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Dopo un poco fermò Red. Si trovavano alla base di un’altura sul cui pendio gli alberi, assai distanziati, apparivano neri nella notte. «Ormai dovremmo esserci avvicinati» disse piano Rand. «Meglio continuare a piedi.» Smontò di sella e legò a un ramo le redini del baio.

«Stai bene?» mormorò Loial. «Sembri strano.»

«Sto benissimo» replicò Rand. Si rese conto di parlare con voce tesa. Forzata. Saidin lo chiamava. No! «Fai attenzione» soggiunse. «Il fuoco dovrebbe essere proprio davanti a noi. In cima all’altura, credo.»

L’Ogier annuì. Rand avanzò lentamente, passando d’albero in albero, posando il piede con prudenza, tenendo stretta al fianco la spada per non farla urtare contro i tronchi. Per fortuna non c’era sottobosco. Loial lo seguì, simile a una grossa ombra. Ogni cosa era ombra e buio.

All’improvviso uno scherzo del chiaro di luna mutò le ombre più avanti e Rand impietrì, toccando il tronco scabro di una ericacea. I confusi rigonfiamenti del terreno divennero uomini avvolti in coperte e a una certa distanza comparve un gruppo di rigonfiamenti più grossi. Trolloc addormentati. Avevano spento il fuoco. Un raggio di luna, muovendosi fra i rami, trasse da terra un luccichio d’oro e d’argento, a metà fra i due gruppi. Il raggio parve aumentare di luminosità: per un istante Rand vide con chiarezza. Vicino al bagliore c’era la sagoma d’un uomo addormentato, ma non fu questa ad attirare l’attenzione di Rand. Lo scrigno. Il Corno. E un oggetto sopra lo scrigno, un oggetto con un puntino rosso che brillò alla luna. Il pugnale! Perché mai Fain aveva messo il pugnale sopra...

Loial gli tappò la bocca. Rand si girò a guardarlo. L’Ogier indicò a destra, lentamente, come se il movimento rischiasse d’attirare l’attenzione.

Sulle prime Rand non vide niente; poi, a meno di dieci passi da lui, un’ombra si mosse. Un’ombra alta e massiccia, animalesca. Rand trattenne il fiato: un Trolloc. La creatura alzò il muso, come se annusasse l’aria. Alcuni Trolloc cacciavano basandosi sul fiuto.

Per un istante il vuoto vacillò. Qualcuno, nel gruppo di Amici delle Tenebre, cambiò posizione e il Trolloc si girò a scrutare da quella parte.

Rand s’immobilizzò e si lasciò avvolgere dalla calma del vuoto. Tenne la mano sull’elsa, ma non pensò alla spada. Il vuoto era tutto. Fissò il Trolloc, senza battere ciglio.

L’ombra animalesca osservò ancora per un poco il campo degli Amici delle Tenebre e poi, soddisfatta, si accovacciò ai piedi d’un albero. Quasi subito si udì un rumore simile a quello di tela strappata.

Loial avvicinò le labbra all’orecchio di Rand. «Si è addormentato» bisbigliò, incredulo.

Rand annuì. Tarn gli aveva detto che i Trolloc erano pigri, capaci di trascurare qualsiasi incarico, tranne uccidere, se non li si costringeva con la paura. Si girò dalla parte del campo.

Tornò il silenzio. Il chiaro di luna non brillava più sullo scrigno, ma Rand ora ne conosceva la posizione. Con gli occhi della mente vedeva il Corno, librato fuori del vuoto, lucente d’oro, intarsiato d’argento, nel bagliore di Saidin. Il Corno di Valere e il pugnale indispensabile a Mat, tutt’e due quasi a portata di mano. E, con il Corno, il viso di Selene. Si disse che potevano seguire il gruppo di Fain, al mattino, e aspettare che Ingtar li raggiungesse, se ancora seguiva la pista anche senza l’annusatore. No, una simile occasione non si sarebbe più presentata. Corno e pugnale lì a portata di mano. E Selene aspettava sulla montagna.

Rand segnalò a Loial di seguirlo; si mise carponi e strisciò verso lo scrigno. Udì l’ansito soffocato dell’Ogier, ma tenne gli occhi fissi sullo scrigno velato d’ombra. A destra e a sinistra c’erano Amici delle Tenebre e Trolloc, addormentati; ma lui una volta aveva visto Tarn avvicinarsi di soppiatto a un cervo, tanto da toccagli il fianco, prima di farlo scappare.

Piano piano, senza far rumore, strisciò fino a quell’ombra speciale e protese la mano. Toccò eleganti ghirigori incisi nell’oro: era davvero lo scrigno del Corno di Valere. E toccò un altro oggetto, posto sul coperchio: il pugnale, sguainato. Sgranò gli occhi. Ricordò quel che il pugnale aveva fatto a Mat e si ritrasse di scatto.

L’uomo addormentato lì accanto, a non più di due passi dallo scrigno, borbottò nel sonno e si agitò sotto la coperta. Rand lasciò che il vuoto spazzasse via pensieri e paura. L’uomo emise un mormorio d’inquietudine e si calmò.

Rand allungò di nuovo la mano verso il pugnale, senza toccarlo. Si disse che all’inizio il pugnale non aveva nuociuto a Mat, non molto, almeno. Con gesto rapido afferrò il pugnale e se l’infilò nella cintura, come se fosse utile ridurre al minimo il tempo di contatto con la pelle nuda. Forse era vero. Inoltre, senza quel pugnale Mat sarebbe morto. Rand se lo sentì addosso, simile a un peso che lo tirava giù, che premeva su di lui. Ma nel vuoto quella sensazione era remota come il pensiero e il peso del pugnale svanì rapidamente.

Rand sprecò ancora un istante per fissare lo scrigno: il Corno era certo là dentro, ma lui non sapeva come aprire lo scrigno e non poteva sollevarlo da solo; si guardò intorno, cercando Loial. L’Ogier, acquattato poco lontano alle sue spalle, muoveva la grossa testa da una parte e dall’altra per scrutare gli Amici delle Tenebre e i Trolloc addormentati. Rand gli afferrò la mano.

Loial trasalì e ansimò. Rand si mise il dito sulle labbra, posò sullo scrigno la mano di Loial e mimò il gesto di sollevarlo. Per un poco — un’eternità, nella notte piena di Amici delle Tenebre e di Trolloc — Loial si limitò a fissarlo. Poi, lentamente, prese fra le braccia lo scrigno e si alzò senza sforzo apparente.

Rand cominciò ad allontanarsi, con prudenza anche maggiore, seguendo Loial. Mani sulla spada, tenne d’occhio gli Amici delle Tenebre e i Trolloc, sagome immobili presto inghiottite dal buio. Ce l’avevano quasi fatta!

All’improvviso, l’uomo che dormiva accanto allo scrigno si alzò a sedere con un grido strozzato e subito balzò in piedi. «È sparito! Sveglia, luridi bastardi! È sparito!» Rand riconobbe la voce di Fain. Gli altri si alzarono in fretta, Amici delle Tenebre e Trolloc, tra grida per sapere che cosa accadeva, ringhi e grugniti. La voce di Fain divenne un ululato. «So che sei stato tu, al’Thor! Non ti vedo, ma sei nascosto qui intorno! Trovatelo! Trovatelo! Al’Thor!» Uomini e Trolloc si sparpagliarono in tutte le direzioni.

Avvolto nel vuoto, Rand continuò a muoversi. Saidin pulsò in lui.

«Non può vederci» bisbigliò Loial. «Ci basta arrivare ai cavalli...»

Dal buio un Trolloc s’avventò contro di loro, faccia umana con un micidiale becco d’aquila al posto di naso e bocca, spada simile a falce già pronta a fendere l’aria.

Rand reagì senza pensare. Fu tutt’uno con la spada. Il gatto danza sul muro. Con un grido d’agonia, il Trolloc cadde e morì.

«Scappa, Loial!» ordinò Rand. Saidin lo chiamava. «Scappa!»

Si accorse appena che Loial si lanciava in una goffa corsa: un altro Trolloc si stagliò nel buio, muso e zanne da cinghiale, ascia alzata. Rand si frappose tra Trolloc e Ogier: Loial doveva portare via il Corno. Testa e spalle più alto di Rand, largo una volta e mezzo, il Trolloc s’avventò con un ringhio silenzioso. Il cortigiano muove il ventaglio. Stavolta non ci fu alcun grido d’agonia. Rand camminò a ritroso, seguendo Loial e scrutando nella notte. Saidin gli cantava, un canto dolcissimo. Il Potere poteva bruciarli tutti, bruciare Fain e gli altri, ridurli in cenere. No!

Altri due Trolloc, lupo e ariete: zanne lucenti e corna ricurve. Lucertola nel roveto. Rand si rialzò agilmente, mentre il secondo Trolloc cadeva e con le corna gli sfiorava la spalla. Il canto di Saidin lo accarezzava con la sua seduzione, lo tirava con mille funi di seta. Bruciali tutti con il Potere. No, no! Meglio morire. Da morto, sarebbe tutto finito.