Huno arrivò con il resto degli uomini e dei cavalli da soma, mentre le ultime palate di terra ricoprivano le due fosse. Qualcuno gli disse che cosa avevano trovato e Huno sputò. «A volte, lungo la Macchia, quei baciacapre di Trolloc fanno cose del genere. Per innervosire o per avvertire di non seguirli. Ma funziona anche qui, maledizione.»
Prima di riprendere il cammino, Ingtar si soffermò accanto alle tombe, due mucchi di terra spoglia che parevano troppo piccoli per contenere un uomo. Dopo un momento disse: «La Luce splenda su di voi e il Creatore vi protegga. L’ultimo abbraccio della madre vi accolga a casa.» Quando rialzò la testa, guardò gli uomini a uno a uno. «Hanno salvato lord Agelmar al passo di Tarwin» disse. Parecchi lancieri annuirono. Ingtar girò il cavallo. «Da quale parte, Hurin?»
«A meridione, milord.»
«Segui la pista! Siamo in caccia!»
Poco dopo, la foresta lasciò posto a una pianura poco ondulata, a volte tagliata da torrenti stretti e profondi, senza mai un’altura o una collina degna di questo nome. Terreno ideale per i cavalli: Ingtar ne approfittò per tenere un’andatura costante e veloce. Di tanto in tanto Rand vide in lontananza una fattoria e una volta un villaggio, con il fumo che si alzava dai comignoli a poche miglia di distanza e qualcosa che lampeggiava bianco al sole; ma il territorio era sempre privo di vita umana: lunghe distese d’erba punteggiate d’arbusti e di qualche albero e di tanto in tanto un boschetto, mai più ampio d’un centinaio di passi.
Ingtar mandò avanti due esploratori, visibili solo quando erano in cima a un’occasionale altura, Aveva al collo un fischietto d’argento, per richiamarli se Hurin diceva che la pista deviava. Ma non ce n’era bisogno. Meridione, sempre meridione.
«A quest’andatura, in tre o quattro giorni arriveremo al campo di Talidar» disse a un certo punto Ingtar. «Il luogo della maggiore vittoria di Artur Hawkwing, quando dalla Macchia i Mezzi Uomini condussero contro di lui i Trolloc. Lo scontro durò sei giorni e sei notti; al termine, i Trolloc fuggirono di nuovo nella Macchia e non osarono più sfidarlo. Artur Hawkwing eresse lì un monumento alla vittoria, una cupola alta cento braccia. Non vi lasciò mettere il suo nome, ma quello di ogni caduto, e un sole d’oro in cima, simbolo del trionfo della Luce sull’Ombra.»
«Mi piacerebbe vederlo» disse Loial. «Non ho mai sentito parlare di questo monumento.»
Ingtar restò in silenzio per un attimo, poi rispose a voce bassa. «Non c’è più, Costruttore. Alla morte di Artur Hawkwing, quelli che si disputarono il suo impero non sopportavano che ci fosse un monumento per commemorare una sua vittoria, anche se non vi era scritto il suo nome. Non rimane niente, tranne la montagnola su cui sorgeva. Fra tre o quattro giorni vedremo questa, almeno.» Il tono lasciava capire che non desiderava continuare la conversazione.
Con il sole alto oltrepassarono un edificio quadrato di mattoni intonacati, a meno d’un miglio dal loro percorso. Non era alto, al massimo due piani nei punti dove non era crollato, ma si estendeva su di un bel tratto di terreno. Aveva in sé un’aria di lungo abbandono, privo di tetto tranne in qualche punto dove tegole scure rimanevano attaccate a pezzi di trave; gran parte dell’intonaco, un tempo bianco, era caduto mettendo a nudo i mattoni scuri per le intemperie; macerie di muri lasciavano scorgere corti e stanze interne in rovina. Cespugli e perfino alberelli crescevano nelle crepe degli antichi cortili.
«Una casa padronale» spiegò Ingtar. Quel po’ di buonumore che gli era tornato parve svanire alla vista della costruzione. «Quando c’era ancora Harad Dakar, il padrone di quella casa coltivava il terreno per una lega tutt’intorno. Frutteti, forse. Gli hardanesi amavano i frutteti.»
«Harad Dakar?» disse Rand. Ingtar sbuffò.
«Non si studia più la storia? Harad Dakar, capitale dell’Hardan, la nazione che attraversiamo adesso.»
«Ho visto un’antica mappa» disse Rand, con voce tesa. «Conosco le nazioni che non esistono più. Il Maredo e il Goboan e il Caralain. Ma sulla mappa non c’era nessun Hardan.»
«Un tempo c’erano altre nazioni che ora non esistono» disse Loial. «Mar Haddon, che ora si chiama Haddon Mirk, e Almoth. Kintara. La Guerra dei Cento Anni spezzettò in molte nazioni, grandi e piccole, l’impero di Artur Hawkwing. Le piccole furono assorbite dalle grandi, oppure si unirono, come l’Altara e il Murandy. Costrette a unirsi sarebbe però l’espressione migliore, ritengo.»
«E che fine hanno fatto?» domandò Mat. Rand non si era accorto che Mat e Perrin si erano avvicinati: l’ultima volta si tenevano alla retroguardia, il più lontano possibile da lui.
«Non riuscirono a restare unite» rispose l’Ogier. «I raccolti vennero a mancare, o mancò il commercio. Qualcosa andò storto in ogni caso e le nazioni s’indebolirono. Spesso i loro territori furono assorbiti dalle nazioni vicine, ma le annessioni non durarono. Col tempo, queste terre furono abbandonate davvero. Qua e là rimangono alcuni villaggi, ma il resto è tutta terra selvaggia. Sono passati tremila anni, da quando Harad Dakar fu abbandonata definitivamente. I paesi e le città dell’Hardan sono scomparsi: contadini e paesani hanno portato via perfino le pietre. Ed è scomparsa anche gran parte delle fattorie e dei villaggi costruiti con quelle pietre. Così ho letto; e non ho visto niente che lo neghi.»
«Harad Dakar per un centinaio d’anni fu proprio una cava» disse Ingtar, amaro. «La gente se ne andò, alla fine, e la città fu portata via, pietra dopo pietra. Tutto svanito. Quasi non c’è nazione che controlli realmente le terre reclamate sulle mappe, come non c’è nazione che comprenda oggi le terre che reclamava un centinaio d’anni fa. Alla fine della Guerra dei Cento Anni, un uomo cavalcava passando da una nazione all’altra, a partire dalla Macchia fino al Mare delle Tempeste. Ora si attraversano terre selvagge che nessuna nazione reclama. Noi delle Marche di Confine abbiamo la nostra guerra con la Macchia ed essa ci mantiene forti e uniti. Forse loro non ebbero quel che occorreva a mantenerli forti. Dici che hanno fallito, Costruttore? Sì, hanno fallito; e quale nazione, oggi integra, fallirà domani? Siamo spazzati via, noi della razza umana. Spazzati via come relitti di un’inondazione. Quanto ci vorrà, prima che rimangano solo le Marche di Confine? Prima che scompaiano anch’esse e rimangano solo Trolloc e Myrddraal, giù fino al Mare delle Tempeste?»
Le domande rimasero senza risposta. Neppure Mat ruppe il silenzio. Ingtar continuò a cavalcare, immerso nei propri pensieri.
Dopo un certo tempo, gli esploratori tornarono al galoppo, dritti in sella, lancia al cielo. «Un villaggio più avanti, milord. Nessuno ci ha visti. Ma il villaggio si trova proprio sulla nostra linea di marcia.»
Ingtar si scosse, ma rimase in silenzio finché non giunsero in cima a una bassa cresta che dominava l’abitato; e anche allora aprì bocca solo per ordinare l’alt. Dalla bisaccia pescò un cannocchiale e se ne servì per esaminare il villaggio.
Anche Rand lo studiò con interesse. Era grande quanto Emond’s Field, ma meno di altri insediamenti da lui visti da quando aveva lasciato i Fiumi Gemelli, per non parlare delle città. Le case erano tutte basse e intonacate d’argilla bianca; pareva che sui tetti inclinati crescesse erba. Una decina di mulini a vento, sparsi per il villaggio, facevano girare pigramente le pale coperte di tela, che mandavano lampi bianchi nella luce del sole. Un basso terrapieno erboso, alto a petto d’uomo, circondava il villaggio; all’esterno c’era un ampio fossato col fondo pieno di bastoni appuntiti. Non c’erano porte, nell’unica apertura visibile, che comunque poteva essere bloccata con facilità utilizzando un carro o un carretto. Non si vedeva nessuno.
«Neppure un cane in vista» disse Ingtar, rimettendo nella bisaccia il cannocchiale. «Siete sicuri che non vi abbiano visto?» domandò poi agli esploratori.
«Sì, a meno che non abbiano la fortuna del Tenebroso, milord» rispose uno di loro. «Non siamo arrivati in cima alla cresta, Ma anche noi non abbiamo visto nessuno.»