«Sparita, milord» disse. «Ma era lì. Una donna vestita di bianco, alla finestra. L’ho vista. E ho anche avuto l’impressione di scorgerla per un attimo, dentro casa. Ma poi è sparita e...» Inspirò a fondo. «La casa è vuota, milord.» Era sconvolto al punto da dimenticarsi d’imprecare.
«Tendine» borbottò Mat, «Diventa nervoso per delle maledette tendine.»
Huno gli lanciò un’occhiataccia e tornò al cavallo.
«Dove saranno andati?» domandò Rand a Loial. «Saranno fuggiti all’arrivo degli Amici delle Tenebre?»
«Credo invece che li abbiano catturati» rispose lentamente Loial. Fece una smorfia che era quasi un ringhio. «Per darli ai Trolloc.»
Rand deglutì e rimpianse d’avere fatto la domanda: non era piacevole pensare al cibo dei Trolloc.
«Qualsiasi cosa sia accaduta qui» disse Ingtar «è opera degli Amici delle Tenebre. Hurin, c’è stata violenza? Uccisioni? Hurin!»
L’annusatore, intento a fissare dalla parte del fiume, sobbalzò e si guardò intorno. «Violenza, milord? Sì. Ma nessuna uccisione. O meglio, non proprio.» Guardò di sguincio Perrin. «Non ho mai fiutato niente del genere, milord. Ma è stato fatto del male.»
«Sei sicuro che abbiano attraversato il fiume? Non sono tornati da questa parte?»
«L’hanno attraversato, milord.» Hurin fissò a disagio la riva opposta. «L’hanno attraversato. Quel che hanno fatto dall’altra parte, però...» Si strinse nelle spalle.
Ingtar annuì. «Huno, voglio il traghetto su questa riva. E voglio che l’altra sia perlustrata, prima d’attraversare. Qui non c’erano imboscate, ma non significa che non ci attacchino mentre siamo divisi dal fiume. Il traghetto non basta a trasportare tutti in un viaggio solo. Provvedi!»
Huno s’inchinò; nel giro di qualche istante Ragan e Masema si erano già tolti l’armatura e i vestiti. Armati solo di una corta spada fissata sulla schiena, andarono al fiume e iniziarono ad attraversarlo reggendosi alla spessa fune del traghetto. Al centro, dove la fune s’incurvava, i due erano nell’acqua fino alla cintola e dovevano contrastare la forte corrente che li tirava a valle; eppure impiegarono meno tempo di quanto Rand s’aspettasse, per arrivare al traghetto e arrampicarsi sulla fiancata d’assicelle. Poi impugnarono la spada e scomparvero fra gli alberi.
Dopo quella che parve un’eternità, ricomparvero e cominciarono a muovere lentamente il traghetto. La chiatta toccò terra alla base del villaggio e Masema la legò, mentre Ragan correva da Ingtar. Era pallido come un cencio e pareva sconvolto.
«L’altra riva... Milord, non ci sono imboscate, sull’altra riva, ma...» Rabbrividì. «Milord, devi vedere di persona. La grande quercia bianca, cinquanta passi a meridione dell’approdo. Non so come dirlo. Devi vedere da te.»
Ingtar corrugò la fronte e girò lo sguardo da Ragan alla riva opposta. «Hai fatto un buon lavoro, Ragan» disse infine. «E anche Masema.» In tono più vivace soggiunse: «Huno, cerca nelle case qualche asciugamano e guarda se hanno lasciato sul fuoco acqua per il tè. Fagli bere qualcosa di caldo, se riesci. Poi trasporta dall’altra parte la seconda squadra e i cavalli da soma.» Si girò verso Rand. «Allora, sei pronto a vedere la riva meridionale dell’Erinin?» Non attese risposta, ma si diresse al traghetto, con Hurin e metà dei lancieri.
Rand esitò solo un momento, prima di seguirli. Loial andò con lui. A sorpresa, Perrin cavalcò giù davanti a loro, con aria tetra. Alcuni lancieri, con battute scherzose, smontarono di sella e tirarono la fune per far muovere il traghetto.
Mat attese fino all’ultimo per dare di tallone e saltare a bordo. «Devo venire, prima o poi, no?» disse, senza fiato, a nessuno in particolare. «Devo trovarlo.»
Rand scosse la testa. Mat pareva in salute come non mai e lui aveva quasi dimenticato che l’amico era con loro per ritrovare il pugnale. Ingtar si pigliasse pure il Corno, pensò Rand, ma lui voleva il pugnale per Mat. «Lo troveremo, Mat» disse.
Mat lo guardò di storto, con un’occhiata beffarda all’elegante giubba rossa, e si girò dall’altra parte. Rand sospirò.
«Andrà tutto a posto, Rand» lo consolò Loial, sottovoce. «In qualche modo tutto si sistemerà.»
La corrente afferrò il traghetto e lo spinse contro la fune, con un rumoroso scricchiolio. I lancieri erano traghettatori insoliti, in elmo e corazza, con la spada sulla schiena, ma portarono abbastanza bene il traghetto in mezzo al fiume.
«Così abbiamo lasciato la nostra casa» disse a un tratto Perrin. «A Taren Ferry. I tonfi degli stivali dei traghettatori sulle tavole del ponte e il gorgoglio d’acqua tutt’intorno. Stavolta sarà peggio.»
«Come può essere peggio?» domandò Rand. Perrin non rispose: frugò la riva opposta e gli occhi giallastri parvero risplendergli, ma non d’impazienza.
Dopo un minuto, Mat domandò: «Come può essere peggio?»
«Sarà peggio. Lo fiuto.» Perrin non volle aggiungere altro. Hurin lo guardò nervosamente; ma a dire il vero, pareva che Hurin guardasse tutti nervosamente fin dalla partenza da Fal Dara.
Il traghetto urtò contro la riva meridionale, con un tonfo sordo di tavolame contro argilla, quasi sotto gli alberi sporgenti; gli shienaresi che avevano tirato la fune rimontarono a cavallo, tranne i due che dovevano riportare indietro il traghetto. Gli altri seguirono Ingtar su per la riva.
«Cinquanta passi fino a una grossa quercia bianca» disse Ingtar, mentre si addentravano fra gli alberi. Lo disse con troppa noncuranza. Se Ragan non se l’era sentita di parlarne... Alcuni soldati sganciarono il fermo della spada e tennero pronta la lancia.
Sulle prime Rand pensò che le figure appese per le braccia ai rami della quercia fossero spaventapasseri. Spaventapasseri scarlatti. Poi riconobbe le facce. Changu e l’altro uomo di guardia, Nidao. Occhi fissi, denti snudati in una smorfia di dolore. Avevano resistito a lungo, dall’inizio della tortura.
Perrin emise un suono strozzato, quasi un ringhio.
«Non ho mai visto niente di peggio, milord» disse debolmente Hurin. «Né fiutato niente di peggio, a parte le prigioni sotterranee di Fal Dara, quella notte.»
Rand cercò freneticamente la calma del vuoto. Che cos’era accaduto ai due sventurati?
Alle sue spalle una voce disse: «Scorticati vivi.» Qualcuno vomitò. Rand ritenne che fosse Mat.
«Toglieteli di lì» ordinò Ingtar, con voce rauca, Esitò un istante, poi soggiunse: «E seppelliteli. Non siamo sicuri che fossero Amici delle Tenebre. Forse erano loro prigionieri. Che abbiano almeno l’ultimo abbraccio della madre.» Alcuni uomini, muniti di coltello, avanzarono cautamente: anche per dei soldati induriti dalle battaglie non era un compito facile staccare dall’albero i cadaveri scorticati di uomini che conoscevano.
«Rand, stai bene?» disse Ingtar. «Neppure io sono abituato a questi spettacoli.»
«Sto... sto bene, Ingtar» rispose Rand, lasciando svanire il vuoto. Aveva ancora lo stomaco sconvolto, ma si sentiva meglio. Ingtar annuì e fece girare il cavallo in modo da guardare il lavoro dei suoi uomini.
Il funerale fu semplice. Due fosse e i cadaveri calati nel terreno, mentre gli altri guardavano in silenzio. Quelli che avevano scavato le fosse cominciarono subito a spalarvi terriccio.
Rand rimase stupito, ma Loial gli spiegò sottovoce: «Gli shienaresi credono che tutti proveniamo dalla terra e dobbiamo tornare alla terra. Non usano bare né sudari e non vestono i cadaveri. La terra racchiude in sé il corpo. L’ultimo abbraccio della madre, lo chiamano, E non ci sono mai parole, tranne: ‘La Luce splenda su di te e il Creatore ti protegga. L’ultimo abbraccio della madre ti accolga a casa’.» Sospirò e scosse la testa. «Non credo che qualcuno le dirà, stavolta. Nonostante le parole di Ingtar, non ci sono dubbi che Changu e Nidao abbiano ucciso le guardie alla Porta del Cane e fatto entrare nella rocca gli Amici delle Tenebre. Sono loro i responsabili di tutto.»
«Allora chi ha scagliato la freccia contro... contro l’Amyrlin?» Si corresse appena in tempo: quasi certamente il vero bersaglio era lui: Loial non rispose.