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«Specchi della Ruota» disse Loial.

Selene gli rivolse un’occhiata e annuì. «Sì. Esatto. Questi mondi sono davvero specchi, in un certo senso, soprattutto quelli disabitati. Alcuni riflettono solo grandi eventi del mondo reale, ma altri hanno un’ombra del riflesso ancora prima che l’evento si verifichi. Il passaggio del Corno di Valere sarebbe di certo un grande evento. I riflessi del futuro sono più deboli di quelli del presente e del passato: e infatti secondo Hurin la traccia che seguiva era debole.»

Hurin batté le palpebre, incredulo. «Vorresti dire, milady, che fiutavo dove quegli Amici delle Tenebre andranno? La Luce m’aiuti, che idea spiacevole! E già brutto fiutare dove la violenza è già avvenuta, senza fiutare anche dove avverrà. Non esistono molti posti dove prima o poi non si verificherà un atto di violenza. Diventerei pazzo di sicuro. Ho già rischiato d’impazzire: laggiù fiutavo violenza a ogni passo, uccisioni, ferimenti e il peggior male che puoi immaginare. Lo fiutavo perfino su di noi. Su tutti noi. Anche su di te, milady, se mi perdoni la franchezza. Colpa del luogo: mi distorceva, come distorceva la vista.» Si scosse. «Sono felice d’esserne fuori. Però ancora non riesco a togliermi dalle narici l’odore.»

Con aria assente Rand si strofinò il marchio a fuoco sul palmo. «Loial, tu cosa ne pensi? È possibile che siamo davvero in anticipo rispetto a Fain e agli Amici delle Tenebre?»

L’Ogier si strinse nelle spalle. «Non so, Rand. Di tutte queste cose non so niente. Penso che siamo tornati nel nostro mondo. Penso che ci troviamo nelle montagne dette Pugnale del Kinslayer. Oltre questo...» Si strinse di nuovo nelle spalle.

«Dovremmo accompagnarti a casa, Selene» disse Rand. «I tuoi saranno preoccupati.»

«Un’attesa di qualche giorno ci dirà se ho ragione» replicò lei, spazientita. «Hurin ritroverà la pista. E terremo gli occhi aperti. Il Corno di Valere non impiegherà molto tempo a giungere fin qui. Il Corno di Valere, Rand. Pensaci. L’uomo che suona il Corno vivrà per sempre nella leggenda.»

«Non voglio avere niente a che fare con le leggende» rispose Rand, brusco. Ma se gli Amici delle Tenebre passavano da quelle parti... E se Ingtar li avesse perduti? Allora gli Amici delle Tenebre si sarebbero tenuti per sempre il Corno e Mat sarebbe morto. «D’accordo. Aspetteremo qualche giorno. Male che vada, probabilmente incontreremo Ingtar e gli altri. Non credo proprio che siano tornati indietro solo perché siamo... scomparsi.»

«Saggia decisione, Rand» disse Selene. Gli toccò il braccio e sorrise; e di nuovo Rand si ritrovò a pensare di baciarla.

«Ah... dobbiamo stare nelle vicinanze del punto da cui giungeranno» disse. «Ammesso che giungano. Hurin, puoi trovare un luogo dove accamparci prima di notte, che ci permetta anche di tenere d’occhio il punto in cui hai perduto la pista?» Diede un’occhiata alla Pietra Portale e pensò di dormire accanto a essa, pensò al modo in cui il vuoto era scivolato in lui nel sonno, l’ultima volta, e la luce nel vuoto. «Un posto abbastanza lontano da qui.»

«Lascia che me ne occupi io, lord Rand» rispose Hurin. Montò in sella. «Giuro che non prenderò più sonno se prima non avrò controllato che sorta di pietre ci sono nelle vicinanze.»

Rand spinse Red fuori della conca e si ritrovò a guardare più Selene che non Hurin. Pareva fredda, controllata, eppure regale; ma quando gli sorrideva, come in quel momento... Egwene, pensò, avrebbe ritenuto poco saggia quella decisione; Egwene gli avrebbe dato della testa di rapa. Per nascondere l’improvvisa irritazione, spronò Red.

18

Alla Torre Bianca

Egwene si tenne in equilibrio sul ponte malfermo della Regina del fiume: sotto il cielo rannuvolato, la nave correva lungo l’ampio Erinin, con le vele gonfie di vento; la bandiera con la Fiamma Bianca frustava l’albero maestro. Appena l’ultima persona era salita a bordo, a Medo, il vento si era alzato e da allora aveva continuato a soffiare con forza, giorno e notte. La corrente del fiume, più rapida e costante, spingeva il gruppo di navi. La Regina del fiume procedeva davanti a tutte, dal momento che aveva a bordo l’Amyrlin Seat.

Il timoniere reggeva la barra con decisione, a gambe larghe, piedi piantati sul ponte; i marinai, scalzi, s’affaccendavano con impegno; quando davano un’occhiata al cielo o al fiume, distoglievano gli occhi e borbottavano sottovoce. In quel momento un villaggio spariva alla vista e un ragazzo correva lungo la riva; per un poco aveva tenuto l’andatura delle navi, ma ora anche lui restava indietro. Quando lo vide scomparire, Egwene scese sotto coperta.

Nella piccola cabina che dividevano, Nynaeve, distesa sulla cuccetta, la fissò con aria torva. «Pare che arriveremo a Tar Valon oggi» disse. «La Luce m’aiuti, sono felice di rimettere piede sulla terraferma, anche a Tar Valon.» La nave sbandò per il vento e la corrente; Nynaeve deglutì. «Non salirò mai più su di una barca» dichiarò, senza fiato.

Egwene scosse il mantello bagnato dagli spruzzi del fiume e l’appese al piolo accanto alla porta. La cabina non era ampia... pareva che non ce ne fossero, di ampie, sulla nave, nemmeno quella che l’Amyrlin aveva avuto dal capitano, che pure era più larga delle altre. Con le due cuccette attaccate alle pareti, gli scaffali sotto e gli armadietti sopra, tutto era a portata di mano.

Egwene aveva una certa difficoltà a tenersi in equilibrio, ma non pativa quanto Nynaeve il movimento della nave. «Sono preoccupata per Rand» disse.

«Io sono preoccupata per tutti loro» replicò Nynaeve, con voce smorta. Dopo un momento soggiunse: «Hai fatto un altro sogno, stanotte? Quando ti sei alzata, avevi uno sguardo...»

Egwene annuì: a Nynaeve non riusciva a nascondere niente e non aveva nemmeno tentato di non parlarle dei sogni. La Sapiente aveva cercato di somministrarle una pozione, ma aveva cambiato idea, nell’apprendere che una Aes Sedai aveva mostrato interesse per i sogni di Egwene, e si era convinta che fossero significativi. «Era simile agli altri» disse Egwene. «Diverso, ma dello stesso genere. Rand è in pericolo. Lo so. E la situazione peggiora. Ha fatto, o sta per fare, qualcosa che lo mette in...» Si lasciò cadere sul letto e si sporse verso Nynaeve. «Mi piacerebbe ricavarne un senso!»

«Incanala il Potere?» domandò piano Nynaeve.

Istintivamente Egwene si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno a portata d’orecchio.

Erano da sole, con la porta chiusa, ma lei rispose ugualmente a voce assai bassa: «Non lo so. Può darsi.» Non voleva rischiare che qualcuno origliasse: ormai aveva visto che cosa erano in grado di fare le Aes Sedai, al punto da credere a ogni storia sui loro poteri, e non voleva mettere in pericolo Rand. Se avesse voluto comportarsi correttamente, avrebbe parlato di Rand alle Aes Sedai; ma Moiraine sapeva tutto, eppure non aveva detto niente a nessuno. E poi, si trattava di Rand! «Non so cosa fare» soggiunse.

«Anaiya non ha detto altro, su questi sogni?» domandò Nynaeve. Si faceva un punto d’onore di non aggiungere mai al nome l’onorifico Sedai, anche se loro due erano da sole. La maggior parte delle Aes Sedai pareva non badarci, ma quest’abitudine aveva fruttato a Nynaeve sguardi incuriositi e alcune occhiatacce: in fin dei conti, andava alla Torre Bianca per l’addestramento.

Egwene ripeté le parole di Anaiya. «Mi ha detto: “La ruota gira e ordisce come vuole. Il ragazzo è molto lontano, bambina; non possiamo fare niente, finché non ne sapremo di più. Provvederò a esaminarti io stessa, bambina, quando saremo nella Torre Bianca". Ah! Lei sa che in questi sogni c’è qualcosa. Ne sono sicura. Anaiya mi è simpatica, Nynaeve, davvero. Ma non vuole dirmi quel che voglio sapere. E io non posso dirle tutto. Forse, se potessi...»

«Di nuovo l’uomo con la maschera?»

Egwene annuì. Aveva l’impressione che fosse meglio non parlare di lui a Anaiya. Non aveva la minima idea del motivo: eppure, era sicura. Aveva visto tre volte l’uomo con gli occhi di fiamma, in sogni che la convincevano che Rand era in pericolo. Portava sempre la maschera; a volte lei scorgeva gli occhi, a volte vedeva solo fiamme al posto degli occhi. «Ha riso di me» disse. «Era... sprezzante. Come se fossi un cagnolino da scacciare con un calcio dalla sua strada. Mi spaventa.»