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Nessuno dei due si mosse, pareva che non ci fosse nessuna probabilità che qualcuno dei due lo facesse. La resistenza di Raistlin era maggiore, ma la magia di Fistandantilus veniva da fonti antiche; poteva fare appello a poteri invisibili a proprio sostegno.

Alla fine, fu la stessa apparizione che non ce la fece più a resistere. Intrappolata fra due poteri uguali in conflitto fra loro, tirata e spinta in direzioni opposte, il suo essere magico finì per disintegrarsi. Con un lampo accecante, esplose.

La violenza dell’esplosione scaraventò all’indietro entrambi i maghi, mandandoli a sbattere contro le pareti. Un odore spaventoso riempì la stanza e i vetri, frantumati, caddero come una pioggia. Le pareti del laboratorio erano annerite, carbonizzate. Qua e là piccoli incendi ardevano di vivaci fiamme multicolori, proiettando un bagliore livido su quella sconvolgente distruzione.

Pur barcollando, Raistlin si rialzò subito in piedi, asciugandosi il sangue da un taglio sulla fronte. Il suo nemico non fu meno veloce, anch’egli ben conscio che la debolezza avrebbe significato la morte. I due maghi si fronteggiarono nella luce incerta.

«Così, siamo arrivati a questo!» disse Fistandantilus, con la sua voce rotta e antica. «Avresti potuto continuare a condurre una vita tranquilla. Ti avrei risparmiato le debolezze, le ignominie della vecchiaia. Perché precipitarti verso la tua morte?»

«Tu lo sai,» replicò Raistlin con voce sommessa, respirando affannosamente, quasi stremato di forze.

Fistandantilus annuì lentamente, tenendo gli occhi su Raistlin. «Come ho detto,» mormorò, «è assai spiacevole che questo accada. Avremmo potuto fare molto insieme, tu ed io. Adesso...»

«La vita per uno, la morte per l’altro,» disse Raistlin. Protese la mano e depose con attenzione il ciondolo di ematite sulla fredda lastra di pietra. Poi udì le parole del canto, e alzò la voce, rispondendo anche lui con il canto.

La battaglia durò a lungo. I due guardiani della Torre, che contemplavano lo spettacolo da essi evocato dai ricordi del mago vestito di nero che giaceva alla loro portata, erano smarriti e confusi.

Fino a quel punto avevano seguito tutto attraverso la vista di Raistlin. Ma adesso i due fruitori di magia erano così vicini l’uno all’altro che i guardiani della Torre vedevano la battaglia attraverso gli occhi di entrambi gli avversari.

I lampi sprizzavano crepitanti dalle punte delle loro dita, i corpi abbigliati di nero si contorcevano per il dolore, urla di sofferenza e di furore echeggiavano fra gli schianti delle rocce e delle travi.

Magiche pareti di fuoco fondevano muri di ghiaccio, venti roventi soffiavano con la forza degli uragani. Tempeste di fuoco spazzavano i corridoi, le apparizioni balzavano fuori dall’Abisso al comando dei loro padroni, le forze elementari scuotevano le fondamenta stesse del castello. La grande, cupa fortezza di Fistandantilus cominciò a creparsi, le pietre cadevano giù dagli spalti.

E poi, con un terribile urlo di rabbia e di dolore, uno dei maghi vestiti di nero crollò al suolo, con il sangue che gli colava dalla bocca.

Qual era l’uno, quale l’altro? Chi era caduto? I guardiani cercarono freneticamente di capirlo, ma era impossibile.

L’altro mago, quasi del tutto svuotato d’energie, si riposò un momento, poi riuscì a trascinarsi lungo il pavimento. La sua mano tremante si allungò fin sopra la superficie della lastra di pietra, si mosse a tentoni, poi trovò e afferrò il ciondolo di ematite. Con le ultime forze che gli rimanevano, il mago dalle vesti nere strinse il ciondolo e tornò indietro, strisciando, per poi inginocchiarsi accanto al corpo ancora vivo della sua vittima.

Il corpo sul pavimento si contorse nei tormenti dell’agonia, un grido stridulo gorgogliò dalle sue labbra schiumanti sangue. Poi, d’un tratto, le urla cessarono. La pelle del mago si raggrinzì e si ruppe come pergamena disseccata, i suoi occhi fissarono l’oscurità senza vederla. Appassì lentamente.

Con un sospiro fremente l’altro mago crollò sopra il corpo della sua vittima, lui stesso debole, ferito, quasi prossimo alla morte. Ma stretta nella sua mano c’era l’ematite, e attraverso le sue vene scorreva sangue nuovo, dandogli una vita che, col tempo, avrebbe ripristinato la sua salute. Nella sua mente c’erano conoscenze, ricordi di centinaia d’anni di potere, incantesimi, visioni di meraviglie e di terrori che coprivano l’arco di molte generazioni. Ma c’erano anche i ricordi di un fratello gemello, ricordi di un corpo infranto, di un’esistenza prolungata e dolorosa.

Mentre due vite si fondevano dentro di lui, mentre centinaia di strani ricordi in conflitto fra loro si accalcavano dentro di lui, il mago vacillò sotto quell’impatto. Rannicchiandosi accanto al corpo del suo rivale, il mago vestito di nero che era uscito vincitore dalla battaglia fissò l’ematite nella sua mano. Poi bisbigliò in preda all’orrore: «Chi sono io?»

Capitolo quarto.

I guardiani scivolarono via da Raistlin, fissandolo con occhi vacui. Troppo debole per muoversi, il mago li fissò a sua volta, i suoi occhi riflettevano le tenebre.

«Vi dico questo.» Parlò loro senza voce e venne compreso. «Toccatemi di nuovo e vi trasformerò in polvere, come ho fatto con lui!»

«Sì, Maestro,» bisbigliarono le voci, mentre i loro pallidi volti tornavano a confondersi fra le ombre.

«Cosa...» mormorò Crysania con voce assonnata. «Hai detto qualcosa?. Rendendosi conto di aver dormito con la testa sulla sua spalla, arrossi confusa e imbarazzata e si affrettò a rizzarsi a sedere.

«Po... posso andare a prenderti qualcosa?» chiese.

«Acqua calda.» Raistlin si riadagiò fiaccamente sulla schiena. «Per la mia pozione.»

Crysania lanciò un’occhiata intorno a sé, scostandosi gli scuri capelli dagli occhi. Una luce grigia filtrava dalle finestre. Sottile, esile come un fantasma, non era di nessun conforto. Il Bastone di Magius proiettava ancora la sua luce, tenendo lontane le creature buie della notte. Ma non diffondeva nessun calore. Crysania si sfregò il collo dolorante. Era irrigidita e sofferente e sapeva che doveva aver dormito per ore. La stanza era ancora gelida. Con espressione desolata guardò la griglia del caminetto, fredda e annerita.

«C’è della legna,» balbettò; il suo sguardo andò ai mobili fracassati che le giacevano intorno, «ma non... non ho nessuna esca, nessun acciarino, non posso...»

«Sveglia mio fratello,» ringhiò Raistlin, e subito il suo respiro si fece ansimante. Cercò di aggiungere qualcosa, ma riuscì soltanto a fare un debole gesto. I suoi occhi scintillarono d’una tale rabbia e il suo volto fu contorto da un tale furore che Crysania lo fissò allarmata, percependo in lui un gelo perfino più freddo dell’aria che aveva intorno.

Raistlin chiuse gli occhi, stremato, e portò la mano al petto. «Per favore,» bisbigliò in preda a un’estrema sofferenza, «il dolore...»

«Certo,» disse Crysania gentilmente, sopraffatta dalla vergogna. Cosa doveva essere, vivere con un dolore come quello, giorno dopo giorno? Sporgendosi in avanti, si tolse la tenda dalle spalle e, con cura, la rimboccò intorno a Raistlin. Il mago annuì con gratitudine, ma non riuscì a parlare. Poi, rabbrividendo, Crysania attraversò la stanza fino al punto in cui giaceva Caramon.

Fece per allungare una mano e toccargli la spalla, poi esitò. E se fosse stato ancora cieco? pensò.

Oppure, se fosse stato in grado di vedere e avesse deciso di... di uccidere Raistlin?

Ma la sua esitazione durò soltanto un attimo. Con gesto deciso, gli mise la mano sulla spalla e lo scosse. Se tentasse di farlo, si disse, cupa, io lo fermerò. L’ho fatto una volta, posso farlo di nuovo.

Proprio mentre lo toccava, divenne conscia dei pallidi guardiani annidati nel buio, che seguivano ogni sua mossa.

«Caramon,» lo chiamò con voce sommessa, «Caramon, svegliati. Per favore! Ci serve...»