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Nynaeve diede un’occhiata di sottecchi agli archi d’argento. All’interno la luce non tremolava più: c’era un morbido bagliore bianco. Per apprendere ciò che le interessava sapere, aveva bisogno della libertà di domandare concessa alle Ammesse e di studiare per proprio conto, senza altra guida di quella da lei stessa richiesta. Doveva far pagare a Moiraine quel che l’Aes Sedai aveva fatto loro, si disse. «Sono pronta» dichiarò.

Sheriam avanzò lentamente nella stanza. Nynaeve le si affiancò.

Come se fosse un segnale, la Sorella Rossa disse a voce alta, in tono formale: «Chi porti con te, Sorella?» Le tre Aes Sedai intorno al ter’angreal non distolsero l’attenzione.

«Una candidata all’Ammissione, Sorella» replicò Sheriam, nel medesimo tono.

«È pronta?»

«È pronta a lasciarsi alle spalle quel che era e, passando attraverso le paure, a guadagnarsi l’Ammissione.»

«Conosce le proprie paure?»

«Non le ha mai affrontate, ma ora è disposta a farlo.»

«Lasciamo allora che affronti quel che teme.»

Sheriam si fermò a due passi dagli archi e Nynaeve la imitò. «Il vestito» mormorò Sheriam, senza guardarla.

Nynaeve arrossì per essersi già dimenticata le istruzioni ricevute da Sheriam mentre scendevano nella sala. Si tolse in fretta vestiti, scarpe e calze. Per un momento, mentre piegava gli indumenti e li metteva ordinatamente da parte, quasi dimenticò gli archi. Nascose sotto la veste l’anello di Lan: non voleva che nessuna lo vedesse.

La pietra era fredda, sotto i piedi scalzi. Nynaeve si sentì venire la pelle d’oca, ma si tenne dritta e respirò lentamente. Non avrebbe mostrato paura.

«La prima volta» disse Sheriam «è per quel che fu. La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare.»

Nynaeve avanzò sotto gli archi ed entrò nel bagliore. Ne fu circondata, come se l’aria stessa scintillasse, come se lei annegasse nella luce. La luce era dappertutto. La luce era tutto.

Nynaeve trasalì, accorgendosi d’essere nuda, e rimase a guardare, stupita. Aveva ai lati due muri di pietra, alti il doppio di lei e lisci, come levigati. Calpestava un selciato polveroso e diseguale. Il cielo pareva piatto e plumbeo, per quanto privo di nuvole, e il sole era rigonfio e rosso. Nelle due direzioni c’erano aperture nei muri, segnate da basse colonne a base quadrata. I muri le restringevano il campo visivo, ma il terreno procedeva in pendenza, sia davanti, sia alle spalle. Dalle aperture scorgeva altri muri e passaggi fra l’uno e l’altro. Si trovava in un gigantesco labirinto.

"Dove mi trovo? Come sono giunta qui?" Simile a una diversa voce, le giunse un altro pensiero. “La via del ritorno si presenterà solo una volta."

Scosse la testa. «Se c’è solo una via per tornare, non la troverò restando ferma qui» disse ad alta voce. Almeno, l’aria era calda e secca. «E spero di trovare dei vestiti, prima d’incontrare delle persone.»

Vagamente ricordò quando da bambina giocava al labirinto sulla carta: c’era un trucco per trovare la via d’uscita, ma lei non riusciva a farselo venire in mente. Ogni cosa del passato le pareva vaga, come accaduta a un’altra persona. Si mosse, seguendo con la mano il muro: con i piedi scalzi sollevava sbuffi di polvere.

Alla prima apertura si ritrovò a scrutare un altro passaggio che non pareva affatto diverso da quello dove già si trovava. Trasse un gran respiro e tirò dritto, attraverso altri passaggi che parevano tutti identici. Dopo un certo tempo giunse a una biforcazione. Svoltò a sinistra e dopo un poco si trovò di fronte a una seconda biforcazione. Anche qui girò a sinistra. Alla terza biforcazione, la svolta a sinistra la portò davanti a un muro cieco.

Risoluta, tornò sui suoi passi e all’ultima biforcazione svoltò a destra. Stavolta le occorsero quattro svolte a destra prima di trovarsi davanti a un muro cieco. Per un momento rimase a fissarlo. «Come sono capitata qui?» disse ad alta voce. «Dove si trova, questo posto?» E pensò: “La via del ritorno si presenterà solo una volta".

Tornò di nuovo indietro. Era sicura che c’era un trucco, nel labirinto. All’ultima biforcazione girò a sinistra, poi a destra alla successiva. Proseguì, con determinazione. Sinistra, poi destra. Dritto, fino a una biforcazione. Sinistra, poi destra.

Le parve che funzionasse. Almeno, aveva già superato una decina di biforcazioni, senza trovarsi di fronte a un muro cieco. Arrivò a un’altra biforcazione.

Con la coda dell’occhio colse un rapido movimento. Si girò a guardare, ma c’era solo il passaggio polveroso fra due muri di pietra liscia. Si mosse per svoltare a sinistra... e si girò di scatto, a un altro movimento scorto di sfuggita. Non c’era niente, ma questa volta era sicura che c’era stato qualcuno, dietro di lei. Che c’era qualcuno. Si avviò a passi rapidi e nervosi nella direzione opposta.

Ancora varie volte, proprio al limitare del campo visivo, sull’uno o l’altro lato del passaggio, scorse una figura: si muoveva troppo rapidamente per farsi distinguere e spariva prima che lei potesse girare la testa e guardare bene. Si mise a correre. Quand’era bambina, nei Fiumi Gemelli, pochi ragazzi riuscivano a batterla nella corsa. I Fiumi Gemelli? Che cos’erano?

Da un’apertura di fronte a lei uscì un uomo. Era vecchio; indossava abiti scuri dall’aria ammuffita, quasi consumati. Vecchissimo. Pelle simile a pergamena screpolata si tendeva sul cranio, come se al di sotto non ci fosse carne. Esili ciuffi di capelli secchi coprivano lo scalpo pieno di croste; gli occhi infossati parevano scrutare da due grotte.

Nynaeve si fermò di colpo e sentì sotto i piedi le pietre scabre.

«Sono Aginor» disse il vecchio, con un sorriso. «Sono venuto per te.»

Nynaeve si sentì balzare in gola il cuore. Uno dei Reietti. «No. No, non è possibile!»

«Sei graziosa, ragazza. Ti gradirò molto.»

All’improvviso Nynaeve ricordò di non avere addosso neppure uno straccetto. Arrossì, solo in parte di collera, e con uno strillo imboccò di corsa il passaggio laterale più vicino. Fu seguita da una risata chioccia e dal rumore di piedi che parevano uguagliare la sua velocità e dalla rivoltante descrizione di quel che lui avrebbe fatto non appena l’avesse raggiunta.

Disperatamente cercò una via d’uscita. Scrutò qua e là, frenetica, senza rallentare la corsa. “La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare." Vedeva solo altri tratti di quel labirinto senza fine. Per quanto in fretta corresse, le parole sconce le giungevano sempre da un punto appena alle sue spalle. A poco a poco sentì che la paura si era mutata in collera.

«La Luce lo incenerisca!» singhiozzò. «Non ne ha il diritto!» Nell’intimo sentì una fioritura, una schiusura, un dispiegamento alla luce.

A denti snudati si girò per affrontare l’inseguitore, proprio mentre Aginor compariva a tutta velocità, ridendo.

«Non hai nessun diritto!» gridò Nynaeve. Spinse il pugno verso di lui e allargò le dita come se gli tirasse un sasso. Non fu molto sorpresa nel vedere che una palla di fuoco le schizzava dalla mano.

La palla esplose contro il petto di Aginor e sbatté a terra il Reietto. Per un istante Aginor giacque disteso scompostamente, poi si alzò, barcollando. Parve non accorgersi che il davanti della giubba aveva preso fuoco. «Tu osi? Tu osi!» Fremette e la saliva gli colò sul mento.

A un tratto nel cielo s’addensarono nuvole minacciose, grigie e nere. Un fulmine saettò, dritto verso il cuore di Nynaeve.

Per un attimo a Nynaeve parve che il tempo rallentasse, come se il battito del cuore avesse una durata infinita. Sentì dentro di sé il flusso (Saidar, le disse un pensiero remoto) e nel fulmine il flusso di risposta. Modificò la direzione del flusso. Il tempo balzò avanti.