Выбрать главу

Contatto. Li sentì, sentì altre menti. Sentì i suoi fratelli, i lupi.

I loro pensieri gli giunsero come un miscuglio turbinante d’immagini e d’emozioni. Sulle prime era riuscito a capire solo l’emozione nuda e cruda. Ma ormai la sua mente metteva parole ai pensieri. Fratello dei lupi. Sorpresa. Un due-gambe che parla. Un’immagine sbiadita, fioca per il tempo, più antica dell’antico, di uomini che correvano con i lupi, due branchi a caccia insieme. Abbiamo saputo che accade di nuovo. Sei Zanna Lunga?

Era la debole immagine d’un uomo vestito di pelli, con in mano un lungo coltello; ma sopra l’immagine, al centro, c’era un lupo irsuto con una zanna più lunga delle altre, una zanna d’acciaio che brillava al sole, mentre il lupo guidava il branco in una carica disperata nella neve alta verso il cervo che significava vita anziché lenta morte per fame e il cervo si dibatteva per sfuggire e il sole scintillava sul bianco fino a far dolere gli occhi e il vento ululava nei passi, faceva turbinare come nebbia il fine nevischio, e... I nomi dei lupi erano sempre immagini complesse.

Perrin riconobbe l’uomo: Elyas Machera, il primo a presentarlo ai lupi, A volte rimpiangeva d’averlo incontrato.

No, rispose; e formò l’immagine di se stesso.

Sì. Abbiamo sentito di te.

Non era l’immagine proiettata da lui, un giovane con le spalle larghe e capelli castani, ricci e arruffati, con un’ascia alla cintura. C’era anche quest’uomo, nell’immagine mentale che proveniva dai lupi, ma predominava la figura di un massiccio torello selvatico con corna ricurve di metallo lucente, che correva nella notte con la velocità e l’esuberanza della gioventù, con il pelo riccio e lustro alla luce della luna, e si scagliava contro Manti Bianchi a cavallo, nell’aria frizzante e fredda e buia, e aveva sangue rosso sulle corna, e...

Giovane Toro.

Per un istante, sorpreso, Perrin perdette il contatto. Non si era mai sognato che gli avessero dato un nome. Avrebbe voluto non ricordare come se l’era guadagnato. Toccò l’ascia appesa alla cintura, con la lucente lama a mezzaluna. Aveva ucciso due uomini. Loro avrebbero ucciso lui e Egwene, senza pensarci due volte, ma...

Scacciò i ricordi (ormai era fatta e non voleva più pensarci) e diede ai lupi l’odore di Rand, di Loial, di Hurin e domandò se li avessero fiutati. Da quando aveva cambiato il colore degli occhi, poteva identificare le persone mediante l’odore, anche se non le vedeva. Aveva pure vista più acuta, ora, e riusciva a vedere al buio: per non tradirsi, stava sempre attento ad accendere lumi e candele, a volte prima ancora che gli altri lo ritenessero necessario.

Dai lupi provenne l’immagine di uomini a cavallo che s’avvicinavano alla conca, sul finire del giorno. Era l’ultima volta che avevano visto o fiutato Rand e gli altri due.

Perrin esitò. Il passo seguente era inutile, se non informava Ingtar. E Mat sarebbe morto, se non trovavano il pugnale. Maledizione, perché Rand si era portato via l’annusatore?

L’unica volta che era sceso nelle prigioni sotterranee, con Egwene, l’odore di Fain gli aveva fatto rizzare i capelli: nemmeno i Trolloc puzzavano come lui. Aveva provato l’impulso di strappare le sbarre della cella e fare a pezzi Fain; e questo impulso l’aveva spaventato più di Fain stesso. Per mascherare nella propria mente l’odore di Fain, aggiunse il lezzo dei Trolloc e ululò a squarciagola.

Da lontano giunsero gli ululati di risposta di un branco e nella conca i cavalli batterono gli zoccoli e nitrirono, atterriti. Alcuni soldati sfiorarono le lance e guardarono a disagio il bordo della conca. Dentro la testa di Perrin era molto peggio. Lui sentiva la rabbia dei lupi, l’odio. I lupi odiavano solo due cose; le altre, le sopportavano: ma odiavano il fuoco e i Trolloc. Sarebbero passati tra le fiamme, pur di uccidere i Trolloc.

Ma l’odore di Fain li aveva scatenati ancora più di quello dei Trolloc, come se avessero fiutato in lui qualcosa che rendeva i Trolloc naturali e giusti.

Dove?

Nella mente di Perrin il cielo roteò, la terra girò su se stessa. Levante e ponente, i lupi non sapevano. Conoscevano i movimenti del sole e della luna, il cambiamento delle stagioni, i contorni del territorio. Perrin riuscì a dedurre la direzione. Meridione. E un’altra cosa. La bramosia d’uccidere i Trolloc. I lupi avrebbero lasciato che Giovane Toro partecipasse all’uccisione. Poteva portare con sé i due-gambe dalla pelle di ferro, se voleva; ma Giovane Toro, e Fumo, e Due Cervi e Alba Invernale e il resto del branco avrebbero dato la caccia ai Deformi che avevano osato entrare nel loro territorio. La carne non commestibile e il sangue amaro avrebbero bruciato la lingua, ma i Trolloc dovevano essere uccisi.

La furia dei lupi era contagiosa. Perrin arricciò le labbra in un ringhio e mosse un passo per raggiungerli, per correre con loro alla caccia, alla strage.

Con uno sforzo interruppe il contatto, a parte la lieve sensazione della presenza dei lupi. Poteva indicare dov’erano, anche a quella distanza. Sentì un gelo interiore. Lui era un uomo, non un lupo. Luce santa, un uomo!

«Perrin, ti senti bene?» disse Mat avvicinandosi. Aveva il tono di sempre, insolente (e anche amaro in sottofondo, negli ultimi tempi), ma l’aria preoccupata. «Ci mancava anche questa. Rand sparisce, tu ti ammali. Non so dove trovare una Sapiente che ti curi, qui intorno. Dovrei avere nelle bisacce un po’ di corteccia di salice: ti preparo un infuso ben carico, se Ingtar ci lascia fermare ancora un poco. Ti farà bene.»

«Sto... sto bene, Mat» rispose Perrin. Scostò la mano dell’amico e andò a cercare Ingtar. Lo shienarese esaminava il terreno lungo il bordo della conca, insieme con Huno, Ragan e Masema. Questi ultimi si accigliarono, quando Perrin prese da parte Ingtar e si assicurò che non potessero ascoltare. «Ingtar» disse «non so dove siano andati Rand e gli altri, ma Padan Fain e i Trolloc e gli Amici delle Tenebre puntano sempre a meridione.»

«Come lo sai?»

Perrin trasse un sospiro profondo. «Me l’hanno detto i lupi» rispose. E attese la reazione. Una risata, una presa in giro, un’accusa d’essere Amico delle Tenebre o pazzo. Deliberatamente infilò nella cintura i pollici, tenendo lontano dall’ascia le mani. Non avrebbe più ucciso. Se Ingtar lo avesse assalito ritenendolo Amico delle Tenebre, lui sarebbe scappato, ma non avrebbe ucciso nessuno.

«Ho udito parlare di cose del genere» disse lentamente Ingtar, dopo un attimo. «Voci. C’era un Custode, un certo Elyas Machera, che secondo alcuni poteva parlare ai lupi. Scomparve anni fa.» Colse qualcosa negli occhi di Perrin. «Lo conosci?»

«Lo conosco» rispose Perrin, in tono piatto. «È lui che... Non voglio parlarne. Non l’ho voluto io.» Le stesse parole di Rand. Luce santa, quanto avrebbe voluto essere ancora al lavoro nella fucina di mastro Luhhan!

«Questi lupi seguiranno per noi la pista degli Amici delle Tenebre e dei Trolloc?» domandò Ingtar. Perrin annuì. «Bene. Riavrò il Corno, a qualsiasi costo.» Lanciò un’occhiata a Huno e agli altri che ancora cercavano delle tracce. «Meglio non dire niente a nessuno, comunque. Nelle Marche di Confine i lupi sono considerati portafortuna, I Trolloc ne hanno paura. Tuttavia è meglio che la cosa resti fra noi, per il momento. Alcuni potrebbero non capire.»

«Vorrei che nessuno l’avesse scoperto» disse Perrin.

«Dirò loro che pensi d’avere anche tu il talento di Hurin. Questo lo capiscono e l’accettano. Alcuni ti hanno visto arricciare il naso, in quel villaggio e al traghetto. Ho udito qualche battuta sul tuo naso delicato. Sì. Oggi ci guidi tu sulla pista e Huno troverà tracce sufficienti a confermare che è quella giusta; prima di sera, tutti saranno convinti che sei un annusatore. Riprenderò il Corno.» Lanciò un’occhiata al cielo e alzò la voce. «Sprechiamo tempo! In sella!»