Comunque, l’accenno casuale al ritorno a casa aveva sollevato un poco il morale degli altri due. Hurin sedeva in sella un po’ più dritto e Loial teneva le orecchie un po’ meno penzoloni. Non era il momento, né il luogo, di far sapere che condivideva le loro paure, si disse Rand; perciò le tenne per sé e le combatté da solo.
Hurin fu di buonumore per tutta la mattinata. Mormorava: «Tanto, non abbiamo intenzione di restare» e ridacchiava. Alla fine Rand gli disse di fare silenzio. Verso mezzogiorno però l’annusatore si zittì sul serio, scuotendo la testa e corrugando la fronte.
«Hurin, c’è qualcosa che non va, nella pista?» domandò Rand.
L’annusatore si strinse nelle spalle, turbato. «Sì, lord Rand, e no, si potrebbe dire.»
«O sì, o no, Hurin. Hai perso la pista? Non fartene colpa, era debole fin dall’inizio. Se non troviamo gli Amici delle Tenebre, troveremo un’altra Pietra e torneremo con quel sistema.» Luce santa, tutto, ma non questo, pensò; ma si mantenne calmo in viso. «Se gli Amici delle Tenebre possono venire qui e andarsene di qui, possiamo farlo anche noi.»
«Oh, non ho perso la traccia, lord Rand. Sento ancora la loro puzza. Non si tratta di questo. Solo che... che... È come se la ricordassi, lord Rand, anziché fiutarla. Ma non la ricordo. Decine e decine di piste la incrociano a ogni momento, con ogni sorta di odori di violenza, alcuni quasi recenti, solo sbiaditi come ogni altra cosa. Stamattina, appena lasciata la conca, avrei giurato di trovarmi in mezzo a centinaia di persone massacrate solo da qualche minuto, ma non c’erano cadaveri e nemmeno un segno sull’erba, a parte le impronte dei nostri cavalli. Perché ci sia un simile odore, il terreno dovrebbe essere calpestato e zuppo di sangue, invece non c’era un segno. Ed è così in continuazione, milord. Ma seguo la pista. La seguo. Questo luogo mi rende nervoso, ecco. Sarà per questo.»
Rand guardò Loiaclass="underline" a volte l’Ogier mostrava di possedere conoscenze insolite, ma ora pareva perplesso quanto Hurin. Rand finse una fiducia che non provava. «So che fai del tuo meglio, Hurin» disse. «Siamo tutti nervosi. Segui la pista meglio che puoi e li troveremo.»
«Ve bene, lord Rand.» Hurin spronò il cavallo. «Va bene.»
Ma al calar della notte non c’era ancora segno degli Amici delle Tenebre e Hurin disse che la traccia era sempre più debole. Continuò a borbottare tra sé di ‘ricordare’ l’odore.
Non avevano visto alcun segno. Proprio nessuno. Rand non era bravo come Huno a seguire le piste, ma qualsiasi ragazzo dei Fiumi Gemelli sapeva ritrovare una pecora smarrita o scoprire le peste d’un coniglio per cena. Invece, niente: come se, prima del loro arrivo, nessuna creatura vivente avesse mai disturbato quel territorio. Doveva esserci qualcosa, se gli Amici delle Tenebre erano davanti a loro. Ma Hurin continuava a seguire la traccia che asseriva di fiutare.
Quando il sole toccò l’orizzonte, si accamparono in un boschetto non toccato dal fuoco e mangiarono le provviste di scorta: gallette e carne secca; un pasto che non riempiva la stomaco, duro e poco gustoso. Rand calcolò che le provviste sarebbero bastate per una settimana. Dopo di che... Hurin mangiò lentamente, ma Loial terminò in fretta la sua razione e si mise a fumare la pipa, tenendo a portata di mano il bastone. Rand tenne il fuoco basso e ben nascosto fra gli alberi: forse, nonostante le preoccupazioni di Hurin per la bizzarria della pista, Fain con i suoi Amici delle Tenebre e i suoi Trolloc era abbastanza vicino da scorgere un fuoco.
Gli parve strano che avesse cominciato a pensare a loro come gli Amici delle Tenebre di Fain, i Trolloc di Fain. Fain era soltanto un povero pazzo. Allora perché l’avevano liberato? Fain aveva fatto parte di un piano del Tenebroso per trovare lui, Rand. Forse c’era un collegamento tra le due cose. Ma allora perché Fain scappava, invece di dargli la caccia? E quale creatura aveva ucciso quel Fade? Che cosa era avvenuto, a lui, nella stanza piena di mosche? E quegli occhi, che l’avevano osservato a Fal Dara? E quel vento, che l’aveva afferrato come la resina di pino intrappola gli insetti? No, no, Ba’alzamon era morto di certo. Le Aes Sedai non ci credevano. Moiraine non ci credeva, e neppure l’Amyrlin. Si rifiutò di pensare ancora alla morte di Ba’alzamon. Ora doveva badare solo a ricuperare il pugnale di Mat. Trovando Fain e il Corno.
Non è mai finita, al’Thor.
La voce fu simile a una lieve brezza che gli mormorasse in fondo alla testa, un lieve, gelido sussurro che si apriva la strada fra gli interstizi della mente. Rand quasi cercò il vuoto per sfuggire a quella voce, ma ricordò che cosa l’aspettava nel vuoto e rinunciò subito.
Per calmarsi, nella penombra del crepuscolo eseguì con la spada le figure, come gli aveva insegnato Lan, ma senza ricorrere al vuoto, Il taglio della seta. Il colibrì bacia la rosa. Airone a guado fra i giunchi, per affinare l’equilibrio. Si concentrò nei movimenti rapidi e sicuri e per un poco dimenticò dove si trovava. Continuò ad allenarsi, finché non fu coperto di sudore. Però, al termine, tutto era come prima. Anche se non faceva freddo, Rand rabbrividì e si strinse nel mantello. Si sedette accanto al fuoco. Gli altri due intuirono il suo umore e rimasero in silenzio. Nessuno si lamentò, quando Rand gettò terriccio sulle ultime fiamme guizzanti.
Rand stesso fece il primo turno di guardia: con l’arco pronto, girò intorno al boschetto e a volte tolse il fermo alla spada. La gelida luna era quasi piena, alta nel buio, e la notte era silenziosa quanto il giorno e altrettanto vuota. Vuota era la parola giusta. La terra era vuota come una giara polverosa. Era difficile credere che ci fosse qualcuno al mondo, in quel mondo, a parte loro tre; difficile credere anche alla presenza degli Amici delle Tenebre, da qualche parte più avanti.
Per tenersi compagnia, Rand aprì il mantello di Thom Merrilin ed espose, sopra le toppe colorate, gli astucci di cuoio col flauto e l’arpa. Tolse dall’astuccio il flauto intarsiato d’oro e d’argento; ricordando le lezioni del menestrello, suonò alcune note della canzone ‘Il vento che scuote il salice’, piano, per non svegliare gli altri due. Anche in sordina, quella musica triste era troppo forte per quel luogo, troppo reale. Con un sospiro Rand rimise a posto il flauto e rifece il fagotto.
Rimase di guardia a lungo, lasciando dormire gli altri due. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, quando a un tratto si accorse che era scesa la nebbia. Fitta, strisciava per terra e dava l’impressione che le montagnole indistinte di Hurin e di Loial spuntassero dalle nuvole. Più in alto si diradava, ma velava il terreno tutt’intorno e nascondeva ogni cosa, tranne gli alberi più vicini. La luna pareva coperta da un telo di seta bagnata. Chiunque poteva assalirli, senza paura d’essere visto. Rand toccò la spada.
«Le spade non servono contro di me, Lews Therin. Dovresti saperlo.»
Rand si girò di scatto e la nebbia gli turbinò intorno ai piedi. Sguainò di riflesso la spada e la tenne alta davanti a sé. Il vuoto si formò di colpo in lui; per la prima volta, Rand notò appena il bagliore contaminato di Saidin.
Una figura indistinta si avvicinò nella nebbia, appoggiandosi a un lungo bastone. Dietro di essa, come se l’ombra di quell’ombra fosse immensa, la nebbia s’infittì fino a diventare più nera della notte. Rand si sentì venire la pelle d’oca. La figura si avvicinò; a poco a poco assunse la sagoma d’un uomo, vestito e guantato di nero, con una maschera di seta nera; e le tenebre avanzarono con lui. Anche il bastone era nero, come se il legno fosse carbonizzato, ma liscio e lucente come acqua al chiaro di luna. Per un istante i fori della maschera brillarono quasi coprissero due fuochi. Rand sapeva già di chi si trattava.
«Ba’alzamon» alitò. «Questo è un sogno. Mi sono addormentato e...»
Ba’alzamon rise, con il ruggito d’una fornace spalancata. «Cerchi sempre di negare ciò che è, Lews Therin. Se allungo la mano, posso toccarti, Kinslayer. Posso sempre toccarti. Sempre e ovunque.»