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Raistlin levò lo sguardo. Non si era aperto per farlo entrare. No, si era aperto per ammonirlo, per mostrargli la punizione per l’insuccesso.

Prostrato sulle ginocchia, stringendo il Globo al petto, Raistlin sentì la presenza e la maestà di Takhisis, Regina delle Tenebre, levarsi davanti a lui. Colto dallo sgomento, si rannicchiò tremante ai piedi della Regina Tenebrosa.

Questa è la tua condanna! Le sue parole gli sibilarono nella mente. il destino di tua madre sarà il tuo. Inghiottito dalla tua magia, sarai tenuto per sempre nell’incanto, e neppure la dolce consolazione della morte porrà fine alle tue sofferenze!

Raistlin crollò. Sentì il suo corpo accartocciarsi. Così aveva visto il corpo avvizzito di Fistandantilus accartocciarsi al tocco dell’ematite.

Con la testa appoggiata sul pavimento di pietra, così com’era stata appoggiata sul ceppo del boia del suo incubo, il mago stava per ammettere la sconfitta...

Ma c’era un nucleo di forza nell’intimo di Raistlin. Molto tempo addietro, a Par-Salian, capo dell’ordine delle Vesti Bianche, era stato affidato un compito dagli dei. Avevano bisogno di un fruitore di magia abbastanza forte da aiutarli a sconfiggere il male crescente della Regina delle Tenebre. Par-Salian aveva cercato a lungo e alla fine aveva scelto Raistlin poiché aveva visto dentro al giovane mago quel nucleo interiore di forza. Era stata una massa fredda e informe di ferro, quanto Raistlin. Ma Par-Salian aveva sperato che il fuoco rovente della sofferenza, del dolore, della guerra, e dell’ambizione, avrebbe forgiato quella massa nel miglior acciaio temprato.

Raistlin sollevò la testa dalla fredda pietra.

Il calore della furia della Regina si abbatteva intorno a lui. Il sudore gli colava dal corpo. Non riusciva a respirare mentre il fuoco gli ustionava i polmoni. La Regina lo tormentava, lo beffeggiava usando le sue stesse parole, le sue stesse visioni. Rideva di lui, così come molti altri avevano riso di lui in passato. Eppure, perfino mentre il suo corpo tremava di una paura diversa da qualunque altra avesse mai conosciuto prima, l’anima di Raistlin cominciò ad esultare.

Perplesso, cercò di analizzare questo fatto. Tentò di riprendere il controllo e, dopo uno sforzo che lo lasciò debole e tremante, bandì il suono echeggiante della voce di sua madre dalle sue orecchie.

Chiuse gli occhi al sorriso canzonatorio della sua Regina.

L’oscurità l’avvolse e vide, nella fresca, dolce oscurità, la paura della Regina.

Aveva paura... paura di lui!

Lentamente, Raistlin si alzò in piedi. Venti roventi soffiavano dal Portale, gonfiando le vesti nere intorno a lui, fino a quando gli parve d’essere avvolto da nubi tempestose. Adesso poteva guardare direttamente dentro il Portale. I suoi occhi si strinsero. Guardò la temuta porta con un ghigno truce e contorto. Poi, sollevando la mano, Raistlin scagliò il Globo dei draghi dentro il Portale.

Colpendo quell’invisibile parete, il Globo s’infranse. Vi fu un grido quasi impercettibile. Oscure ali d’ombra svolazzarono intorno alla testa del mago, poi, con un gemito, le ali si dissolsero in fumo e vennero soffiate via.

Una forza percorse il corpo di Raistlin, una forza quale non aveva mai conosciuto prima. La consapevolezza della debolezza del suo nemico lo colpì come un liquore intossicante. Sentì il magico flusso scorrere dalla sua mente nel suo cuore e da qui nelle vene. Il potere di secoli di apprendimento, accumulato e assorbito, era suo, suo e di Fistandantilus.

E poi lo sentì, il limpido squillo d’una tromba, la sua musica, fredda come l’aria che soffiava dalle montagne coperte di neve delle terre dei nani visibili in distanza. Il richiamo della tromba echeggiò puro e terso nella sua mente, scacciando le voci che lo distraevano, chiamandolo nell’oscurità, dandogli il potere sulla morte stessa.

Raistlin fece una pausa. Non aveva avuto l’intenzione di varcare così presto il Portale. Gli sarebbe piaciuto aspettare un po’ di più. Ma adesso sarebbe andato bene lo stesso, se fosse stato necessario.

L’arrivo del kender significava che il tempo poteva venir alterato. La morte dello gnomo garantiva che non ci sarebbe stata nessuna interferenza da parte del congegno magico, l’interferenza che aveva causato la morte di Fistandantilus.

Il momento era venuto.

Raistlin rivolse al Portale un’ultima, lunga occhiata. Poi, gratificando la sua Regina di un inchino, si girò e si allontanò con passo deciso lungo il corridoio.

Crysania era inginocchiata a pregare nella propria stanza.

Era stata sul punto di coricarsi, dopo essere ritornata dalla stanza del kender, ma l’aveva colta uno strano, sinistro presentimento. C’era qualcosa nell’aria che rendeva difficile respirare. Una sensazione di attesa l’aveva fatta esitare. Il sonno non voleva venire. Era vigile, sveglia, più sveglia di quanto lo fosse stata in tutta la sua vita.

Il cielo era pieno di luce, la fredda luce delle stelle che ardeva nel buio; la luna d’argento, Solinari, risplendeva come un pugnale. Poteva vedere ogni singolo oggetto nella sua stanza con una chiarezza soprannaturale. Ognuno di essi pareva vivo, intento a osservare, ad aspettare insieme a lei.

Come pietrificata fissava le stelle, tracciando le linee delle costellazioni: Gilean, il Libro, i Piatti della Bilancia; Takhisis, La Regina delle Tenebre, il Drago dai Molti Colori e Nessuno; Paladine, il Guerriero Coraggioso, il Drago di Platino. Le lune: Solinari, l’Occhio di Dio; Lunitari, la Candela della Notte. Al di là di tutto questo, schierati nei cieli, gli dei minori, e fra essi i pianeti.

E da qualche parte la Luna Nera, la luna che soltanto i suoi occhi potevano vedere.

Restando così immobile, fissando la notte, Crysania sentì le sue dita diventare fredde quando le appoggiò sulla gelida pietra. Si rese conto che stava rabbrividendo e si girò, dicendosi che era giunto il momento di dormire...

Ma c’era ancora quel tremulo respiro della notte. «Aspetta,» le bisbigliava. «Aspetta...»

E poi udì la tromba. Pura e tersa, la sua musica le penetrò il cuore, urlando un peana di vittoria che le elettrizzò il sangue.

In quel preciso istante, la porta della sua stanza si aprì.

Non fu sorpresa di vederlo. Era come se si fosse aspettata il suo arrivo, e si girò con calma a fronteggiarlo.

Raistlin si stagliava sulla soglia, i suoi contorni risaltavano contro la luce delle torce che avvampavano nel corridoio e risaltavano anche per la luce che sgorgava tenebrosa da sotto le sue vesti, una luce empia che veniva da dentro.

Attirata da una strana forza, Crysania sollevò di nuovo lo sguardo al cielo e vide Nuitari, la Luna Nera, che brillava di quella stessa luce tenebrosa.

Per un attimo chiuse gli occhi, sopraffatta da quell’improvviso afflusso di sangue che la stordiva, dal battito del proprio cuore. Poi, sentendo che le forze le tornavano, li aprì di nuovo e trovò Raistlin in piedi davanti a lei.

Trattenne il fiato. L’aveva visto nell’estasi della magia, l’aveva visto combattere contro la sconfitta e la morte. Adesso lo vedeva nel pieno delle sue forze, nella maestà del suo tenebroso potere. Una saggezza e un’intelligenza antiche erano incise nel suo volto, un volto che Crysania stentò a riconoscere come suo.

«È giunto il momento, Crysania,» le disse, tendendole le mani.

Lei le prese. Le sue dita erano gelide, il tocco di Raistlin le fece bruciare. «Ho paura,» bisbigliò Crysania.

Lui le si avvicinò.

«Non c’è bisogno che tu abbia paura,» le disse. «Il tuo dio è con te. Lo vedo con chiarezza. È la mia dea che ha paura, Crysania. Percepisco la sua paura! Insieme, tu ed io attraverseremo le frontiere del tempo ed entreremo nel regno della morte. Insieme combatteremo contro la Tenebra. Insieme metteremo in ginocchio Takhisis!»

Le sue mani l’attirarono vicino al proprio petto, le sue braccia l’avvolsero. Le sue labbra si chiusero sopra quelle di lei, rubandole il respiro con il suo bacio.

Crysania chiuse gli occhi e lasciò che il fuoco magico, il fuoco che consumava i corpi dei morti, consumasse il suo corpo, consumasse quel guscio freddo, spaventato, vestito di bianco, che aveva tenuto nascosto durante tutti quegli anni.