«In questo caso, Mat» disse Perrin «dovresti dormire guancia a guancia con lui.»
«Sarò uno stupido, ma voglio restare uno stupido vivo.» Mat esitò, guardò di sottecchi Rand. «Senti, so che sei venuto per aiutarmi e ti sono grato. Sul serio. Ma non sei più lo stesso. Lo capisci, vero?» E tacque come se aspettasse una risposta. Non ce ne furono. Senza aggiungere altro, scomparve fra gli alberi, verso il campo.
«E tu?» disse Rand.
Perrin scosse la testa. «Non so, Rand, Sei sempre il solito, eppure non lo sei più. Un uomo che usa il Potere: mia madre lo diceva per spaventarmi, da piccolo. Non so proprio.» Toccò un angolo dello stendardo. «Fossi in te, lo brucerei o lo nasconderei sotto terra. Poi correrei così lontano e così velocemente che nessuna Aes Sedai mi troverebbe più. In questo Mat ha ragione.» Si alzò, guardò a occhi socchiusi il cielo che cominciava a diventare rosso per il tramonto. «È ora di tornare al campo. Pensa a quel che ti ho detto, Rand. Io scapperei. Ma forse tu non puoi scappare. Pensa anche a questo.» Parve guardare dentro di sé. «A volte non si può scappare» disse ancora, con voce stanca. E si allontanò anche lui.
Rand rimase lì, inginocchiato, a fissare lo stendardo steso per terra. «Be’, a volte puoi davvero scappare» borbottò. «Solo, forse lei me l’ha dato per farmi scappare. Forse ha qualcosa in serbo per me, se scappo. Non farò quello che vuole lei. Lo sotterro proprio qui. Però ha detto che forse la mia vita dipende da questo stendardo e le Aes Sedai non mentono mai...» All’improvviso scosse le spalle, in preda a una muta risata. «Ecco che parlo da solo. Forse divento già pazzo.»
Quando tornò al campo, portava lo stendardo riavvolto nella stoffa, legato con nodi meno precisi di quelli di Moiraine.
La luce era calata e le ombre del bordo coprivano metà della conca. I soldati si sistemavano per la notte, cavallo al fianco, lancia pronta. Mat e Perrin si erano distesi a fianco del proprio cavallo. Rand lanciò loro un’occhiata triste, poi prese Red, fermo dove l’aveva lasciato, con le redini penzoloni, e si spostò dalla parte opposta, dove Hurin si era unito a Loial. L’Ogier aveva smesso di leggere ed esaminava la pietra per metà interrata su cui si era seduto, seguendo col cannello della pipa un segno sulla superficie del sasso.
Hurin si alzò e rivolse a Rand un cenno che era quasi un inchino. «Mi auguro che non ti spiaccia se dormo qui, lord... ah... Rand. Ascoltavo il Costruttore.»
«Ah, eccoti qua, Rand» disse Loial. «Sai, credo che questa pietra una volta fosse lavorata. Vedi, è rovinata dalle intemperie, ma sembra una sorta di colonna. Ci sono anche dei segni. Non li distinguo bene, ma hanno un’aria nota.»
«Forse li vedrai meglio domattina» disse Rand. Tolse di sella le bisacce. «E la tua compagnia mi fa piacere, Hurin.» Gli faceva piacere la compagnia di chiunque non avesse paura di lui, si disse. Ma per quanto ancora?
Mise in una delle bisacce tutta la roba — camicie di ricambio e brache e calze di lana, corredo per cucire, acciarino ed esca, piatto e bicchiere di stagno, una scatola di legno con coltello, forchetta e cucchiaio, un pacchetto di carne secca e gallette come razioni d’emergenza, altre attrezzature da viaggio — e infilò nell’altra lo stendardo avvolto nella stoffa. Ora la bisaccia con lo stendardo era troppo gonfia e le cinghie arrivavano a stento alle fibbie; ma anche l’altra era piena da scoppiare. Andava bene così.
Loial e Hurin parvero intuire il suo umore e lo lasciarono lavorare in silenzio. Rand tolse a Red sella e briglia, gli diede una pulita usando ciuffi d’erba, gli rimise la sella. Loial e Hurin offrirono del cibo, ma Rand rifiutò: non sarebbe riuscito a mandare giù nemmeno il miglior pasto immaginabile. Tutt’e tre prepararono accanto alla pietra il proprio giaciglio, una semplice coperta ripiegata a far da guanciale e il mantello per coprirsi.
Ora l’accampamento era silenzioso, ma Rand rimase sveglio a lungo. Con la mente andava avanti e indietro. Lo stendardo. Cosa cercava di fargli fare, Moiraine? Il villaggio. Quale creatura poteva uccidere in quel modo un Fade? Peggio di tutto, la casa di quel villaggio. Era accaduto davvero? Impazziva già? Doveva scappare o restare? No. Doveva restare. Doveva aiutare Mat a ritrovare il pugnale.
Alla fine, esausto, si addormento; senza volerlo, nel sonno si trovò circondato dal vuoto, nel quale guizzava un bagliore molesto che gli disturbò i sogni.
Padan Fain guardò verso settentrione, nel buio della notte, al di là dell’unico fuoco del campo, con un sorriso fisso che non arrivava agli occhi. Si considerava ancora Padan Fain, ma era stato cambiato e lo sapeva. Ora sapeva molte cose, più di quante ciascuno dei suoi vecchi padroni sospettasse. Per lunghi anni era stato un Amico delle Tenebre, prima che Ba’alzamon lo convocasse e lo mandasse sulle tracce dei tre ragazzi di Emond’s Field, distillandogli la mente e la personalità, mutandolo in un segugio che percepisse la loro presenza, fiutasse dove erano passati, li seguisse dovunque fuggissero. Soprattutto uno, il più pericoloso. Una parte di lui ancora si faceva piccola per la paura, al ricordo di quel che Ba’alzamon gli aveva fatto, ma era una parte limitata, nascosta, soffocata. Padan Fain era cambiato. Seguendo i tre, era entrato a Shadar Logoth. Non voleva andarci, ma era obbligato a ubbidire. Allora. E a Shadar Logoth...
Trasse un profondo sospiro e tastò il pugnale dall’elsa di rubino, infilato nella cintura. Anche il pugnale proveniva da Shadar Logoth. Era l’unica arma che portava, l’unica che gli occorreva; pareva parte di lui. Adesso era di nuovo un tutt’uno. E solo questo contava.
Lanciò un’occhiata al fuoco. Da una parte, i dodici Amici delle Tenebre rimasti, rannicchiati nel buio, con i vestiti un tempo eleganti e ora sporchi e gualciti, fissavano non il fuoco, ma lui. Dall’altra parte erano accucciati venti Trolloc che, con occhi fin troppo umani nel viso deforme e bestiale, seguivano ogni sua mossa, come topolini con il gatto.
Era stata una lotta, all’inizio, svegliarsi ogni mattina e trovarsi incompleto e scoprire che il Myrddraal aveva di nuovo il comando e s’infuriava e pretendeva che andassero a settentrione, alla Macchia, a Shayol Ghul. Ma, a poco a poco, quelle mattine di debolezza si erano ridotte, finché... Ricordò la sensazione del martello nella mano, mentre conficcava i chiodi, e sorrise; stavolta il sorriso gli arrivò agli occhi.
Fu distratto da un pianto nel buio e tornò serio, Aveva sbagliato a lasciare che i Trolloc prendessero prigionieri gli abitanti di un intero villaggio: rallentavano la marcia. Forse, se quelle quattro case al traghetto non fossero state abbandonate... Ma i Trolloc erano avidi di natura e, nell’euforia di veder morire il Myrddraal, lui li aveva trascurati un poco.
Lanciò un’occhiata ai Trolloc. Ognuno di essi era alto il doppio di lui, tanto robusto da farlo a pezzi con una mano sola; eppure tutti si tenevano in disparte e stavano accucciati. «Uccidete i prigionieri» ordinò. «Tutti. Riempitevi lo stomaco e ammucchiate i resti... in modo che i nostri amici li trovino. Mettete le teste in cima al mucchio. In bell’ordine.» Scoppiò a ridere, ma tornò subito serio. «Muovetevi!»
I Trolloc si allontanarono, sguainando spade ricurve come falci e alzando asce chiodate. Qualche istante dopo, dal luogo dove erano legati gli abitanti del villaggio provennero strilli e grida. Colpi sordi e rumori simili a quelli di meloni schiacciati interruppero le implorazioni di misericordia e il pianto di bambini.
Fain lasciò perdere il massacro e si girò a guardare i suoi Amici delle Tenebre. Erano suoi anch’essi, corpo e anima. Quel che dell’anima restava. Ciascuno di loro era sprofondato nel fango quanto lo era lui prima di trovare la via d’uscita. Ciascuno non aveva dove andare, se non seguire lui. Tutti lo guardarono, timorosi, supplichevoli.
«Credete che avranno di nuovo fame, prima che troviamo un altro villaggio o una fattoria?» li stuzzicò Fain. «Probabile. Credete che gli lascerò prendere qualcun altro di voi? Be’, un paio, forse. Non ci sono più cavalli di cui fare a meno.»