Raistlin si tirò indietro, tracciandole i contorni della bocca con il dito, sollevandole il mento in modo che lei potesse guardarlo negli occhi. E là, riflesso nello specchio della sua anima, Crysania vide se stessa, che ardeva di un’aura fiammeggiante di luce radiosa, pura e bianca. Vide se stessa bella, amata, adorata. Vide se stessa che portava al mondo verità e giustizia, bandendo per sempre il dolore, la paura e la disperazione.
«Sia benedetto Paladine,» bisbigliò Crysania.
«Sempre sia benedetto,» rispose Raistlin. «Ancora una volta ti darò un amuleto. Come ti ho protetto quando hai attraversato il Bosco di Shoikan, così sarai difesa quando varcheremo il Portale.»
Crysania tremò. Attirandola a sé, stringendola un’ultima volta, le premette le labbra sulla fronte.
Crysania sussultò ma non gridò. Lui le sorrise.
«Vieni.»
Sulle parole bisbigliate di un incantesimo alato, lasciarono la stanza uscendo nella notte, proprio mentre i raggi rossi di Lunitari si riversavano nell’oscurità, il sangue tratto dal coltello luccicante di Solinari.
Capitolo quindicesimo.
«Ed i carri dei rifornimenti?» chiese Caramon con voce misurata e tranquilla, la voce di chi conosce già la risposta.
«Nessuna notizia, signore,» rispose Garic, evitando lo sguardo fermo di Caramon. «Ma... li stiamo aspettando...»
«Non arriveranno. Sono caduti in un’imboscata. Tu lo sai bene.» Caramon dette in uno stanco sorriso.
«Per lo meno abbiamo trovato l’acqua,» disse Garic, poco convinto, facendo uno sforzo coraggioso per apparire allegro e fallendo miseramente. Tenendo lo sguardo fisso sulla mappa allargata sul tavolo davanti a lui, tracciò nervosamente un piccolo cerchio intorno a un minuscolo punto verde sulla pergamena.
Caramon sbuffò. «Una pozza che sarà vuota entro mezzogiorno. Oh, sicuro, si riempie di nuovo durante la notte, ma il mio sudore ha un gusto migliore. Quella dannata roba dev’essere inquinata dall’acqua del mare.»
«Comunque è potabile. La stiamo razionando, naturalmente, e abbiamo messo delle sentinelle tutt’intorno. Ma non sembra che stia per inaridirsi.»
«Oh, insomma. Fra un po’ non dovremo più preoccuparci perché non rimarranno più uomini per berla,» disse Caramon, passandosi la mano con un sospiro attraverso i capelli ricciuti.
Nella stanza faceva caldo e l’aria era soffocante. Qualche servitore troppo zelante aveva buttato della legna sul fuoco prima che Caramon, abituato a vivere all’aperto, potesse fermarlo. L’omone aveva spalancato una finestra per lasciar entrare l’aria fresca e frizzante, ma le fiamme che ruggivano alle sue spalle lo tostavano ugualmente per benino. «Oggi, qual è il totale dei disertori?»
Garic si schiarì la gola. «Circa... circa un centinaio, signore,» disse con riluttanza.
«Dove vanno? Pax Tharkas?»
«Sì, signore. Così crediamo.»
«Che altro?» chiese Caramon, cupo in volto, studiando la faccia di Garic. «Tu mi nascondi qualcosa.»
Il giovane cavaliere arrossì. In quel momento, Garic provò il vivo desiderio che mentire non fosse contro ogni codice d’onore. Così come avrebbe dato la sua vita per risparmiare a quell’uomo un dolore, allo stesso modo era quasi pronto a mentire. Esitò, poi, guardando Caramon, vide che non sarebbe stato necessario. Il generale lo sapeva già.
Caramon annuì con estrema lentezza. «Gli uomini delle pianure?»
Garic abbassò lo sguardo sulle mappe.
«Tutti? »
«Sì, signore.»
Caramon chiuse gli occhi. Sospirando sommessamente prese una delle piccole figure di legno che erano state disposte sulla mappa per rappresentare la posizione e lo schieramento delle sue truppe.
Girandola fra le dita, divenne pensieroso. Poi, all’improvviso, con un’amara imprecazione, si girò e scagliò la figurina in mezzo al fuoco. Un istante dopo si prese fra le mani la testa dolorante.
«Suppongo di non poter biasimare Darknight. Non sarà facile per lui e per i suoi uomini, neppure adesso. Senza dubbio i nani delle montagne hanno occupato i passi alle nostre spalle, è questo che è successo ai carri dei rifornimenti. Dovrà combattere per aprirsi la strada fino a casa. Possano gli dei essergli vicini.»
Caramon rimase silenzioso un momento, poi serrò i pugni. «Maledizione a mio fratello!» imprecò.
«Maledizione a lui!»
Garic si spostò, innervosito. Fece dardeggiare lo sguardo intorno a sé, timoroso che la figura abbigliata di nero potesse materializzarsi dalle ombre. .«Bene,» esclamò Caramon, raddrizzandosi e studiando ancora una volta le mappe. «Questo non ci condurrà da nessuna parte. Ora, la nostra sola speranza, da come la vedo io, è tenere quello che è rimasto del nostro esercito qui sui Pianori. Dobbiamo attirare fuori i nani, costringerli a combattere all’aperto, così da poter utilizzare la nostra cavalleria. Non riusciremo mai ad aprirci una strada dentro la montagna,» aggiunse, ed una nota di amarezza s’insinuò nella sua voce, «ma per lo meno possiamo ritirarci con la speranza di riconquistare Pax Tharkas con le nostre forze ancora intatte. Una volta là, potremo fortificarla e...»
«Generale.» Una delle sentinelle alla porta entrò nella stanza, arrossendo per il fatto di aver dovuto interrompere. «Ti prego di scusarmi, signore, ma è arrivato un messaggero.»
«Fallo entrare.»
Un giovane entrò nella stanza. Coperto di polvere, con le guance arrossate dal freddo, lanciò al fuoco un’occhiata piena di desiderio, ma venne avanti per consegnare il suo messaggio.
«No, vai a riscaldarti,» lo invitò Caramon, facendo segno all’uomo di avvicinarsi al caminetto.
«Sono contento che qualcuno possa apprezzarlo. Ho comunque la sensazione che la tua notizia sarà ben poco appetibile.»
«Grazie, signore,» disse l’uomo con gratitudine. In piedi accanto al fuoco protese le mani verso il calore. «La mia notizia è questa... i nani delle colline se ne sono andati.»
«Andati?» ripetè Caramon, del tutto sbalordito, alzandosi in piedi. «Andati dove? Non saranno certo tornati...»
«Stanno marciando su Thorbardin.» Il messaggero esitò. «E, signore, i Cavalieri sono andati con loro.»
«È una follia» Il pugno di Caramon si abbatté sul tavolo, facendo schizzare in tutte le direzioni i segnalini di legno mentre le mappe si arrotolavano ai bordi. Il suo volto s’incupì. «Mio fratello...»
«No, signore. A quanto pare sono stati i Dewar. Mi è stato detto di consegnarti questo.» Tirò fuori un rotolo di pergamena dalla borsa e lo porse a Caramon, che si affrettò a srotolarlo.
Generale Caramon, ho appena appreso dalle spie dei Dewar che le porte della montagna si apriranno quando squillerà la tromba. Progettiamo di coglierli di sorpresa. Muovendoci all’alba, arriveremo là al calar della notte. Mi spiace che non ci sia stato il tempo d’informarti. Stai certo che riceverai la parte del bottino che ti è dovuta, anche se arriverai in ritardo. Che la luce di Reorx risplenda sulle nostre asce.
La mente di Caramon riandò al pezzo di pergamena macchiato di sangue che aveva stretto in mano non molto tempo prima. Lo stregone ti ha tradito...
«Dewar!» Caramon aggrottò le sopracciglia. «Spie dei Dewar. Spie, certo, ma non per noi! Traditori, certo, ma non della loro gente!»
«Una trappola,» esclamò Garic, alzandosi in piedi anche lui.
«E ci siamo cascati dentro come un branco di dannati conigli!» borbottò Caramon, pensando a un altro coniglio preso in trappola, vedendo con l’occhio della mente suo fratello che lo metteva in libertà. «Pax Tharkas cade. Non è una gran perdita. Può sempre venir riconquistata, specialmente se i difensori sono morti. La nostra gente che diserta a branchi. Gli uomini delle pianure che se ne vanno. E adesso i nani delle colline che marciano su Thorbardin, e i Dewar che marciano con loro. E quando la tromba squillerà...»