D’un tratto il kender sollevò la testa di scatto. «Tasslehoff Burrfoot!» esclamò, infuriato. «Cosa stai facendo, te ne stai fermo come un nano dei fossi con un piede nel fango? Devi salvarlo! Dopotutto, non hai promesso a Tika che ti saresti preso cura di lui?»
«Salvarlo? E come, pomolo di porta che non sei altro?» tuonò una voce dentro di lui, che assomigliava in modo molto sospetto a quella di Flint. «Devono esserci almeno venti nani! E tu sei armato di quell’ammazza conigli!»
«Penserò a qualcosa,» replicò Tas. «Tu resta seduto sotto il tuo albero e basta!»
Udì un suono, come di qualcuno che sbuffava. Ignorandolo con fredda decisione, il kender si rizzò in tutta la sua altezza, sfoderò il suo piccolo pugnale, e cominciò a strisciare avanti in completo silenzio, come possono farlo soltanto i kender, lungo il corridoio.
Capitolo quattordicesimo.
Aveva i capelli scuri e ricciuti e il sorriso truffaldino che più tardi gli uomini avrebbero trovato così affascinante in sua figlia. Aveva la semplice, ingenua onestà che avrebbe caratterizzato uno dei suoi figli, e aveva un dono, un raro e meraviglioso potere, che avrebbe trasmesso all’altro figlio.
Aveva la magia nel sangue come l’aveva suo figlio. Ma era debole: debole di volontà, debole di spirito. Così, aveva lasciato che la magia prendesse il controllo di lei, e così, alla fine, era morta.
Né Kitiara dall’anima forte, né Caramon dal fisico robusto, erano rimasti molto colpiti dalla morte della loro madre. Kitiara odiava sua madre di un’amara gelosia, mentre Caramon, pur volendo bene a sua madre, era assai più vicino al suo fragile gemello. Inoltre, le bizzarre farneticazioni e le trance mistiche di sua madre ne facevano un completo enigma per il giovane guerriero.
Ma la sua morte aveva devastato Raistlin. L’unico dei suoi figli che veramente la capiva, provava pietà per la sua debolezza pur disprezzandola allo stesso tempo. Ed era furioso con lei perché era morta, furioso perché l’aveva lasciato solo al mondo, solo con il suo dono. Era arrabbiato e, nel suo intimo, era pieno di paura, poiché Raistlin vedeva in lei la propria condanna.
In seguito alla morte di suo padre, sua madre per il profondo dolore era entrata in una trance dalla quale non era mai più riemersa. Raistlin era stato impotente. Non aveva potuto far nulla se non assistere al suo graduale decadimento. Rifiutando ostinatamente il cibo, era andata alla deriva, smarrendosi in piani magici che soltanto lei poteva vedere. E il mago, suo figlio, ne era rimasto scosso fin nel profondo del suo intimo.
Quell’ultima notte era rimasto seduto accanto a lei. Tenendole la mano devastata nella propria, l’aveva osservata mentre i suoi occhi infossati e febbricitanti fissavano le meraviglie evocate dalla sua forsennata magia.
Quella notte, Raistlin aveva giurato nel profondo della sua anima che nessuno e niente avrebbero mai avuto il potere di manipolarlo in quel modo, non suo fratello gemello, non sua sorella, non la magia, non gli dei. Lui, e lui soltanto, sarebbe stato la forza-guida della propria vita.
L’aveva giurato, ed era stato un giuramento amaro e vincolante. Ma lui era ancora un ragazzo, un ragazzo rimasto solo nel buio mentre sedeva là insieme a sua madre, la notte in cui era morta.
L’aveva vista esalare l’ultimo, tremante respiro. Tenendole la mano sottile dalle dita delicate (così simili alle sue!), aveva implorato sommessamente in mezzo alle lacrime: «Madre, torna a casa... Torna a casa!»
Adesso a Zhaman sentiva di nuovo quelle parole, che lo sfidavano, lo deridevano, lo provocavano.
Risuonavano nelle sue orecchie, riverberavano nel suo cervello con clangori selvaggi e discordanti.
Con la testa che gli scoppiava per il dolore, incespicò contro una parete.
Una volta, Raistlin aveva visto Lord Ariakas torturare un cavaliere fatto prigioniero chiudendo l’uomo dentro la torre campanaria. Quella notte, per tutta la notte, i chierici scuri avevano suonato le campane in lode alla loro Regina. Il mattino seguente l’uomo era stato trovato morto, con un’espressione di orrore sul suo viso così profonda e spaventevole che perfino coloro che solitamente traevano il loro perverso piacere dalla crudeltà si sbarazzarono in tutta fretta del cadavere.
Raistlin ebbe l’impressione di essere imprigionato nella sua personale torre campanaria, con le sue stesse parole che gli riecheggiavano la condanna dentro il cranio. Barcollando, stringendosi la testa, cercò disperatamente di cancellarne il suono.
«Torna a casa... Torna a casa...»
Stordito e accecato dal dolore, il mago cercò di sfuggirlo. Andò in giro vacillando, senza nessuna chiara idea di dove si trovasse, cercando solamente una via di scampo. I suoi piedi intorpiditi persero l’equilibrio. Inciampando sull’orlo della veste nera, cadde sulle ginocchia.
Un oggetto schizzò fuori da una tasca delle sue vesti e rotolò sul pavimento di pietra. Nel vederlo, Raistlin ruggì per la rabbia e la paura. Era un altro segno del suo fallimento, il globo dei draghi, crepato, oscurato, inutile. Cercò spasmodicamente di afferrarlo, ma il globo slittò via come una biglia di vetro sui mattoni del pavimento, eludendo la sua stretta artigliante.
Disperato, strisciò dietro al globo che, alla fine, smise di rotolare. Con un gemito di rabbia Raistlin fece per impadronirsene, poi si arrestò. Sollevando la testa, sgranò gli occhi. Vide dov’era, e arretrò, tremando.
Davanti a lui si profilava il Grande Portale.
Era esattamente come quello nella Torre della Grande Stregoneria a Palanthas. Una gigantesca porta ovale che si ergeva su una piattaforma, decorata e custodita dalle teste di cinque draghi. I loro colli sinuosi si dipanavano serpeggiando sul pavimento, le cinque teste erano rivolte verso l’interno, le cinque bocche aperte urlavano il silenzioso tributo alla loro Regina.
Nella Torre di Palanthas, la porta che dava sul Portale era chiusa. Nessuno poteva aprirla salvo che dall’interno dello stesso Abisso, venendo dalla direzione opposta, un’uscita da un luogo dal quale nessuno usciva mai. Anche se quella porta era chiusa, vi era chi poteva entrarvi: insieme, un Chierico dalle Vesti Bianche d’Infinita Bontà, e un Arcimago dalle Vesti Nere d’Infinita Malvagità.
Era un’improbabile combinazione. Così i grandi maghi avevano sperato di sigillare per sempre quel terribile ingresso su un piano immortale.
Un comune mortale che avesse guardato dentro il Portale, non poteva veder nulla, soltanto un’oscurità totale e gelida.
Ma Raistlin non era più un comune mortale. Avvicinandosi sempre più alla sua Regina, rivolgendo le sue energie e i suoi studi verso quel singolo oggetto, l’arcimago si trovava adesso in una condizione sospesa fra entrambi i mondi. Guardando dentro quella porta chiusa, poteva quasi penetrare quell’oscurità! Essa vibrava e ondeggiava davanti alla sua vista. Strappando lo sguardo dal Portale, riportò la sua attenzione sul Globo dei draghi, cercando di riafferrarlo.
Come ha fatto a sfuggirmi? si chiese con rabbia. Aveva chiuso il globo in una borsa nascosta in fondo a una delle tasche segrete delle sue vesti... Ma subito si fece beffe di se stesso, poiché conosceva la risposta. Ogni Globo dei draghi era dotato d’un profondo senso di autoconservazione.
Quello presente a Istar era sfuggito al Cataclisma ingannando il re degli elfi, Lorac, inducendolo a rubarlo e a portarlo a Silvanesti. Quando il Globo non aveva più potuto servirsi del folle Lorac, si era attaccato a Raistlin. Aveva sorretto la vita di Raistlin, quando questi si era trovato morente nella biblioteca di Astinus. Aveva cospirato con Fistandantilus per portare il giovane dalla Regina delle Tenebre. Adesso, avvertendo il più grande pericolo che avesse minacciato la sua esistenza, stava cercando di sfuggirgli.
No, lui non l’avrebbe permesso! Allungò il braccio e la sua mano si chiuse con fermezza sul Globo dei draghi.
Vi fu un urlo stridente...
Il Portale si aprì.