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Nynaeve spalancò gli occhi ed ebbe appena il tempo di mandare uno strillo, prima di cadere sul letto, con un forte tonfo. Egwene trasalì: sotto * il materasso sottile, il tavolato di legno era duro. Nynaeve non mosse muscolo del viso e restò seduta, cambiando appena posizione.

«E ora» disse l’Amyrlin, con fermezza «se non vuoi altre dimostrazioni, procederemo con la lezione. La continueremo, si potrebbe dire.»

«Madre?» intervenne debolmente Egwene. Ancora non poteva muoversi, dal mento in giù.

L’Amyrlin le rivolse un’occhiata interrogativa, poi sorrise. «Oh. Scusa, bambina. La tua amica impegnava tutta la mia attenzione.» Di colpo Egwene fu di nuovo in grado di muoversi; alzò le braccia, solo per convincersene. «Siete pronte a imparare, tutt’e due?»

«Sì, Madre» rispose in fretta Egwene.

L’Amyrlin alzò un sopracciglio e guardò Nynaeve.

Dopo un momento, con voce tesa, Nynaeve disse: «Sì, Madre.»

Egwene emise un sospiro di sollievo.

«Bene, Allora, svuotate la mente d’ogni pensiero e concentratevi su di un fiore in boccio.»

Quando infine l’Amyrlin se ne andò, Egwene era tutta sudata. Alcune delle altre Aes Sedai erano maestre severe, ma quella donna sorridente, dal viso comune, esigeva fino all’ultima stilla di sforzo. Comunque, era andata bene. Appena la porta si chiuse alle spalle dell’Amyrlin, Egwene alzò la mano; una minuscola fiammella scaturì, in equilibrio un pelo al di sopra dell’indice, e danzò da un dito all’altro. In teoria lei non doveva farlo, senza la sorveglianza di una insegnante, o almeno di una delle Ammesse, ma era troppo entusiasta dei propri progressi per curarsene.

Nynaeve balzò in piedi e tirò il guanciale alla porta chiusa. «Quella... quella lurida, spregevole, miserabile... strega! La Luce la fulmini! Mi piacerebbe dare lei in pasto ai pesci. Mi piacerebbe darle pozioni che la facciano diventare verde per il resto della vita! Non m’importa se è tanto vecchia da essere mia madre: se l’avessi a Emond’s Field, non si siederebbe comodamente per...» Digrignò i denti con tanta forza che Egwene trasalì.

Lasciò morire la fiammella e abbassò lo sguardo. Avrebbe voluto trovare un modo per uscire di nascosto dalla cabina senza farsi vedere da Nynaeve.

La lezione non era andata bene, per Nynaeve, perché la Sapiente aveva represso la propria collera finché l’Amyrlin non se n’era andata. Non poteva mai fare molto, a meno di non essere furiosa, e allora tutto le usciva di scatto. Vista la serie di fallimenti, l’Amyrlin aveva fatto il possibile per farla arrabbiare di nuovo. Egwene avrebbe voluto che Nynaeve dimenticasse che lei aveva assistito.

Nynaeve si accostò rigidamente al proprio letto e rimase a fissare la parete, pugni sui fianchi. Egwene guardò con desiderio la porta.

«Non era colpa tua» disse Nynaeve. Egwene trasalì.

«Nynaeve, io...»

Nynaeve si girò a guardarla. «Non era colpa tua» ripeté; ma pareva poco convinta. «Però, se solo ti scappa una parola, ti... ti...»

«Non una parola» promise in fretta Egwene.

Nynaeve la fissò ancora per un momento, poi annuì. A un tratto fece una smorfia. «Luce santa, non credevo che ci fosse qualcosa di più cattivo della radice di linguapecora. Me ne ricorderò, la prossima volta che fai la scema; quindi, sappiti regolare.»

Egwene trasalì. Quello era stato il primo tentativo dell’Amyrlin per far arrabbiare Nynaeve. La donna aveva fatto comparire un grumo scuro d’una sostanza che luccicava come grasso e aveva un puzzo terribile; col Potere aveva tenuto ferma Nynaeve e l’aveva costretta a ingoiare il grumo. Le aveva perfino tappato il naso, per costringerla a deglutire. E Nynaeve ricordava le cose, se le vedeva fare anche solo una volta. Egwene non sapeva come impedirglielo, se Nynaeve avesse deciso di farlo; riusciva a far danzare una fiammella, certo, ma non avrebbe mai potuto tenere l’Amyrlin incollata alla parete. «Almeno» disse «non hai più la nausea per i movimenti della nave.»

Nynaeve borbottò, poi rise. «Sono troppo arrabbiata per avere la nausea» replicò. Scosse la testa e rise di nuovo, senza allegria. «Sto troppo male per avere la nausea. Luce santa, mi sento come se mi avessero tirata attraverso il buco d’un nocchio. Se le novizie affrontano questo addestramento, hanno l’incentivo a imparare in fretta.»

Egwene si guardò, accigliata, le ginocchia. A confronto di Nynaeve, l’Amyrlin l’aveva solo convinta con le buone, aveva sorriso al suo successo, aveva simpatizzato con i suoi fallimenti. Ma tutte le Aes Sedai dicevano che le cose sarebbero state diverse, nella Torre Bianca: più dure, anche se non precisavano come. Se avesse dovuto sopportare, giorno dopo giorno, l’esperienza toccata a Nynaeve, non avrebbe resistito di sicuro.

Il rollio della nave cambiò, divenne meno intenso. Sul ponte si udì rumore di piedi in corsa. Un uomo gridò qualcosa che Egwene non riuscì a distinguere.

Alzò lo sguardo verso Nynaeve. «Credi che... Tar Valon?»

«C’è solo un modo per scoprirlo» replicò Nynaeve. Staccò dal piolo il mantello.

Salirono sul ponte: i marinai correvano da tutte le parti, tiravano funi, riducevano la velatura, preparavano lunghi remi. Il vento era diventato una semplice brezza e le nuvole si disperdevano.

Egwene corse alla murata. «Eccola! Tar Valon!» Nynaeve si unì a lei, con viso inespressivo.

L’isola era molto ampia, tanto da dare l’impressione che il fiume si dividesse in due, non che racchiudesse un pezzo di terra. Ponti che parevano fatti di merletto formavano arcate dalle rive all’isola e superavano anche tratti di terreno paludoso. Le mura della città, le Mura Lucenti di Tar Valon, splendevano d’un bianco abbagliante. Sulla riva di ponente, con la cima tronca che lasciava uscire un ricciolo di fumo, si ergeva Montedrago, nero contro il cielo, una montagna fra distese pianeggianti e poco ondulate. Montedrago, dove il Drago era morto. Montedrago, creato dagli ultimi spasmi del Drago.

Guardando la montagna, a malincuore Egwene pensò a Rand. Un uomo che incanalava il Potere, la Luce lo aiutasse!

La Regina del fiume varcò l’ampia apertura di un alto muro circolare che arrivava fin dentro l’acqua. Al di là dell’apertura, un lungo molo circondava un porto circolare. I marinai ammainarono le ultime vele e usarono i remi per spingere la nave, di poppa, fino all’attracco. Lungo il molo, le altre navi del convoglio si erano già sistemate nel proprio ancoraggio fra quelle alla fonda. La bandiera con la Fiamma Bianca richiamò operai sul molo già affollato.

L’Amyrlin salì sul ponte, prima ancora che le gomene d’ancoraggio fossero legate; ma i portuali, appena la videro comparire, sistemarono la passerella. Leane l’affiancò, reggendo il bastone con la punta a fiamma, e le altre Aes Sedai la seguirono a terra. Non una di loro rivolse un’occhiata a Egwene e a Nynaeve. Sul molo, una delegazione accolse l’Amyrlin: Aes Sedai con lo scialle della propria Ajah, che s’inchinarono formalmente e le baciarono l’anello. Il molo brulicava di gente, fra navi che scaricavano e l’arrivo dell’Amyrlin Seat. Soldati si schierarono in formazione, operai si occuparono del carico; squilli di tromba risuonarono dalle mura, a gara con gli evviva degli astanti.

Nynaeve sbuffò rumorosamente. «Pare che si siano dimenticate di noi. Andiamo. Faremo da sole.»

Egwene era riluttante a lasciare lo spettacolo di Tar Valon, ma seguì Nynaeve sotto coperta per prendere i bagagli. Quando tornarono sul ponte, fagotti fra le braccia, soldati e trombettieri erano spariti; e anche le Aes Sedai. Alcuni operai aprivano portelli lungo il ponte e calavano funi nelle stive.

Nynaeve prese per il braccio uno scaricatore, un tipo tarchiato, con una rozza camicia marrone senza maniche. «I nostri cavalli...» cominciò.

«Ho da fare» brontolò l’uomo, liberandosi. «I cavalli saranno portati tutti alla Torre. Meglio che ci vada anche tu. Alle Aes Sedai non piace che le nuove si presentino in ritardo.» Un altro uomo, indaffarato con una balla che ondeggiava appesa a un cavo, lo chiamò a gran voce e lui lasciò le due donne senza nemmeno un’ultima occhiata.