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«Non so cosa ti turba, moglie mia; di qualsiasi cosa si tratti, dimmelo e sistemerò tutto. Non sono il migliore dei mariti, lo so. Ero tutto spigoli, quando ti ho conosciuta, ma tu almeno ne hai smussati alcuni.»

«Sei il migliore dei mariti» mormorò Nynaeve. Con orrore, si ritrovò a ricordarlo come suo marito, a ricordare risate e lacrime, aspre dispute e dolci riconciliazioni. Erano ricordi sbiaditi, ma li sentiva crescere più forti, più calorosi. «Non posso» disse. L’arco era lì, solo a qualche passo. “La via del ritorno si presenterà solo una volta. Non esitare."

«Non so cosa succede, Nynaeve, ma ho l’impressione di perderti. Non lo sopporterei.» Le accarezzò i capelli. Nynaeve chiuse gli occhi e premette la guancia contro le dita di lui. «Stai con me, sempre.»

«Voglio restare» disse lei, piano. «Voglio stare con te.» Quando riaprì gli occhi, l’arco era scomparso. “...si presenterà solo una volta." «No. No!»

Lan si girò a guardarla in viso. «Cosa ti turba? Devi dirmelo, se vuoi che t’aiuti.»

«Tutto questo non è reale.»

«Non è reale? Prima d’incontrarti, credevo che niente, tranne la spada, fosse reale. Guarda intorno, Nynaeve. Tutto è reale! Quel che tu vuoi sia reale, lo renderemo reale insieme, tu e io.»

Sorpresa, Nynaeve si guardò intorno. Il prato era ancora lì. Le Sette Torri s’innalzavano ancora sopra i Mille Laghi. L’arco era scomparso, ma nient’altro era cambiato. “Potrei stare qui. Con Lan. Niente è cambiato." I suoi pensieri mutarono direzione. “Niente è cambiato. Egwene è da sola nella Torre Bianca. Rand incanalerà il Potere e impazzirà. E cosa ne sarà, di Mat e di Perrin? Possono riprendersi qualche brandello della propria vita? E Moiraine, che ha smembrato la nostra vita, cammina ancora liberamente."

«Devo tornare» mormorò. Incapace di sopportare la pena sul viso di Lan, si staccò da lui. Con lentezza formò nella propria mente un fiore, un boccio bianco su di un ramo di nerospino. Creò spine acuminate e crudeli, desiderò che potessero trapassarle le carni, si sentì come se già pendesse dai rovi del nerospino. Le giunse, appena percettibile, la voce di Sheriam Sedai e l’ammonì sul pericolo d’incanalare il Potere. Il boccio si aprì e Saidar riempì di luce Nynaeve.

«Nynaeve, qual è il guaio?»

La voce di Lan scivolò sulla sua concentrazione; Nynaeve si rifiutò di udirla. Doveva esserci ancora una via d’uscita. Fissò il punto in cui c’era stato l’arco argenteo, cercò di trovarne traccia. Non c’era niente.

«Nynaeve...»

Cercò di raffigurarsi nella mente l’arco, di sagomarlo fino all’ultimo particolare, metallo curvo e lucente, pieno d’un bagliore simile a fuoco niveo. L’arco parve ondeggiarle davanti, fra lei e gli alberi... svanì... comparve ancora.

«...ti amo...»

Nynaeve attinse a Saidar, bevve il flusso dell’Unico Potere, finché non pensò di scoppiare. La brillantezza che la riempiva, che splendeva intorno a lei, le bruciò gli occhi. Il calore parve consumarla. L’arco tremolante si solidificò, rimase davanti a lei. Fuoco e dolore parvero riempirla, bruciarle le ossa; il cranio era fornace ardente.

«...con tutto il mio cuore.»

Nynaeve corse verso la curva argentea, senza guardarsi indietro. Aveva creduto di non avere mai udito niente di più amaro del grido d’aiuto di Marin al’Vere... ma era miele, a confronto della voce angosciata di Lan. «Nynaeve, ti prego, non lasciarmi.»

Il bagliore bianco la consumò.

Nuda, Nynaeve varcò l’arco e cadde sulle ginocchia, a bocca aperta, fra i singhiozzi, con le guance rigate di lacrime. Sheriam si chinò accanto a lei. Nynaeve fissò l’Aes Sedai.

«Ti odio!» riuscì a dire con ferocia, fra i singhiozzi. «Odio tutte le Aes Sedai!»

Sheriam sospirò piano, tirò in piedi Nynaeve. «Bambina, quasi ogni donna che affronta questa prova dice le stesse cose. Non è poco, essere costrette ad affrontare le proprie paure. E questo cos’è?» domandò bruscamente, girando i palmi di Nynaeve.

Le mani di Nynaeve tremarono per un dolore improvviso che lei prima non aveva avvertito. Una lunga spina nera trapassava il centro del palmo. Sheriam estrasse con delicatezza le due spine e Nynaeve sentì il fresco tocco del Talento di Guarigione. Le spine lasciarono una piccola cicatrice sul palmo e sul dorso.

Sheriam corrugò la fronte. «Non dovrebbero restare cicatrici» disse. «E come mai c’erano solo due spine, poste con tanta esattezza? Se tu fossi finita in un cespuglio di nerospino, dovresti essere piena di graffi e di spine.»

«Forse ho pensato d’avere già pagato abbastanza» rispose Nynaeve, in tono amaro.

«C’è sempre un prezzo» ammise l’Aes Sedai. «Vieni, ora. Il primo l’hai pagato. Prendi quel che ti tocca.» Le diede una leggera spinta.

Nynaeve si rese conto che nella sala c’era un numero maggiore di Aes Sedai. C’era l’Amyrlin, con la stola a righe e, ai lati, sette Sorelle, una per ogni Ajah; tutte osservavano Nynaeve. Ricordando le istruzioni di Sheriam, Nynaeve s’inginocchiò davanti l’Amyrlin. Era lei a reggere l’ultimo calice e fu lei a versare lentamente sulla testa di Nynaeve il rivolo d’acqua.

«Sei mondata di Nynaeve al’Meara di Emond’s Field. Sei mondata di tutti i vincoli che ti legano al mondo. Vieni a noi pulita e pura, nel cuore e nell’anima. Sei Nynaeve al’Meara, Ammessa alla Torre Bianca.» Passò il calice a una delle Sorelle e tirò in piedi Nynaeve. «Sei legata a noi, ora.»

Gli occhi dell’Amyrlin parvero mandare un lampo oscuro. Il brivido di Nynaeve non fu causato dal fatto d’essere nuda e bagnata.

24

Nuovi amici e vecchi nemici

Egwene seguì l’Ammessa per i corridoi della Torre Bianca. Arazzi e affreschi coprivano pareti bianche come l’esterno della torre; il pavimento era di piastrelle ornate con disegni. La veste bianca dell’Ammessa era identica a quella di Egwene, a parte sette strisce colorate all’orlo e ai polsi. Nel guardare la veste, Egwene corrugò la fronte. Dal giorno prima, Nynaeve aveva indossato la veste da Ammessa e pareva non trarne grande piacere, come del resto dal simbolo della sua nuova condizione, l’anello d’oro raffigurante un serpente che si morde la coda. Quelle poche volte che Egwene era riuscita a vederla, Nynaeve aveva uno sguardo velato, come se avesse visto cose che avrebbe voluto davvero non vedere mai.

«Qui dentro» disse seccamente l’Ammessa, indicando una porta. Pedra era tracagnotta, poco più anziana di Nynaeve, e parlava sempre con tono vivace. «Hai avuto il permesso perché questo è il tuo primo giorno, ma voglio vederti già in cucina, quando il gong suonerà l’Ora Alta e non un istante più tardi.»

Egwene le rivolse una riverenza e subito dopo mostrò la lingua alla schiena dell’Ammessa che s’allontanava. Anche se finalmente la sera prima Sheriam aveva segnato il suo nome nel registro delle novizie, già sapeva di non avere simpatia per Pedra. Spalancò la porta ed entrò.

Nella stanza piccola e spoglia, dalle pareti bianche, una giovane donna con capelli color dell’oro rosso lunghi alla spalla occupava una delle due panche non imbottite. Il pavimento era nudo: alle novizie non erano concessi tappeti. Egwene ritenne che la ragazza avesse più o meno la sua età, pur mostrando una dignità e una compostezza che la facevano sembrare più anziana. La veste da novizia, dal taglio semplice, pareva quasi elegante, addosso a lei.

«Mi chiamo Elayne» si presentò. Inclinò la testa e osservò Egwene. «E tu sei Egwene. Di Emond’s Field, nei Fiumi Gemelli.» Lo disse Come se la cosa avesse un preciso significato, ma non si dilungò. «Alle ragazze appena giunte assegnano sempre, per qualche giorno, una novizia un po’ più esperta che le aiuti a orizzontarsi. Siedi, prego.»

Egwene si accomodò sull’altra panca, di fronte a Elayne. «Pensavo che le Aes Sedai mi dessero lezioni, ora che finalmente sono novizia. Ma per il momento Pedra mi ha svegliato due ore buone prima dell’alba e mi ha messo a spazzare i corridoi, tutto qui. E dopo pranzo dovrò anche lavare i piatti.»