Egwene e Nynaeve si guardarono; a quanto pareva, dovevano davvero fare da sole.
Nynaeve scese dalla nave, torva e decisa; Egwene percorse con aria avvilita la passerella e affrontò l’odore di catrame che aleggiava sul molo. Le Aes Sedai avevano fatto tante storie per averle lì e ora parevano disinteressarsi di loro.
Una larga scalinata portava dal molo a un ampio arco di rossolite scura. Ai piedi della scalinata Egwene e Nynaeve si fermarono a guardare.
Ogni edificio pareva un palazzo, anche se molti di quelli vicino all’arco ospitavano locande e botteghe, a giudicare dall’insegna sopra la porta. Dappertutto c’erano fantasiose opere murarie e le linee di ogni costruzione parevano progettate per fare da complemento e annunciare le successive, guidando l’occhio come se ogni cosa facesse parte d’un vasto disegno. Alcune costruzioni non parevano affatto edifici, ma giganteschi marosi, enormi conchiglie, dirupi scolpiti dal vento. Proprio di fronte all’arco c’era un’ampia piazza, con una fontana e degli alberi; più avanti se ne scorgeva un’altra. Al di sopra degli edifici s’innalzavano le torri, alte e aggraziate) alcune collegate da ponti a grande altezza. E più in alto di tutte si ergeva una torre più grande, bianca come le stesse Mura Lucenti.
«A vederla per la prima volta, si resta senza fiato» disse dietro di loro una voce femminile. «E anche per la decima. E per la centesima.»
Egwene si girò. La donna era Aes Sedai, anche se non portava lo scialle: nessun’altra aveva quell’aria senza età, quel portamento sicuro, fiducioso. Al dito portava l’anello d’oro col serpente che si morde la coda. Era grassottella e aveva un sorriso caloroso. Egwene non aveva mai visto donne così bizzarre: il viso paffuto non riusciva a nascondere gli zigomi alti, gli occhi all’insù erano d’un verde chiarissimo, i capelli avevano quasi il color del fuoco. Egwene si trattenne appena in tempo dal ridacchiare scioccamente per quei capelli e per gli occhi a mandorla.
«Architettura Ogier, naturalmente» proseguì l’Aes Sedai. «La loro opera migliore, a detta di alcuni. Una delle prime città costruite dopo la Frattura. Non c’erano nemmeno cinquecento persone, a quel tempo... non più di venti Sorelle, Ma gli Ogier costruirono in previsione di quel che sarebbe servito.»
«Una città bellissima» disse Nynaeve. «Noi dovremmo andare alla Torre Bianca’. Siamo venute per l’addestramento. Ma pare che a nessuno interessi se andiamo alla Torre o restiamo qui.»
«Interessa, interessa» replicò la donna, con un sorriso. «Sono venuta a prendervi, ma ho fatto tardi per parlare prima con l’Amyrlin. Sono Sheriam, Maestra delle Novizie.»
«Io non devo fare il noviziato» disse Nynaeve, con voce ferma, ma un po’ troppo in fretta. «L’Amyrlin stessa ha detto che sarei stata una delle Ammesse.»
«Così m’hanno detto» convenne Sheriam, in tono divertito. «Che sappia io, non è mai accaduto; ma dicono che sei... eccezionale. Ricorda, però, che pure un’Ammessa può essere affidata alle mie cure. Comporta l’infrazione di regole, più che per una novizia, ma è già accaduto.» Si rivolse a Egwene, come se non avesse notato la fronte corrugata di Nynaeve. «E tu sei la nostra novizia. Fa sempre piacere vederne arrivare una. Ne abbiamo troppo poche, di questi tempi. Con te sono quaranta. Solo quaranta. E non più di otto, nove saranno Ammesse. Ma non devi preoccupartene molto, se ti applichi con impegno. Il lavoro è duro e il tuo potenziale, che mi dicono elevato, non lo renderà più facile. Meglio scoprire subito se ti adatti o se rischi di spezzarti sotto la tensione, e quindi lasciarti andare per la tua strada, anziché aspettare che diventi Sorella a tutti gli effetti e che altri dipendano da te. La vita d’una Aes Sedai non è facile. Qui ti prepareremo ad affrontarla, se hai in te i requisiti.»
Egwene deglutì. Spezzarsi sotto la tensione? «Proverò, Sheriam Sedai» disse debolmente. E non mi spezzerò, si ripromise.
Nynaeve la guardò, preoccupata. «Sheriam...» Si bloccò e trasse un sospiro profondo. «Sheriam Sedai... dev’essere per forza così duro, per lei? Ogni persona ha dei limiti di sopportazione. Io so... qualcosa... di quel che le novizie devono affrontare. Di sicuro non occorre spezzarla, per scoprire quanto è forte.»
«Ti riferisci all’esperienza odierna con l’Amyrlin?» Nynaeve s’irrigidì. Sheriam parve voler nascondere un’aria divertita. «Ti ho detto d’avere parlato con l’Amyrlin» soggiunse. «Non preoccuparti per la tua amica. L’addestramento delle novizie è duro, ma non troppo. Quello veramente duro riguarda le prime settimane di chi è Ammessa.» Nynaeve rimase a bocca aperta ed Egwene pensò che gli occhi le sarebbero schizzati dalle orbite. «Per mettere in quadro le poche che hanno evitato l’addestramento da novizia, quando non avrebbero dovuto. Non possiamo rischiare che una Aes Sedai a tutti gli effetti si spezzi sotto la tensione del mondo esterno.» Le prese sottobraccio. Nynaeve pareva non rendersi nemmeno conto di dove andava. «Venite» disse Sheriam. «Vi sistemerò nelle vostre stanze. La Torre Bianca aspetta.»
19
Ai piedi del Pugnale
La notte ai piedi del Pugnale del Kinslayer era fredda, come sono sempre le notti fra le montagne. Il vento soffiava dagli alti picchi e portava il gelo delle cime innevate. Rand cambiò posizione sul terreno duro e si avvolse meglio nel mantello e nella coperta, addormentato solo per metà. Portò la mano alla spada, per terra al suo fianco. “Ancora un giorno” pensò. “Ancora uno e poi ce ne andiamo. Se domani non viene nessuno, Ingtar o gli Amici delle Tenebre, condurrò Selene a Cairhien."
Non era la prima volta che se lo diceva. Ogni giorno trascorso sul pendio delle montagne, a tenere d’occhio il luogo dove secondo Hurin c’era stata la traccia in quell’altro mondo (e dove, secondo Selene, gli Amici delle Tenebre sarebbero di sicuro comparsi in questo mondo) si era ripetuto che era tempo d’andarsene. E Selene parlava del Corno di Valere e gli toccava il braccio e lo guardava negli occhi... e prima di rendersene conto, lui conveniva d’aspettare ancora un giorno.
Si strinse nelle spalle per difendersi dal vento gelido e pensò al tocco di Selene, agli sguardi di Selene. Se Egwene avesse visto, l’avrebbe tosato come pecora; e avrebbe tosato pure Selene. Ma ormai Egwene era di sicuro a Tar Valon e imparava a essere Aes Sedai. Al primo incontro, probabilmente avrebbe tentato di domarlo.
Nel rigirarsi, con la mano toccò il fagotto, posto più in là della spada, contenente l’arpa e il flauto di Thom Merrilin. Inconsciamente strinse fra le dita il manto del menestrello. Era felice, a quel tempo, anche se fuggiva per salvarsi la vita. Suonava il flauto per procurarsi la cena. Era troppo ignorante per sapere che cosa accadeva. Non c’era modo di tornare indietro.
Con un brivido aprì gli occhi. L’unica luce proveniva dalla luna calante, ancora quasi piena e bassa nel cielo: un fuoco da campo avrebbe rivelato la loro posizione. Loial borbottò nel sonno, un basso brontolio. Un cavallo batté lo zoccolo. Hurin montava il primo turno di guardia, da una roccia poco più in alto; presto sarebbe venuto a svegliarlo per avere il cambio.
Rand tornò a rigirarsi... e si bloccò. Nel chiaro di luna scorse Selene, china sulle bisacce e intenta ad armeggiare con le fibbie. La veste bianca rifletteva la scarsa luce. «Ti serve qualcosa?» domandò.
Selene trasalì e guardò dalla sua parte. «Mi... mi hai spaventata.»
Rand si alzò, mettendo da parte la coperta e avvolgendosi nel mantello, e andò verso di lei. Era sicuro d’avere lasciato le bisacce proprio accanto a sé, quando si era disteso: le teneva sempre a portata di mano. Gliele tolse. Tutte le fibbie erano chiuse, anche quelle del lato dove teneva il maledetto stendardo. Possibile che la sua vita dipendesse dal fatto di conservarlo? Se qualcuno l’avesse visto e riconosciuto, sarebbe morto perché l’aveva con sé. Sospettoso, scrutò Selene.