«Mat ne ha bisogno» replicò Rand, con fermezza.
«È troppo pericoloso. L’hai detto tu stesso.»
«Mat ne ha bisogno. L’Amy... le Aes Sedai dicono che morirà: non riusciranno a guarirlo, senza il pugnale.» Ancora un filo, pensò, legava Mat alle Aes Sedai, ma quella lama l’avrebbe reciso. E finché non si fosse liberato del pugnale, e del Corno, anche lui sarebbe stato legato; ma, per quanto lo tirassero, non avrebbe danzato ai loro comandi.
Mise il pugnale nello scrigno, accanto al Corno, e chiuse il coperchio, che si bloccò con uno scatto secco. «Questo dovrebbe fare da schermo» disse. Almeno, se lo augurava. Secondo Lan, proprio nel momento della massima incertezza bisognava mostrarsi più sicuri.
«Lo scrigno ci riparerà di certo» disse Selene, con voce tesa. «E ora vorrei terminare quel che mi resta del sonno della notte.»
Rand scosse la testa. «Siamo troppo vicini. Certe volte pare che Fain abbia il dono di rintracciarmi.»
«Cerca l’Interezza, se hai paura» replicò Selene.
«Prima di domattina voglio essere il più lontano possibile da questi Amici delle Tenebre. Ti sello la giumenta.»
«Testardo!» ribatté Selene. Pareva in collera; ma quando Rand la guardò, aveva sulle labbra un sorriso che non arrivava agli occhi. «Un uomo testardo è migliore, una volta che...» Lasciò perdere la frase e Rand si preoccupò: pareva che le donne lasciassero spesso frasi in sospeso e, in base alla sua limitata esperienza, proprio quello che non dicevano si dimostrava il guaio maggiore. In silenzio Selene lo guardò sellare la giumenta e chinarsi a stringere il sottopancia.
«Radunali tutti!» ringhiò Fain. Di fronte alla sua collera, il Trolloc dal muso di capro arretrò. Ora il fuoco illuminava la collina e proiettava ombre guizzanti. I seguaci umani di Fain erano rannicchiati lì accanto, col terrore di trovarsi al buio con i rimanenti Trolloc. «Raduna tutti quelli ancora vivi e se qualcuno pensa di fuggire, fagli sapere che riceverà quel che ha ricevuto quello lì.» Indicò il Trolloc che gli aveva riferito che Rand al’Thor era introvabile: cercava ancora d’azzannare il terreno inzuppato del suo stesso sangue, scalciava negli spasmi dell’agonia e con gli zoccoli scavava solchi nella polvere. «Vai!» mormorò Fain. Il Trolloc dal muso di capro corse via nella notte.
Fain guardò con disprezzo gli altri esseri umani — gli sarebbero stati ancora utili, si disse — e si girò a fissare il buio, in direzione del Pugnale del Kinslayer. Al’Thor era lassù, da qualche parte, fra le montagne. Con il Corno. Digrignò i denti al pensiero. Non sapeva esattamente dove Rand si trovasse, ma si sentiva attirato verso le montagne. Verso al’Thor. Almeno questo, del... dono... del Tenebroso, gli restava. Non ci aveva quasi pensato, aveva cercato di non pensarci, finché all’improvviso, dopo la scomparsa del Como, aveva percepito la presenza di al’Thor, ne era attirato come cane famelico da un pezzo di carne.
«Non sono più un cane» mormorò. «Non sono più un cane!» Udì gli altri muoversi a disagio intorno al fuoco, ma li ignorò. «Pagherai per quel che mi è stato fatto, al’Thor. Il mondo intero pagherà!» Si mise a ridere, come impazzito. «Il mondo intero pagherà!»
20
Saidin
Rand volle che procedessero per tutta la notte e concesse solo una breve sosta all’alba per far riposare i cavalli. E Loiaclass="underline" con il Corno di Valere sulla sella, l’Ogier camminava o correva davanti al cavallo, senza mai lamentarsi né rallentare l’andatura degli altri. A un certo punto della notte avevano varcato la frontiera del Cairhien.
«Voglio vederlo di nuovo» disse Selene, quando si fermarono." Smontò e si avvicinò, decisa, al cavallo di Loial. Le loro ombre, lunghe e sottili, puntavano a ponente per il sole che faceva capolino all’orizzonte. «Posalo a terra per me, alantin.» Loial cominciò a sganciare le fibbie.
«No» disse Rand, smontando da cavallo. L’Ogier guardò da Rand a Selene; mosse le orecchie, incerto, ma tolse le mani.
«Voglio vedere il Corno» pretese Selene. A vederla, aveva più o meno l’età di Rand, ma in quel momento parve a un tratto millenaria e gelida come le montagne, più regale della regina Morgase.
«Bisogna tenere schermato il pugnale» disse Rand. «Per quanto ne so, guardarlo è pericoloso come toccarlo. Lasciamolo dov’è, finché non lo restituirò a Mat. Lui... lui può portarlo alle Aes Sedai.» E quale prezzo avrebbero preteso, per la Guarigione? Comunque, Mat non aveva scelta. Si sentì un po’ colpevole, nel provare sollievo all’idea di non avere, lui almeno, più niente a che fare con le Aes Sedai. Con loro aveva chiuso. In un modo o nell’altro.
«Il pugnale! Pare che a te interessi solo il pugnale. Ti ho detto di liberartene. Il Corno di Valere, Rand.»
«No.»
Selene gli si accostò, con un’andatura ondeggiante che gli provocò un groppo in gola.
«Voglio solo vederlo alla luce del giorno. Non lo toccherò nemmeno. Lo terrai tu. Per me sarà un bel ricordo, tu con in mano il Corno di Valere.» Dicendo così, gli prese le mani; il tocco gli fece formicolare la pelle e gli rese secca la gola.
Un bel ricordo... quando se ne sarebbe andata. Poteva prendere il Corno e lasciare il pugnale chiuso nello scrigno. Sarebbe stato uno spettacolo, reggere il Corno e guardarlo in piena luce.
Rimpianse di non saperne di più, sulle Profezie del Drago. L’unica volta che ne aveva sentito parlare, a Emond’s Field, dalla guardia d’un mercante, Nynaeve era intervenuta e aveva rotto un manico di scopa sulla schiena dell’uomo. Il poco che aveva ascoltato non parlava del Corno di Valere.
"Pare una Aes Sedai che cerchi di farmi fare quel che vuole lei” pensò. Selene lo fissava ancora negli occhi: aveva un viso così giovane e bello che lui avrebbe voluto baciarlo, malgrado i pensieri da cui al momento era turbato. Non aveva mai visto una Aes Sedai comportarsi come lei; e poi, Selene pareva giovane. “Una ragazza della mia età non può essere Aes Sedai. Però..."
«Selene, sei una Aes Sedai?» domandò, piano.
«Aes Sedai» disse lei, sprezzante, ritraendo le mani. «Aes Sedai! Continui a insultarmi!» Trasse un gran respiro e si lisciò la veste, come per dominarsi. «Sono quel che sono. E non Aes Sedai!» Si avvolse in un manto di freddezza e di silenzio che rese gelido perfino il sole appena sorto.
Loial e Hurin finsero indifferenza, chiacchierando, e nascosero l’imbarazzo, quando lei li gelò con un’occhiata. Ripresero il cammino.
Quella sera si accamparono accanto a un torrente montano che fornì loro pesce per la cena. Selene aveva riacquistato un po’ di buonumore: chiacchierò di libri, con l’Ogier, e parlò gentilmente a Hurin.
Però a Rand non rivolse la parola, se non era lui a interpellarla, sia quella sera, sia il giorno dopo, mentre procedevano fra montagne che s’innalzavano ai lati come enormi pareti frastagliate. Ma ogni volta che guardava dalla sua parte, Rand scopriva che Selene l’osservava e sorrideva. A volte era quel tipo di sorriso che lo induceva a sorridere, a volte quello che lo induceva a schiarirsi la gola e ad arrossire per i propri pensieri, a volte era il sorriso misterioso e saputo che in certe occasioni anche Egwene sfoggiava e che gli faceva sempre rizzare il pelo... ma almeno era un sorriso.
Non poteva proprio essere Aes Sedai, si disse.
A poco a poco si trovarono a procedere in discesa e sul fare del crepuscolo le montagne lasciarono posto a colline arrotondate coperte più di cespugli che di alberi, più di boschetti che di foreste. Scoprirono una pista di terra battuta, come se da lì di tanto in tanto passasse qualche carretto. Alcune colline erano coltivate a terrazza, con campi pieni di messi, ma deserti a quell’ora. Nessuna delle rare fattorie si trovava vicino alla pista e da lontano Rand riuscì solo a capire che erano costruzioni in pietra.
Quando scorse il villaggio più avanti, le prime finestre lasciavano già uscire la luce dei lumi.