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Comparve un gruppetto di Trolloc, incerti sulla direzione. Tre, quattro. All’improvviso uno di essi indicò Rand e mandò un latrato a cui gli altri risposero lanciandosi all’attacco.

«Facciamola finita!» gridò Rand e balzò a incontrarli.

Per un istante la sorpresa rallentò i Trolloc; poi quei mostri si lanciarono alla carica, con grida gutturali, allegri e assetati di sangue, spade e asce alzate. Rand danzò fra di loro al canto di Saidin. Il colibrì bacia la rosa. Gatto sulla sabbia ardente. Nelle sue mani, la spada pareva viva come mai lo era stata e Rand combatteva come se una lama col marchio dell’airone potesse tenere lontano Saidin. L’airone allarga le ali.

Rand fissò le figure immobili sul terreno intorno a sé. «Meglio morire» mormorò. Alzò gli occhi verso l’altura con l’accampamento. Là c’era Fain, c’erano gli Amici delle Tenebre e altri Trolloc. Troppi, per affrontarli e sopravvivere. Mosse un passo in quella direzione. Poi un altro.

«Rand, andiamo!» Il bisbiglio pressante di Loial giunse nel vuoto fino a lui. «Per la vita e la Luce, Rand, vieni via!»

Rand si chinò a pulire la spada sul mantello di un Trolloc. Poi, con gesto formale, come se Lan fosse lì a guardare, la mise nel fodero.

«Rand!»

Con calma, Rand raggiunse Loial ai cavalli. L’Ogier aveva preso dalle bisacce una corda e legava sulla sella lo scrigno d’oro.

Saidin non cantava più. Era sempre lì, quel bagliore che torceva lo stomaco, ma si teneva in disparte, quasi fosse davvero sconfitto. Perplesso, Rand lasciò svanire il vuoto. «Credo d’impazzire» disse. Di colpo si rese conto del luogo dove si trovavano e scrutò dalla parte da cui erano giunti. Grida e latrati provenivano da una decina di direzioni: segnali di ricerca, non d’inseguimento. Rand montò in sella.

«A volte non capisco nemmeno la metà dei tuoi discorsi» disse Loial. «Se proprio devi impazzire, non puoi almeno aspettare d’essere di nuovo con lady Selene e Hurin?»

«Come farai a cavalcare con lo scrigno sulla sella?»

«Andrò a piedi!» E infatti si mise a correre, tirandosi dietro il cavallo. Rand lo seguì.

L’andatura imposta da Loial era rapida come il trotto d’un cavallo. Rand era sicuro che l’Ogier non potesse mantenerla a lungo, ma Loial non diede segno di stanchezza: quando si era vantato d’avere battuto in velocità un cavallo, aveva detto la pura verità. Di tanto in tanto Loial si guardava alle spalle, ma le grida degli Amici delle Tenebre e i latrati dei Trolloc si affievolivano in lontananza.

Anche quando il pendio divenne più erto, Loial quasi non rallentò l’andatura; arrivati all’accampamento, non aveva nemmeno il fiatone.

«L’hai preso» disse Selene, esultante, guardando lo scrigno sulla sella di Loial. Si era rimessa la veste, che pareva bianca come neve. «Sapevo che avresti fatto la scelta giusta, Posso... posso dargli un’occhiata?»

«Vi hanno seguito, milord?» chiese ansiosamente Hurin. Guardò con stupore reverenziale lo scrigno, ma spostò lo sguardo giù nella notte, verso la base della montagna. «Se vi hanno seguito, dobbiamo muoverci in fretta.»

«Non credo» rispose Rand. «Torna sulle rocce e tieni gli occhi aperti.» Smontò di sella, mentre Hurin risaliva in fretta il pendio. «Selene, non so aprire lo scrigno. Loial, tu sai aprirlo?» L’Ogier scosse la testa.

«Fammi provare...» Selene allungò la mano a toccare i disegni finemente lavorati, mosse le dita, premette. Si udì uno scatto. Selene spinse il coperchio e aprì lo scrigno.

Si alzò in punta di piedi per infilare la mano nello scrigno, ma Rand la precedette e prese il Corno di Valere. L’aveva visto già una volta, ma non l’aveva mai toccato. Per quanto di magnifica fattura, non aveva l’aria d’un oggetto di grande antichità e di grande potere. Era un corno ricurvo, d’oro, che scintillava nella fioca luce, con una scritta in argento intarsiata intorno alla svasatura. Rand toccò col dito le lettere bizzarre, che parevano catturare i raggi di luna.

«Tia mi aven moridin isainde vadin» disse Selene. «‘La tomba non è sbarramento al mio richiamo.’ Sarai davvero più grande dello stesso Artur Hawkwing.»

«Lo porto nello Shienar, a lord Agelmar» disse Rand. “Dovrebbe andare a Tar Valon” pensò. “Ma con le Aes Sedai ho chiuso. Che sia Agelmar, o Ingtar, a portarlo laggiù." Rimise nello scrigno il Corno: rifletteva il chiaro di luna, attirava l’occhio.

«Pazzia!» disse Selene.

A quella parola Rand trasalì, «Pazzia o no, ho deciso. Te l’ho detto, Selene, non cerco grandezza. Laggiù, credevo di sì. Per un poco pensavo di volere...» “Luce santa, è bellissima. Egwene. Selene. Non merito nessuna delle due." «Pareva che qualcosa si fosse impadronito di me.» “Saidin è venuto per me, ma l’ho sconfitto con una spada. O anche questa è pazzia?" «Lo Shienar è il posto del Corno di Valere. In caso contrario, lord Agelmar saprà cosa farne.»

Comparve Hurin. «Hanno acceso di nuovo il fuoco, lord Rand, più grosso di prima. E m’è parso di udire delle grida. Giù fra le colline. Non credo che abbiano già cominciato a risalire la montagna.»

«Non mi hai capito, Rand» disse Selene. «Non puoi più tornare indietro. Sei compromesso. Questi Amici del Buio non si limiteranno ad andarsene, solo perché ti sei impadronito del Corno. Anzi, tutt’altro. Se non conosci un modo per ucciderli tutti, ti daranno la caccia come tu la davi a loro.»

«No!» gridò Rand. Loial e Hurin parvero sorpresi per la veemenza della risposta. Rand addolcì il tono. «Non conosco alcun modo per ucciderli tutti. Per quel che mi riguarda, possono vivere in eterno.»

Selene scosse la testa, facendo ondeggiare i lunghi capelli neri. «Allora non puoi tornare indietro, puoi solo proseguire. E raggiungere la sicurezza delle mura di Cairhien in un tempo molto inferiore di quello necessario per tornare nello Shienar. Trovi tanto gravoso sopportare la mia compagnia ancora per qualche giorno?»

Rand fissò lo scrigno. La compagnia di Selene era tutt’altro che gravosa: ma accanto a lei non poteva fare a meno di pensare cose che non doveva pensare. Tuttavia, andando a settentrione, correva il rischio d’uno scontro con Fain e i suoi seguaci. In questo Selene aveva ragione: Fain non avrebbe mai rinunciato. Neppure Ingtar, però. Se Ingtar continuava verso meridione, e Rand non vedeva ragione perché dovesse cambiare percorso, prima o poi sarebbe giunto a Cairhien.

«Cairhien» convenne. «Mi mostrerai dove vivi, Selene. Non sono mai stato nel Cairhien.» Allungò la mano per chiudere lo scrigno.

«Hai preso qualcos’altro, agli Amici del Buio?» domandò Selene. «Parlavi di un pugnale.»

Come aveva fatto a dimenticarsene? Rand lasciò perdere lo scrigno e tolse dalla cintura il pugnale. La lama era ricurva come un corno e aveva guardie d’oro a forma di serpente. Incastonato nell’elsa, un rubino grosso come l’unghia del pollice ammiccò al chiaro di luna, come un occhio malevolo. Per quanto riccamente ornato, per quanto infetto, non pareva diverso da qualsiasi altro pugnale.

«Stai attento» disse Selene. «Non tagliarti.»

Rand rabbrividì: portare su di sé quel pugnale era già pericoloso; non voleva proprio scoprire che cosa poteva fare un suo taglio. «Proviene da Shador Logoth» spiegò agli altri. «Corrompe chiunque lo tenga per un certo tempo, lo contamina fino al midollo, così com’è contaminata Shadar Logoth. Senza l’intervento delle Aes Sedai, alla fine la contaminazione risulterà mortale.»

«Ecco allora che cosa affligge Mat» disse piano Loial. «Non l’avevo mai sospettato.» Hurin fissò il pugnale e si pulì le mani sul davanti della giubba. Non aveva un’aria felice.

«Nessuno di noi deve maneggiarlo più dell’indispensabile» continuò Rand. «Troverò un modo di portarlo...»

«È pericoloso» disse Selene. Guardò di storto il pugnale, come se i serpenti della guardia fossero vivi e velenosi. «Buttalo via. Sotterralo, se non vuoi che cada in altre mani. Ma liberatene.»