si scontrarono sono ormai svanite. Vicino alla Macchia, le piste dei Trolloc sono quasi incancellabili: non tanto dei Trolloc, quanto delle uccisioni e dei ferimenti. L’odore di una rissa di taverna, però, dove al massimo c’è un braccio rotto, dura solo qualche ora.»

«Non capisco perché non vuoi che le Aes Sedai lo sappiano.»

«Ah, lord Ingtar ha ragione, sulle Aes Sedai, la Luce le illumini... ah... Rand. Ce n’era una a Cairhien, una volta... dell’Ajah Marrone; ma giuro che mi pareva della Rossa, prima che mi lasciasse andare... Mi tenne un mese, nel tentativo di scoprire come facevo. Non le piaceva l’ignoranza. Continuava a borbottare: “È il ritorno di un antico Talento o si tratta di una novità?" E mi fissava come se usassi davvero l’Unico Potere. Sono arrivato quasi a dubitare di me stesso. Ma non sono impazzito e non faccio niente. Sento solo l’odore.»

Rand ricordò le parole di Moiraine. «Antiche barriere s’indeboliscono. Nel nostro tempo c’è odore di rovina e di cambiamento. Antiche creature camminano di nuovo e ne nascono di nuove. Forse vedremo la fine di un’Epoca.» Rabbrividì. «Così, grazie al tuo naso, seguiremo la pista di quelli che hanno preso il Corno» disse.

Ingtar annuì. Hurin sogghignò, orgoglioso. «Certo... ah... Rand. Una volta ho seguito un assassino fino a Cairhien e un altro fino a Maradon, per riportarli alla giustizia del re.» Perdette il sorriso e parve preoccupato. «Questo è peggio, però. L’omicidio ha un odore orribile e la pista dell’omicida puzza, ma questo...» Arricciò il naso. «C’erano uomini, l’altra notte. Amici delle Tenebre, di sicuro, ma a fiuto non si distinguono. Noi seguiremo i Trolloc e i Mezzi Uomini. E anche di peggio...» Lasciò morire la frase, corrugò la fronte e continuò a borbottare. Rand riuscì a udire le ultime parole: «Anche di peggio, la Luce m’aiuti.»

Arrivarono alle porte della città. Appena dopo le mura, Hurin sollevò il viso alla brezza, dilatò le narici e sbuffò, disgustato. «Da questa parte, milord Ingtar.» Indicò il meridione.

Ingtar parve sorpreso. «Non verso la Macchia?»

«No, lord Ingtar. Puah!» Si puh la bocca contro la manica. «Ne sento quasi il sapore. Sono andati a meridione.»

«Allora aveva ragione l’Amyrlin Seat» disse lentamente Ingtar. «Una donna grande e saggia, che merita servitori migliori di me. Segui la pista, Hurin.»

Rand si girò a guardare la via fino alla rocca. Si augurò che Egwene stesse bene. Nynaeve avrebbe badato a lei, si disse. Forse era meglio così: un taglio netto, troppo rapido per far male sul momento.

Cavalcò, dietro Ingtar e la bandiera del Gufo Grigio, verso meridione. Il vento aumentò di forza, gelido contro la schiena nonostante il sole. Gli parve di udire, portata dal vento, una risata, fievole e beffarda.

La luna crescente illuminò le vie di Illian, umide e buie, ancora rumorose per le celebrazioni della giornata. Fra qualche giorno sarebbe iniziata la Grande Cerca del Corno, con lo sfarzo e le cerimonie che secondo la tradizione datavano dall’Epoca Leggendaria. Le feste per i Cercatori si erano combinate con la Festa di Teven, famosa per le gare di menestrelli e per i premi ai vincitori. Il premio più alto, come sempre, sarebbe toccato alla migliore narrazione della Grande Cerca del Corno.

Quella notte i menestrelli erano all’opera nei palazzi e nelle dimore signorili della città, dove i grandi e i potenti si divertivano; e i Cercatori giungevano da ogni paese per trovare, se non il Corno stesso, almeno l’immortalità dei poemi e della storia. Ci sarebbero stati musiche e balli, ventagli e ghiaccio per disperdere il primo vero caldo della stagione; ma i festeggiamenti riempivano anche le vie, nella notte afosa illuminata dalla luna. Fino all’inizio della Cerca, ogni giorno e ogni notte c’erano festeggiamenti.

Uomini e donne in maschere e costumi bizzarri e fantasiosi, con grande esposizione di pelle nuda, oltrepassavano Bayle Domon; correvano gridando e cantando, in piccoli gruppi, si scambiavano compagno ridacchiando scioccamente e stringendosi l’uno all’altro, formavano gruppi più numerosi. Fuochi d’artificio accendevano la notte: esplosioni d’oro e d’argento contro il nero del cielo. In città gli Illuminatori erano numerosi almeno quanto i menestrelli.

Domon non pensava ai fuochi d’artificio, né alla Cerca. Si recava a un incontro con uomini che forse avrebbero tentato d’ucciderlo.

Attraversò il Ponte dei Fiori, sopra uno dei numerosi canali della città, ed entrò nel Quartiere Odoroso, il distretto portuale di Illian. Il canale puzzava del contenuto di troppi vasi da notte e non c’era il minimo segno che ci fosse mai stato un fiore, nei pressi del ponte. Il quartiere odorava di canapa e di pece dei cantieri navali e dell’acre fanghiglia del porto: puzzo reso più intenso dall’aria calda che pareva tanto umida da colare. Domon respirava a fatica; era nato a Illian, ma a ogni ritorno dalle terre settentrionali rimaneva sorpreso dal caldo d’inizio estate.

In una mano stringeva un robusto randello e teneva l’altra sull’elsa della corta spada, spesso usata per difendere dai briganti le murate del suo mercantile fluviale. Non pochi malfattori si aggiravano in quelle notti di baldoria, quando il bottino era ricco e gran parte della gente era sbronza.

Eppure Domon era muscoloso e largo di spalle; inoltre, nessuno a caccia di preda, vista la giubba di taglio modesto, l’avrebbe ritenuto tanto ricco da metterne alla prova robustezza e randello. I pochi che lo videro chiaramente, mentre passava nella luce d’una finestra, si ritrassero, finché non fu passato. Capelli neri lunghi alla spalla e una fitta barba che lasciava scoperto il labbro superiore inquadravano un viso rotondo, ma un viso che non era mai stato morbido e ora aveva un’espressione torva, come se Domon intendesse farsi strada sfondando un muro. Non era molto contento dell’incontro in programma.

Altra gente festante lo oltrepassò stonando canzoni e storpiando le parole, come fanno gli ubriachi. “Il Corno di Valere, mia nonna!" pensò, cupo, Domon. “Mi ci gioco la nave. E la vita."

Entrò in una locanda con l’insegna di un grosso tasso a strisce che, ritto sulle zampe posteriori, ballava con un uomo che reggeva una pala d’argento. Il Tasso Alleggerito, si chiamava la locanda; ma neppure Nieda Sidoro, la proprietaria, sapeva il significato del nome: c’era sempre stata una locanda con quel nome, a Illian.

La sala comune, col pavimento cosparso di segatura e un musicante che strimpellava su di una tarabusa a dodici corde una malinconica canzone del Popolo del Mare, era ben illuminata e tranquilla. Nieda non voleva confusione nel locale e suo nipote, Bili, era grande e grosso quanto bastava a portare fuori di peso un cliente servendosi di una mano sola. Marinai, scaricatori di porto e commercianti all’ingrosso venivano al Tasso per una bevuta, quattro chiacchiere, una partita a sassolini o a freccette. Al momento la sala era mezzo vuota; anche gli amanti della tranquillità erano stati attirati dalla festa. Gli avventori chiacchieravano a bassa voce, ma Damon colse allusioni alla Cerca e al falso Drago catturato dai murandiani e a quello cui i Taren davano la caccia nell’Haddon Mirk. Pareva che si discutesse se era meglio vedere la morte del falso Drago o dei taren.