«Gli occhi grigi presi dalla madre non lo rendono un Aiel» disse Mat.
Ingtar si strinse nelle spalle. «L’ho già detto, non faccio domande.»
Quando infine Rand si distese per la notte, aveva la testa piena di pensieri indesiderati. Il ritratto di un Aiel. Moiraine Sedai dice che provieni dai Fiumi Gemelli. Gli Aiel devastarono tutto fino a Tar Valon. Nato sulle pendici di Montedrago. Il Drago Rinato.
«Non mi lascerò usare» borbottò. Ma il sonno fu lungo a venire.
Ingtar tolse il campo di buonora, prima che il sole si levasse. Stavolta mandò in avanscoperta degli esploratori e tenne andatura sostenuta, ma non più al punto da uccidere i cavalli. Forse aveva capito che non avrebbero concluso la caccia in un giorno solo. La pista puntava sempre a meridione, disse Hurin. E poi, due ore dopo il levar del sole, un esploratore tornò al galoppo.
«Campo abbandonato davanti a noi, milord» disse. «Su quell’altura laggiù. Ieri notte saranno stati in trenta, quaranta.»
Ingtar spronò il cavallo come se gli avessero detto che gli Amici delle Tenebre erano ancora lì; Rand fu costretto a mantenersi al passo con lui, per non farsi travolgere dagli altri.
Non c’era molto da vedere. Ceneri fredde di fuochi da campo ben nascosti fra gli alberi e quelli che parevano resti del pasto: un mucchio di rifiuti troppo vicino ai fuochi e già ronzante di mosche.
Ingtar tenne indietro gli altri e smontò per esaminare con Huno il terreno. Hurin fece il giro del campo, annusando. Rand rimase in sella, con gli altri: non aveva nessuna voglia di vedere da vicino il luogo dove si erano accampati Trolloc e Amici delle Tenebre. E un Fade. E qualcosa di peggio.
Mat risalì a piedi l’altura. «Sarebbe questo, un campo di Amici delle Tenebre? Puzza un poco, ma non è molto diverso dagli altri.» Diede un calcio a un mucchietto di cenere, facendo saltare via un pezzo d’osso bruciato. Lo raccolse. «Cosa mangiano, gli Amici delle Tenebre? Non sembra osso di pecora, né di vacca.»
«Qui c’è stato un assassinio» disse Hurin, in tono lamentoso. Con un fazzoletto si strofinò il naso. «Peggio d’un assassinio.»
«Qui c’erano dei Trolloc» disse Ingtar, guardando dritto Mat. Avranno avuto fame. E gli Amici delle Tenebre erano a portata. «Mat lasciò cadere l’osso annerito e sbiancò come se dovesse vomitare.»
«Non vanno più a meridione, milord» disse Hurin, destando l’interesse di tutti. Indicò a metà fra settentrione e levante. «Forse alla fine hanno deciso di puntare verso la Macchia. Girano intorno a noi, Forse volevano solo metterci fuori strada.» Non parve convinto.
«Qualsiasi cosa volessero» ringhiò Ingtar «ora li abbiamo. In sella!»
Nemmeno un’ora dopo, però, Hurin si fermò. «Hanno cambiato di nuovo, milord. Tornano a meridione. E qui hanno ucciso qualcun altro.»
Non c’erano resti di fuochi, nell’avvallamento fra due alture, ma bastarono pochi minuti per trovare il cadavere. Un uomo rannicchiato, spinto sotto dei cespugli, con la nuca fracassata e gli occhi ancora sporgenti per la forza del colpo. Nessuno lo riconobbe, anche se indossava abiti shienaresi.
«Non sprechiamo tempo a seppellire Amici delle Tenebre» ringhiò Ingtar. «Andiamo a meridione.»
Per il resto, la giornata fu uguale alla precedente. Huno esaminò tracce ed escrementi e disse che avevano ridotto un poco le distanze dalla preda. Ma al crepuscolo non avevano ancora visto né Trolloc né Amici delle Tenebre. Al mattino trovarono un altro campo abbandonato, dove, disse Hurin, c’era stato un altro assassinio e scoprirono che la preda ora si dirigeva fra settentrione e ponente. Dopo meno di due ore s’imbatterono in un altro cadavere, un uomo col cranio spaccato da un’ascia. La direzione cambiò ancora: di nuovo a meridione. Ma, secondo Huno, avevano guadagnato terreno. Proseguirono fino a notte, sempre senza vedere altro che fattorie lontane. Il giorno seguente fu identico: cambiamenti di direzione, assassinii e tutto il resto. Fu così anche il giorno dopo ancora.
Ogni giorno arrivavano più vicino alla preda, ma Ingtar fumava di rabbia. Quando al mattino la pista cambiò direzione, per guadagnare tempo propose di tagliare la strada agli inseguiti, sicuro che sarebbero tornati verso meridione; ma prima che qualcuno sollevasse obiezioni, ammise che non era una buona idea. Incitò tutti a muoversi più rapidamente e ricordò che l’Amyrlin Seat li aveva incaricati di ricuperare il Corno di Valere, a tutti i costi. Disse che avrebbero ottenuto gloria e fama, che sarebbero stati citati nelle storie dei menestrelli e nelle canzoni dei bardi. Parlò come se non potesse fermarsi e fissò la pista come se al termine si trovasse la sua stessa speranza della Luce, Perfino Huno cominciò a guardarlo di sottecchi.
E così giunsero al fiume Erinin.
Rand non l’avrebbe definito un villaggio: sei casette dal tetto a scandole spioventi fin quasi a terra, poste in cima a un’altura che guardava sul fiume.
Da qualche ora avevano abbandonato il campo e, secondo lo schema consueto, avrebbero già dovuto trovare quello degli Amici delle Tenebre. Invece non avevano trovato niente.
Il fiume stesso, così vicino alle sue sorgenti nella Dorsale del Mondo, non pareva affatto il grande Erinin delle storie: forse sessanta passi d’acqua turbinosa, da una riva all’altra, costeggiate di alberi, e un traghetto simile a una chiatta, legato alla grossa fune che scavalcava il fiume. Il traghetto era accostato alla riva più lontana.
Una volta tanto la pista portava ad abitazioni umane: andava dritta verso le case sull’altura. Nessuno si muoveva, nell’unica strada di terra battuta attorno alla quale erano raccolte le casette.
«Un’imboscata, milord?» disse piano Huno.
Ingtar diede ordini e gli shienaresi impugnarono la lancia e si aprirono a ventaglio per circondare le case. Al segnale di Ingtar, galopparono fra le case, da quattro direzioni, frugando con gli occhi da tutte le parti e sollevando polvere. Niente si mosse. Gli uomini si fermarono e la polvere si depose.
Rand mise nella faretra la freccia già incoccata e si rimise a tracolla l’arco. Mat e Perrin lo imitarono. Loial e Hurin, fermi dove Ingtar aveva detto loro d’aspettare, guardavano a disagio.
Ingtar agitò il braccio; Rand e gli altri si unirono agli shienaresi.
«Non mi piace l’odore di questo posto» mormorò Perrin, quando furono tra le case. Hurin gli diede un’occhiata e Perrin lo fissò finché l’altro non abbassò gli occhi. «È un odore sbagliato.»
«I maledetti Trolloc e gli Amici delle Tenebre hanno tirato dritto, milord» disse Huno, indicando le poche orme rimaste intatte. «Dritto fino al traghetto, che hanno lasciato dall’altra parte. Maledizione! Ma per fortuna non hanno tagliato la fune.»
«Dov’è la gente?» domandò Loial.
Le porte erano aperte, le tendine sventolavano dalle finestre spalancate, ma nessuno era uscito al frastuono di zoccoli.
«Frugate le case» ordinò Ingtar. Alcuni uomini smontarono e ubbidirono in fretta, ma tornarono scuotendo la testa.
«Se ne sono andati, milord» disse Huno. «Svaniti, maledizione. Come se avessero deciso di andarsene via nel bel mezzo del giorno.» All’improvviso s’interruppe e indicò una casa alle spalle di Ingtar. «C’è una donna, a quella finestra. Come ho fatto a non...» Già correva verso la casa, prima che qualcuno si fosse mosso.
«Non spaventarla!» gridò Ingtar. «Huno, ci servono informazioni. La Luce ti fulmini, non spaventarla!» Huno sparì all’interno. Ingtar alzò di nuovo la voce. «Non ti faremo niente, signora. Siamo sudditi di lord Agelmar, di Fal Dara. Non temere! Non ti faremo niente.»
Una finestra del piano superiore si spalancò e Huno sporse la testa, guardandosi intorno come un pazzo. Con un’imprecazione si ritirò. Tonfi e acciottolii segnarono il suo passaggio, come se per la rabbia prendesse a calci tutto quel che trovava. Alla fine comparve sulla soglia.