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«Non ti piace correre, Rand?» rise Loial. «A me, sì. Ero il più veloce, a Stedding Shangtai. Una volta ho battuto un cavallo.»

Rand si limitò a scuotere la testa. Non voleva sprecare fiato in chiacchiere. Cercò Mat e Perrin, ma i due erano sempre alla retroguardia e c’erano troppi uomini fra lui e loro, per distinguerli. Si stupì che gli shienaresi riuscissero a sopportare quel modo di viaggiare, visto che avevano l’armatura. Nessuno di loro rallentò né si lamentò. Huno non pareva nemmeno sudato e il portabandiera non fece mai vacillare il Gufo Grigio.

Mantennero un’andatura veloce, ma il crepuscolo cominciò a scendere senza che avessero visto i ladri del Corno, tracce a parte. Alla fine, con riluttanza, Ingtar ordinò d’accamparsi per la notte nella foresta. Gli shienaresi accesero i fuochi e piantarono i picchetti per legare i cavalli, con l’economia di movimenti nata dalla lunga esperienza. Per il primo turno, Ingtar mise di guardia sei uomini, a coppie.

Come prima cosa, Rand cercò nelle ceste dei cavalli da soma il suo fagotto. Non fu difficile, perché c’erano pochi fagotti personali fra le provviste; ma quando aprì il suo, mandò un urlo che fece schizzare in piedi, spada in pugno, ogni uomo dell’accampamento.

Ingtar arrivò di corsa. «Cosa c’è? Qualcuno si è infiltrato nel campo? Non ho udito le sentinelle.»

«Queste giubbe» brontolò Rand, continuando a fissare il contenuto del fagotto. Una giubba era nera, ricamata a filo d’argento; l’altra, bianca, a ricami d’oro. Tutt’e due avevano aironi sul bavero ed erano altrettanto eleganti di quella che indossava. «I servitori m’hanno detto che qui dentro c’erano due buone giubbe funzionali. Guardale!»

Ingtar rinfoderò la spada. «Be’, sono funzionali.»

«Non posso metterle. Non posso andare in giro così vestito ogni momento.»

«Puoi portarle benissimo. Una giubba è sempre una giubba. A quanto ne so, Moiraine stessa ha provveduto a farti preparare il bagaglio. Forse le Aes Sedai non sanno bene cosa s’indossa sul campo.» Ingtar sogghignò. «Quando avremo preso quei Trolloc, faremo un banchetto. Tu, almeno, sarai vestito a festa.» Tornò dove i fuochi per cucinare già ardevano.

Rand si era bloccato nel sentir nominare Moiraine. Fissò le giubbe. Cosa combinava, quella lì? In tutti i casi, non si sarebbe lasciato usare. Rifece il pacco e rimise nella cesta il fagotto. Poteva sempre andare nudo, si disse acidamente.

Gli shienaresi cucinavano a turno; quando Rand tornò accanto ai fuochi, Masema rimestava il contenuto del pentolone e nell’aria c’era profumo di stufato di rape, cipolle e carne secca. Ingtar fu servito per primo; dopo di lui, Huno, e tutti gli altri in fila casuale. Masema lasciò cadere una grossa mestolata di stufato nel piatto di Rand, che arretrò per non farsi schizzare, succhiandosi il pollice scottato. Masema lo fissò, con un sorriso che non arrivava agli occhi. Huno venne avanti e gli diede una sberla.

«Non ne abbiamo abbastanza da gettarlo per terra, maledizione» lo rimproverò. Poi guardò Rand e si allontanò. Masema si toccò la parte colpita, ma con lo sguardo astioso seguì Rand.

Rand si unì a Ingtar e a Loial, seduti per terra sotto i rami d’una quercia. Ingtar si era tolto l’elmo ma non l’armatura. Mat e Perrin, seduti lì vicino, mangiavano come lupi. Mat rivolse un largo sorriso di scherno alla giubba di Rand, ma Perrin alzò appena la testa e gli occhi gialli brillarono alla mezza luce dei fuochi.

Almeno, pensò Rand, stavolta Mat e Perrin non si erano allontanati.

Si sedette a gambe incrociate dall’altra parte di Ingtar rispetto a loro. «Mi piacerebbe sapere perché Huno continua a fissarmi. Forse per questa maledetta giubba.»

Ingtar masticò lentamente il boccone. «Di sicuro Huno si chiede se meriti una spada col marchio dell’airone» disse infine. Mat sbuffò rumorosamente, ma Ingtar proseguì, impassibile. «Non lasciarti impressionare da Huno. Tratterebbe come una recluta anche lord Agelmar, se potesse. Be’, forse non proprio Agelmar, ma chiunque altro. Ha una lingua ruvida come una raspa, ma dà buoni consigli. Mi sembra logico: ha partecipato alle campagne da prima che nascessi. Ascolta i suoi consigli, non badare alla sua linguaccia e con lui andrai d’accordo.»

«Credevo che fosse come Masema» disse Rand, mettendosi in bocca una cucchiaiata di stufato: era troppo caldo, ma lo mandò giù lo stesso. Non mangiavano da quando avevano lasciato Fal Dara e lui aveva anche saltato la colazione, quella mattina. «Masema si comporta come se mi odiasse e non capisco perché.»

«Masema ha servito tre anni nelle Marche Orientali» disse Ingtar. «A Ankor Dail, contro gli Aiel.» Rigirò lo stufato, pensieroso. «Non faccio domande, bada bene. Se Lan Dai Shan e Moiraine Sedai dicono che provieni dall’Andor, dai Fiumi Gemelli, allora è così. Però Masema non riesce a togliersi di mente gli Aiel e quando vede te...» Si strinse nelle spalle. «Non faccio domande.»

Con un sospiro, Rand lasciò cadere nel piatto il cucchiaio. «Tutti pensano che io sia qualcuno che non sono. Vengo dai Fiumi Gemelli, Ingtar. Ho coltivato tabacco, con... con mio padre, e ho badato alle sue pecore. Ecco cosa sono. Un contadino e un pastore dei Fiumi Gemelli.»

«È dei Fiumi Gemelli» intervenne Mat, in tono sprezzante. «Sono cresciuto con lui, anche se ora nessuno lo direbbe. Mettigli in testa anche questa storia degli Aiel, oltre a tutto il resto, e la Luce sa cosa ne verrà fuori. Un principe Aiel, forse.»

«No» disse Loial. «Ne ha davvero l’aspetto. Ricordi, Rand, che una volta te lo dissi, anche se pensavo di sbagliarmi perché a quel tempo non conoscevo molto bene voi esseri umani. Ricordi? “Finché l’ombra è svanita, finché l’acqua è svanita, nell’Ombra con denti snudati, urlando sfida con l’ultimo respiro, per sputare nell’occhio dell’Accecatore, nell’Ultimo Giorno." Lo ricordi, Rand?»

Rand fissò il piatto. «Se ti metti intorno alla testa una shoufa, assomigli tutto a un Aiel.» L’aveva detto Gawyn, fratello di Elayne, l’Erede dell’Andor.

«Cos’è questa storia?» domandò Mat. «Sputare nell’occhio del Tenebroso.»

«Un modo di dire degli Aiel, per indicare fin quando combatteranno» spiegò Ingtar. «E non dubito che non sia vero. A parte venditori ambulanti e menestrelli, gli Aiel dividono il mondo in due: Aiel e nemici. Hanno cambiato questo modo di pensare, nei confronti del Cairhien, cinquecento anni fa, per qualche ragione che nessuno tranne gli Aiel può capire, ma non penso che lo rifaranno.»

«Immagino di no» sospirò Loial. «Ma consentono ai Tuatha’an, i Girovaghi, di attraversare il Deserto. E non considerano nemici noi Ogier, anche se non credo che ci venga voglia d’andare nel Deserto. Di tanto in tanto gli Aiel vengono a Stedding Shangtai per procurarsi ‘legno cantato’. Sono gente dura.»

«Vorrei avere gente dura come loro» commentò Ingtar. «La metà di loro.»

«Ci prendi in giro?» rise Mat. «Se corressi per un miglio, con tutto il ferro che hai addosso tu, cadrei lungo disteso e dormirei per una settimana. Per tutto il giorno hai fatto un miglio dopo l’altro.»

«Gli Aiel sono duri» disse Ingtar. «Uomini e donne. Ho combattuto contro di loro e lo so per esperienza. Fanno cinquanta miglia di corsa e al termine combattono. Sono micidiali, con qualsiasi arma e a mani nude. Tranne la spada. Per chissà quale ragione, non toccano spada. E non montano a cavallo... ma, tanto, non ne hanno bisogno. Se tu hai la spada e un Aiel è a mani nude, il combattimento è equo... se sei bravo con la spada. Pascolano bestiame e capre dove noi moriremmo di sete prima della fine del giorno. Scavano i loro villaggi in enormi guglie di pietra, in pieno Deserto. Vivono lì fin dalla Frattura o quasi. Artur Hawkwing cercò di scacciarli, ma fu sconfitto: l’unica disfatta da lui subita. Di giorno l’aria del Deserto tremola di calore, di notte si gela. E un Aiel ti guarderebbe con quei suoi occhi azzurri e ti direbbe di non voler stare in nessun altro luogo della terra. E non è una bugia. Se mai cercassero di lasciare il Deserto, avremmo un bel da fare, a fermarli. La Guerra Aiel durò tre anni, ma impegnava solo quattro clan su tredici.»