«Milord Rand?» Hurin, in piedi pareva ora più calmo, ma si stringeva nel mantello, con aria ansiosa. «Milord Rand, ci riporterai indietro, vero? Al nostro mondo? Ho moglie e figli, milord. Melia si dispiacerebbe, se morissi; ma se non avrà neppure il mio corpo da affidare all’abbraccio della madre, sarà infelice fino al termine dei suoi giorni. Capisci, milord. Non posso lasciarla senza che sappia. Ma tu ci riporterai indietro. E se muoio e non puoi portarle il mio corpo, informala, in modo che almeno sappia.» Nelle sue parole era filtrata una nota di fiducia.
Rand aprì bocca per ripetergli di non chiamarlo milord, ma cambiò idea: ora la cosa non aveva proprio importanza. Aveva messo Hurin in quel pasticcio. Non voleva ammetterlo, ma sapeva di poter incanalare il Potere, anche se ogni volta gli accadeva in modo casuale. Loial aveva detto che le Aes Sedai usavano le Pietre e lì non c’era nessun altro in grado di manipolare il Potere. Aveva messo Hurin in quel pasticcio e ora doveva toglierlo di lì. Tentare, almeno.
«Farò del mio meglio, Hurin» disse. E poiché Hurin era shienarese, soggiunse: «Sulla mia Casa e sul mio onore. Casa di pastore e onore di pastore, ma avranno lo stesso valore di quelli d’un lord.»
Hurin lasciò andare i lembi del mantello e parve fiducioso. Eseguì un profondo inchino. «Onorato di servirti, milord» disse.
Rand provò un senso di colpa. Hurin era convinto che lui l’avrebbe riportato a casa, perché i lord dello Shienar mantenevano sempre la propria parola. Che cosa avrebbe fatto lui, lord Rand?
«Niente inchini, Hurin. Non sono...» A un tratto si rese conto di non poter dire al fiutatore di non essere un lord: Hurin si era aggrappato a questa convinzione e lui non poteva deluderlo. «Niente inchini» ripeté, impacciato.
«Come vuoi, lord Rand» rispose Hurin, con un ampio sorriso, come quando Rand l’aveva incontrato per la prima volta.
Rand si schiarì la voce. «Sì. Be’, è quel che dico.»
Tutt’e due lo osservavano, Loial con curiosità, Hurin con fiducia, per vedere che cosa avrebbe fatto. Lui li aveva portati lì e lui doveva riportarli indietro. Questo significava...
Trasse un respiro profondo e si accostò alla colonna coperta di simboli. Minuscoli caratteri in una lingua a lui sconosciuta circondavano ogni simbolo, lettere bizzarre che fluivano in curve e in spirali, all’improvviso diventavano spigolose, poi tornavano a fluire. Almeno non era scrittura Trolloc. Con riluttanza Rand posò la mano sulla colonna. Pareva pietra asciutta e levigata, ma dava la bizzarra sensazione di metallo viscido, unto.
Rand chiuse gli occhi e formò la fiamma. Il vuoto giunse lentamente, con esitazione. Era la sua stessa paura, capì Rand, a ostacolare il vuoto: paura del tentativo che si apprestava a fare. Più paura dava in pasto alla fiamma, più paura veniva. Non poteva incanalare il Potere. Non voleva. Luce santa, doveva esserci un’altra via. Con decisione costrinse i pensieri al silenzio. Sentiva il sudore imperlargli il viso. Determinato, ricacciò la paura nella fiamma divoratrice e costrinse quest’ultima a crescere, crescere. Il vuoto si formò.
Il nucleo di Rand fluttuò nel vuoto. Rand vedeva la luce — Saidin — anche se teneva chiusi gli occhi, e ne sentiva il calore; la luce lo circondava, soffondeva ogni cosa. Guizzava come fiamma di candela vista da dietro un foglio di carta oleata. Olio rancido. Olio puzzolente.
Rand allungò la mano verso la luce — non sapeva con esattezza come, ma il gesto era simile a un movimento, un protendersi verso la luce, verso Saidin — e afferrò il nulla, come se muovesse la mano nell’acqua. Al tatto pareva un laghetto sudicio con una pellicola d’impurità, ma lui non riusciva a raccogliere una manata d’acqua, che continuava a scorrergli fra le dita, senza lasciare nemmeno goccioline, solo la pellicola viscida che gli faceva formicolare la pelle.
Cercò disperatamente di formare l’immagine della conca com’era prima, con Ingtar e i suoi lancieri addormentati accanto ai cavalli, con Mat e Perrin, e con la Pietra quasi del tutto interrata. Formò l’immagine all’esterno del vuoto, aggrappandosi al guscio che lo circondava. Cercò di collegare alla luce l’immagine, di forzarle a unirsi. La conca com’era prima, lui e Loial e Hurin insieme. La testa gli doleva. Insieme con Mat e Perrin e gli shienaresi. La testa gli bruciava. Insieme!
Il vuoto s’infranse in mille schegge affilate come rasoi che gli tagliarono la mente.
A occhi sbarrati barcollò all’indietro. Le mani gli dolevano per la forza con cui aveva premuto la Pietra, le braccia e le gambe gli tremavano di dolore; lo stomaco gli si rivoltava per lo sporco di cui si sentiva coperto e la testa... Cercò di calmare il respiro. Era stata un’esperienza del tutto nuova. Quando il vuoto scompariva, svaniva di colpo, come bolla forata. Non si rompeva mai come vetro. Si sentiva intontito. Si toccò la tempia e fu sorpreso nel vedere che le dita non erano sporche di sangue.
Hurin era ancora lì, a guardarlo con fiducia. L’annusatore, se non altro, pareva più sicuro di minuto in minuto. Lord Rand si dava da fare. I lord esistevano per proteggere la terra e la gente, col proprio corpo e la propria vita; quando c’erano storture, le raddrizzavano e provvedevano all’equità e alla giustizia. Se Rand si dava da fare, in qualsiasi modo, Hurin sapeva che alla fine tutto sarebbe andato a posto.
Anche Loial osservava Rand, ma con un’espressione diversa, una lieve ruga di perplessità. E Rand si domandò che cosa pensasse.
«Valeva la pena fare un tentativo» spiegò. Sentiva svanire piano piano la sensazione d’olio rancido dentro la testa, ma non era ancora sicuro di non vomitare. «Ritenterò, fra qualche istante.»
Si augurò di mostrarsi fiducioso, ma non aveva la minima idea di come funzionassero le Pietre e non sapeva neppure se era in grado di farle funzionare. Forse c’erano regole precise. Forse non si poteva usare due volte la stessa Pietra, oppure... Scacciò questi pensieri: non ne ricavava niente di buono. Guardò Loial e Hurin; credette di sapere che cosa intendeva Lan, quando aveva detto che il dovere pesa come una montagna.
«Milord, penso...» Hurin lasciò morire la frase e per un attimo parve imbarazzato. «Milord, forse, se troviamo gli Amici delle Tenebre, possiamo costringerli a rivelarci come tornare a casa.»
«Chiederei a un Amico delle Tenebre o al Tenebroso in persona, se pensassi d’ottenere una risposta veritiera» disse Rand. «Ma qui ci siamo solo noi tre.» Solo lui, in pratica: era lui, quello che doveva risolvere il problema.
«Possiamo seguire la loro pista, milord. Se li raggiungiamo...»
Rand lo fissò. «Riesci ancora a fiutarli?»
«Sì, milord.» Corrugò la fronte. «La traccia è debole, pallida come tutto il resto, qui; ma riesco a fiutare la pista. Su da quella parte.» Indicò il bordo della conca. «Non capisco, milord, ma... Ieri sera avrei giurato che la pista continuava dritta sul fondo della conca... là dov’eravamo. Be’, ora ha cambiato posto ed è più debole. Non perché sia vecchia, ma... Non so, lord Rand. So solo che è lì.»
Rand si mise a riflettere. Se Fain e gli Amici delle Tenebre erano anche loro in quel mondo, forse sapevano come tornare. Lo sapevano di sicuro, visto che ci erano arrivati. E avevano il Corno e il pugnale. Mat doveva riavere il pugnale. Per questo, se non per altro, lui aveva l’obbligo di trovarli. Ma alla fine prese la decisione di seguire la pista solo per la paura d’incanalare di nuovo il Potere e si vergognò, nel rendersi conto che preferiva affrontare Amici delle Tenebre e Trolloc, con il solo aiuto di Hurin e di Loial.
«Allora inseguiremo gli Amici delle Tenebre» disse. Cercò di mostrarsi sicuro, come avrebbero fatto Lan o Ingtar. «Bisogna ricuperare il Corno. Se non troviamo il modo di ricuperarlo, almeno sapremo dove si trovano gli Amici delle Tenebre, quando ritroveremo Ingtar.» Si augurò che non gli domandassero come l’avrebbero ritrovato. «Hurin, controlla che sia davvero la pista che cerchiamo.»