Come molti villaggi, Tremonsien occupava la sommità d’una collina; ma, come nel caso delle fattorie già incontrate, la collina era tagliata a terrazze con muretti di contenimento in pietra. Case di pietra, quadrate, occupavano appezzamenti di terreno ben definiti, con precisi giardini sul retro, lungo alcune vie dritte che s’incrociavano ad angolo retto.
La gente pareva aperta e abbastanza amichevole: gli abitanti di Tremonsien si fermavano a scambiarsi saluti, mentre si affrettavano a terminare gli ultimi lavori prima della notte. Erano di bassa statura — nessuno arrivava alla spalla di Rand e pochi erano alti come Hurin — con occhi scuri, viso affilato e pallido, vestiti di scuro, a parte alcuni che avevano spacchi ornamentali o bande colorate sul petto. Aromi di cucina permeavano l’aria, anche se alcune comari se ne stavano ancora sull’uscio a chiacchierare; le porte erano tagliate in orizzontale, in modo che la parte superiore poteva stare aperta mentre quella inferiore era chiusa. Gli abitanti guardarono i forestieri, con curiosità ma senza ostilità palese. Alcuni fissarono un po’ più a lungo Loial, un Ogier che camminava a fianco d’un cavallo grosso come i destrieri dhurrani, ma non esagerarono nel mostrarsi incuriositi.
La locanda, proprio in cima alla collina, era di pietra, come ogni altro edificio del villaggio, chiaramente contrassegnata da un’insegna dipinta appesa sopra l’ampia porta: I Nove Anelli. Rand smontò con un sorriso e legò Red a uno dei pali davanti alla facciata. ‘I nove anelli’ era una delle storie d’avventura che preferiva, da ragazzo.
Quando Rand l’aiutò a smontare da cavallo, Selene pareva ancora a disagio. «Non ti sarai spaventata, poco fa?» le domandò Rand. «Red non sarebbe mai caduto in un precipizio, con me.»
«Mi hai messo paura» rispose lei, tesa. «E io non mi spavento facilmente. Potevi ammazzarti, ammazzare...» Si lisciò la veste. «Vieni via con me. Stasera. Adesso. Porta il Corno e starò per sempre al tuo fianco. Pensaci. Io al tuo fianco, il Corno di Valere nelle tue mani. E sarà solo l’inizio, te lo prometto. Cosa potresti chiedere di più?»
Rand scosse la testa. «Non posso, Selene. Il Corno...» Si guardò intorno: dall’altra parte della via, un uomo guardò dalla finestra e tirò le tendine; la sera calava e non c’era nessuno in vista, a parte Loial e Hurin. «Il Corno non è mio» proseguì Rand. «Te l’ho già detto.»
Selene gli girò la schiena e il suo mantello bianco lo tagliò fuori con la stessa efficacia d’un muro di mattoni.
21
I Nove Anelli
Rand si aspettava che nella sala comune non ci fossero avventori, dal momento che era l’ora di cena, ma sei uomini occupavano un tavolo e giocavano a dadi fra i boccali di birra e un altro, seduto da solo, cenava. I giocatori di dadi non avevano armi visibili e non portavano armatura, solo giubbe ordinarie e brache blu scuro, ma qualcosa nel portamento li classificava come soldati. Rand guardò l’uomo seduto in disparte. Un ufficiale, con gli stivali risvoltati e la spada appoggiata al tavolo, accanto alla sedia. Due bande, rossa e gialla, gli attraversavano da spalla a spalla il petto della giubba blu; l’uomo aveva la parte superiore della testa rasata, ma i capelli neri gli pendevano lunghi sulla schiena. Gli altri soldati avevano capelli corti, tutti uguali, come tagliati sotto la stessa scodella. I sette si girarono a guardare l’ingresso di Rand e degli altri.
La locandiera era una donna magra col naso lungo e i capelli grigi, ma aveva un sorriso pronto e le rughe parevano farne parte più di qualsiasi altra cosa. Arrivò con aria indaffarata e si asciugò le mani nel grembiule bianco e pulito. «Buona sera a voi...» disse. Con un’occhiata prese nota della giubba ricamata di Rand e dell’elegante veste di Selene. «Milord, milady. Sono Maglin Madwen. Siate i benvenuti ai Nove Anelli. E un Ogier. Non molti della tua razza vengono da queste parti, amico Ogier. Vieni da Stedding Tsofu?»
Loial si produsse in un mezzo inchino, impacciato dal peso dello scrigno. «No, dall’altra parte» rispose. «Dalle Marche di Confine.»
«Dalle Marche, dici. Bene. E tu, milord? Scusa l’indiscrezione, ma non hai l’aspetto di uno delle Marche, se posso dirlo.»
«Vengo dai Fiumi Gemelli, padrona Madwen. Lady Selene è del Cairhien, della capitale, e io sono dell’Andor.»
«Certo, milord.» Madwen diede una rapida occhiata alla spada di Rand: gli aironi di bronzo erano ben visibili, sul fodero e sull’elsa. Aggrottò un poco le sopracciglia, ma subito si rasserenò. «Vorrai un pasto per te, per la bellissima lady e per il tuo seguito. E stanze, immagino. Farò provvedere io ai cavalli. Ho una buona stalla, proprio da quella parte, e maiale con peperoni gialli, già sul fuoco. Sei alla ricerca del Corno di Valere, milord? Tu e milady?»
Rand rischiò d’incespicare. «Oh, no!» rispose. «Come mai t’è venuta quest’idea?»
«Senza offesa, milord. Nell’ultimo mese ne abbiamo avuti già due, tirati a lucido per avere l’aria da eroi... senza offesa nei tuoi confronti, milord. Qui non vengono molti forestieri, a parte mercanti della capitale che comprano avena e orzo. Non credo che la Cerca sia già partita da Illian, ma forse alcuni ritengono di non avere bisogno della benedizione e l’hanno evitata per avvantaggiarsi sugli altri.»
«Non cerchiamo il Corno, padrona» disse Rand, senza guardare il fagotto fra le braccia di Loiaclass="underline" la coperta a strisce ricadeva sulle grosse braccia dell’Ogier e nascondeva bene lo scrigno. «Andiamo alla capitale.»
«Certo, milord. Scusa se te lo chiedo, ma la tua lady si sente bene?»
Selene guardò la padrona della locanda e prese parola per la prima volta. «Sto benissimo» disse. Il tono lasciò nell’aria un gelo che per un momento bloccò ogni discorso.
«Tu non sei del Cairhien, padrona Madwen» disse a un tratto Hurin. Carico delle bisacce e del fagotto di Rand, pareva un carro di bagagli ambulante. «Scusa, non ne hai l’aria.»
Padrona Madwen inarcò le sopracciglia e lanciò a Rand un’occhiata, poi sorrise. «Dovevo sapere che avresti lasciato parlare liberamente il tuo servitore, ma ormai sono abituata a...» Scoccò un’occhiata all’ufficiale, che era tornato a occuparsi della propria cena. «Luce santa, no, non sono del Cairhien, ma per i miei peccati ho avuto un marito di questo paese. Ventitré anni ho vissuto con lui; e quando è morto, la Luce splenda su di lui, ero ormai pronta a tornare nel Lugard, ma lui ha avuto l’ultima risata. Ha lasciato a me la locanda e a suo fratello il denaro, mentre pensavo che facesse il contrario. Ingannevole e infido era Barin, come ogni altro uomo che abbia mai conosciuto, soprattutto quelli del Cairhien. Vuoi accomodarti, milord? Milady?»
Batté le palpebre, sorpresa, quando Hurin si sedette a tavola con loro: l’Ogier, pareva, era un conto, ma ai suoi occhi Hurin era chiaramente un servitore. Diede un’altra rapida occhiata a Rand e andò in fretta in cucina; presto alcune cameriere portarono la cena, ridacchiando scioccamente e fissando il lord e la lady e l’Ogier, finché padrona Madwen non le rimandò a lavorare.
Sulle prime Rand fissò il cibo, dubbioso. La carne di maiale, tagliata a pezzetti, era servita con peperoni gialli a fettine, piselli, altre verdure e cose che non riconobbe, il tutto mescolato in una sorta di densa salsa. Aveva un profumo agrodolce. Selene si limitò a mangiucchiare la sua porzione, ma Loial mangiò di gusto.
Da sopra la forchetta, Hurin ridacchiò a Rand. «Nel Cairhien, lord Rand, il cibo è condito in maniera curiosa, ma non è cattivo.»
«E non morde, Rand» aggiunse Loial.
Esitando, Rand ne prese un boccone e quasi rimase senza fiato. Il sapore era uguale all’odore, agrodolce; i pezzetti di maiale erano croccanti all’esterno e teneri dentro; una decina di spezie diverse dava alla salsa un sapore che armonizzava e contrastava nello stesso tempo. Rand non aveva mai assaggiato roba così buona e ripulì il piatto. Quando padrona Madwen tornò con le cameriere per sparecchiare, fu sul punto di chiederne dell’altro, come Loial. Il piatto di Selene era quasi intatto, ma lei indicò seccamente a una cameriera di portarlo via.