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Mentre sedeva lì a preoccuparsi, Yarin Maeldan, il suo secondo sulla Spray, entrò nella locanda e si fermò al tavolo di Domon. «Carn è morto, capitano» disse.

Domon lo fissò, corrucciato. Già tre dei suoi uomini erano stati uccisi, uno ogni volta che rifiutava un incarico che l’avrebbe mandato a levante. I magistrati non avevano fatto niente; le vie erano pericolose di notte, dicevano, e i marinai sono gente dura e attaccabrighe. Di rado i magistrati si preoccupavano di quel che accadeva nel Quartiere Odoroso, se non rimanevano feriti cittadini rispettabili.

«Stavolta ho accettato» borbottò Damon.

«Non è tutto, capitano» proseguì Yarin. «L’hanno lavorato di coltello, povero Carn, come per costringerlo a rivelare qualcosa. E neanche un’ora fa, altri hanno tentato di salire di nascosto a bordo della Spray. La ronda del molo li ha messi in fuga. Tre volte in dieci giorni: non sapevo che i topi dei moli fossero così insistenti. In genere, prima di riprovarci lasciano calmare le acque. E la notte scorsa hanno messo a soqquadro la mia stanza al Delfino d’Argento. Hanno preso qualche moneta per far credere che si trattava di ladri, ma non hanno toccato la fibbia della cintura, quella con incastonati granati e lunarie, che pure era in piena vista. Cosa succede, capitano? Gli uomini hanno paura e anch’io sono un po’ nervoso.»

Domon si alzò. «Raduna l’equipaggio, Yarin. Trova ogni uomo e digli che la Spray salpa appena ci saranno a bordo braccia sufficienti a manovrarla.» Infilò nella tasca della giacca la pergamena. Prese la borsa d’oro e spinse fuori della porta il suo secondo. «Radunali, Yarin, perché lascerò a terra chiunque non sia presente.»

Gli diede una spinta per farlo correre, poi si diresse ai moli. Anche se udirono il tintinnio della borsa, i briganti si tennero alla larga, perché camminava con il passo deciso di chi va a uccidere.

Quando giunse alla Spray, c’erano già uomini che salivano a bordo; altri arrivavano di corsa, scalzi, lungo il molo. Non badavano ai timori del capitano, o li ignoravano, ma sapevano che Domon faceva buoni affari e che, alla maniera illiana, distribuiva all’equipaggio una parte dei guadagni.

La Spray, lunga ottanta piedi, aveva due alberi maestri e spazio per il carico sia sul ponte sia nella stiva. Anche se ai tre cairhienesi (se erano davvero tali) aveva detto il contrario, Domon la riteneva in grado di navigare in acque aperte. Il Mare delle Tempeste era calmo, d’estate.

«Deve farcela» borbottò tra sé; e scese di sotto, nella sua cabina.

Gettò sul letto, imbullonato allo scafo come il resto dell’austero arredamento, il sacchetto di monete d’oro e prese la pergamena, Accese una lanterna, l’appese al gancio ed esaminò il documento sigillato, rigirandolo come per leggerlo senza aprirlo. Bussarono alla porta.

«Entra» disse, accigliato.

Yarin sporse la testa. «Sono tutti a bordo, capitano, tranne tre che non ho trovato. Ma ho sparso la voce in ogni taverna e in ogni bordello del quartiere. Saranno a bordo prima che ci sia luce sufficiente a risalire il fiume.»

«La Spray salpa subito» rispose Domon. «In mare» soggiunse. Tagliò corto alle proteste di Yarin sulla luce e la marea e sul fatto che la Spray non era costruita per il mare aperto. «Subito! La Spray può superare le secche della bassa marea. E tu non hai dimenticato come si naviga basandosi sulle stelle, no? Portala fuori, Yarin. Portala fuori subito e torna ad avvisarmi appena abbiamo superato il frangimare.»

Il secondo esitò un momento, poi annuì e scomparve. Domon non lasciava mai che si affrontasse un tratto di navigazione mediamente pericoloso senza stare sul ponte a dare ordini; e portare fuori la Spray di notte non sarebbe stato privo di rischi, nonostante il suo basso pescaggio. Nel giro di qualche istante nella cabina di Domon giunsero le grida di Yarin e il rumore di piedi scalzi sul ponte. Il capitano non vi badò, anche quando sentì la nave sbandare nel prendere la marea.

Alla fine si decise: alzò la reticella metallica della lanterna e scaldò alla fiamma la punta d’un coltello. Riccioli di fumo si levarono dalla lama, ma Domon non lasciò che il metallo s’arroventasse: si servì del coltello caldo per staccare piano piano il sigillo di cera. Sollevò il foglio di chiusura della pergamena.

Il documento era semplice, senza preamboli né saluti, ma lo fece sudare.

Il latore della presente è un Amico delle Tenebre ricercato nel Cairhien per omicidio e altri crimini, fra i quali furto nei confronti della Nostra Persona. Ti chiediamo d’imprigionare quest’uomo e di prendergli tutto ciò che ha in possesso, fino alla minima cosa. Un nostro rappresentante verrà a portare via quel che lui Ci ha rubato. Tutto quel che possiede, salvo quello da Noi reclamato, vada a te come ricompensa per la cattura. Il malefico miscredente stesso sia impiccato immediatamente, in modo che la sua malignità generata dall’Ombra non contamini più la Luce.

sigillato per Nostra Mano

Galldrian su Riatin Rie
Re del Cairhien
Difensore del Muro del Drago

Sotto la firma, un velo sottile di cera rossa portava l’impronta del Sole Nascente del Cairhien e le Cinque Stelle di Casa Riatin.

«Difensore del Muro del Drago, mia nonna» gracchiò Domon. «Ha proprio una bella faccia a farsi chiamare ancora in questo modo.»

Esaminò attentamente sigillo e firma, tenendo il documento a breve distanza dalla lanterna, ma non riuscì a trovare difetti nel sigillo; d’altro canto, non aveva mai visto la calligrafia di Galldrian. Se a firmare non era stato il re in persona, il falsario aveva di sicuro eseguito una buona imitazione. In ogni caso, non faceva molta differenza. A Tear, la lettera sarebbe valsa la condanna immediata, in mano a un illiano. O anche a Mayene, vista la forte influenza dei taren. Al momento non c’era guerra e la gente andava e veniva liberamente dai due porti, ma c’era ben poca simpatia fra Illian e Tear. Soprattutto con una scusa del genere.

Per un momento pensò di bruciare la pergamena — era pericoloso possederla, a Tear, a Illian o altrove — ma alla fine la ripose in un nascondiglio dietro il tavolo: un pannello che solo lui sapeva come aprire.

«Le cose che possiedo, eh?» brontolò.

Raccoglieva oggetti antichi, per quanto gli era possibile, vivendo su di una barca. Quelli che non poteva comprare, perché troppo cari o troppo ingombranti, li raccoglieva guardandoli e ricordandoli. Tutti i resti del tempo passato, le meraviglie sparse per il mondo che l’avevano spinto, da ragazzo, a imbarcarsi. Nel Maradon, durante l’ultimo viaggio, aveva fatto quattro aggiunte alla collezione e proprio da quel momento gli Amici delle Tenebre si erano messi a inseguirlo. E anche i Trolloc, per un poco. Aveva sentito dire che Whitebridge era stata bruciata e rasa al suolo, proprio dopo la sua partenza da lì; e si parlava dell’intervento di un Myrddraal, oltre che dei Trolloc. Quest’ultimo particolare l’aveva convinto di non soffrire di fissazioni e l’aveva messo in guardia, quando gli avevano offerto il primo incarico bizzarro: troppo denaro per un semplice viaggio a Tear, con un motivo che non stava in piedi.

Dal baule prese gli oggetti comprati nel Maradon e li dispose sul tavolo. Un bastone luminoso, resto dell’Epoca Leggendaria, o così si diceva. Certo, nessuno sapeva più fabbricarli. Carissimo, e più raro d’un magistrato onesto. Aveva l’aspetto d’una semplice verga di vetro, più spessa del suo pollice e lunga meno dell’avambraccio, ma che, tenuta in mano, mandava un bagliore vivido come quello d’una lanterna. I bastoni luminosi si rompevano come vetro, però; aveva rischiato di perdere la Spray, nell’incendio provocato dalla rottura del primo che aveva posseduto. Una statuetta d’avorio scurito dal tempo, a forma d’uomo con in pugno la spada. Il tipo che gliel’aveva venduta sosteneva che, se la si teneva in mano a lungo, si sentiva caldo. Domon non aveva mai provato: la statuetta era antica e questo bastava. Il cranio di un gatto grosso quanto un leone e così antico da essersi mutato in pietra. Ma nessun leone aveva mai avuto zanne lunghe un piede. E uno spesso disco grosso quanto una mano, metà bianco e metà nero, con i colori separati da una linea sinuosa. Il bottegaio di Maradon aveva detto che risaliva all’Epoca Leggendaria pensando di mentire; ma Domon aveva contrattato solo un poco, prima di pagare, perché sapeva che cos’era: l’antico simbolo Aes Sedai, del tempo precedente la Frattura del Mondo. Non un oggetto sicuro da possedere, a dire il vero, ma nemmeno da lasciar perdere, per un appassionato di cose antiche.