Risuonò lo squillo limpido e terso della tromba. Caramon sussultò. Lo sentiva, oppure era un sogno, portato sulle ali d’una terribile visione? Quasi lo vedeva recitato davanti ai suoi occhi... i Dewar che, lentamente, impercettibilmente si sparpagliavano in mezzo ai nani delle colline, infiltrandosi fra i loro ranghi. Con le mani che protendevano verso le asce, i martelli...
La maggior parte della gente di Reghar non avrebbe mai saputo cosa li aveva colpiti, non avrebbe mai avuto una sola possibilità di colpire.
Caramon poteva udire le urla, i tonfi degli stivali di ferro, il cozzare delle armi, e le grida aspre e discordanti. Era vero, talmente vero...
Smarrito nella sua visione, Caramon fu solo vagamente consapevole dell’improvviso pallore sul volto di Garic. Sfoderando la spada, il giovane cavaliere balzò verso la porta con un urlo che riportò Caramon di colpo alla realtà. Girandosi di scatto, vide una marea nera di nani scuri avanzare fuori della porta. C’era un bagliore d’acciaio.
«Un’imboscata!» urlò Garic.
«Ritiratevi!» tuonò Caramon. «Non uscite là fuori! I Cavalieri se ne sono andati, siamo i soli qui dentro! Restate dentro le stanze, sbarrate la porta!» Balzando su Garic, afferrò il cavaliere e lo trascinò indietro. «Voi guardie, ritiratevi!» urlò ai due che erano ancora fuori della porta e adesso stavano combattendo per la loro vita.
Caramon afferrò il braccio di una delle guardie per trascinarla dentro, calando nello stesso tempo la propria spada sulla testa di un Dewar che stava attaccando. L’elmo del nano s’infranse. Il sangue schizzò su Caramon, ma lui non vi prestò la minima attenzione. Spingendo la guardia dietro di sé, Caramon si scagliò con tutto il proprio peso addosso all’orda dei nani scuri che si accalcavano nel corridoio e la sua spada saettò scavando una corsia di sangue in mezzo a loro.
«Ritirati, pazzo!» urlò senza voltarsi alla seconda guardia, che esitò solo un attimo e poi fece come gli veniva ordinato. La feroce carica di Caramon ebbe l’effetto voluto di cogliere i Dewar impreparati: questi arretrarono incespicando, in preda a un momentaneo panico alla vista dei suo furore bellico. Ma, appunto, fu soltanto un panico momentaneo. Già Caramon potè vedere che stavano recuperando morale e coraggio.
«Generale! Attento!» urlò Garic, in piedi sulla soglia, con la spada ancora in pugno. Voltandosi, Caramon fece per rientrare nella sicurezza della stanza delle mappe. Ma il suo piede scivolò sulle pietre coperte di sangue e l’omone cadde a terra, slogandosi dolorosamente il ginocchio.
Con un urlo selvaggio, un Dewar gli balzò addosso.
«Entrate! Sbarrate la porta, voi...!» Il resto delle parole di Caramon andò perduto mentre scompariva sotto una massa ribollente di nani.
«Caramon!»
Provando un tuffo al cuore, maledicendosi per essersi tirato indietro, Garic si lanciò nella mischia.
Un colpo di martello gli si abbatté sul braccio, e sentì l’osso scricchiolare. La sua mano sinistra divenne flaccida. Be’, pensò, dimentico del dolore, per fortuna non è il braccio con cui impugno la spada... La sua lama roteò, un nano scuro stramazzò al suolo decapitato. La lama di un’ascia sibilò, ma colui che la brandiva mancò il bersaglio. Il nano venne colpito alle spalle da una delle guardie della porta.
Malgrado fosse incapace di reggersi in piedi, Caramon combatteva ancora. Un calcio della sua gamba sana fece barcollare all’indietro due nani, mandandoli a schiantarsi contro i loro compagni.
Torcendosi su un lato, l’omone fracassò con l’elsa della sua spada il volto di un altro nano, facendosi schizzare il sangue fino ai gomiti. Poi, con un colpo di ritorno, affondò la lama nel ventre di un altro nano. La carica di Garic gli aveva risparmiato la vita per un istante... ma parve davvero l’ultimo.
«Caramon! Sopra di te!» urlò Garic, combattendo ferocemente.
Rotolandosi sulla schiena, Caramon sollevò lo sguardo e vide Argat che si ergeva sopra di lui con l’ascia alzata. Caramon sollevò la propria spada, ma in quel momento quattro nani scuri gli balzarono addosso, inchiodandolo sul pavimento.
Quasi piangendo per la rabbia, incurante delle armi che balenavano intorno a lui, Garic cercò disperatamente di salvare Caramon. Ma c’erano troppi nani fra lui e il suo generale. Già l’ascia del Dewar stava calando...
L’ascia calò... ma cadde da mani inerti. Garic vide gli occhi di Argat che si spalancavano per il profondo stupore. L’ascia del nano cadde sulle pietre rese viscide dal sangue con un sonoro sferragliare mentre lo stesso nano scuro crollava addosso a Caramon. Fissando il corpo di Argat, Garic vide un piccolo coltello che sporgeva dalla nuca del nano.
Sollevò lo sguardo per vedere chi fosse l’uccisore del nano, e restò a bocca aperta per lo stupore.
Fra tutte le cose possibili, in piedi sul corpo del traditore morto, c’era un kender.
Garic sbatté le palpebre, pensando che forse la paura e il dolore avevano giocato uno strano tiro alla sua mente, inducendolo a vedere fantasmi. Ma non ebbe il tempo di capire quello straordinario avvenimento. Il giovane cavaliere era finalmente riuscito ad arrivare al fianco del suo generale.
Poteva sentire, alle sue spalle, le guardie che urlavano e respingevano i Dewar i quali, visto cadere il loro capo, avevano smarrito tutt’a un tratto il loro entusiasmo per un combattimento che avrebbe dovuto essere un facile massacro.
I quattro nani che stavano impegnando Caramon si affrettarono a battere in ritirata incespicando mentre l’omone si contorceva per tirarsi fuori da sotto il corpo di Argat. Abbassando la mano, Garic tirò su con uno strattone il nano morto per il rovescio dell’armatura, e buttò di lato il corpo, poi aiutò Caramon ad alzarsi in piedi. L’omone barcollò, gemendo, quando il ginocchio storpiato cedette sotto il suo peso.
«Dateci una mano!» gridò Garic, senza che ce ne fosse bisogno, alle guardie che erano già al suo fianco. Mezzo trascinando mezzo trasportando Caramon, aiutarono l’omone zoppicante a rientrare nella stanza delle mappe.
Voltandosi per seguirli, Garic lanciò una rapida occhiata lungo il corridoio. I nani scuri li stavano fissando, chiaramente incerti. Garic intravide altri nani alle loro spalle, la sua mente registrò il fatto che si trattava di nani delle montagne.
E là, dando l’impressione di essere inchiodato nel punto in cui si trovava, c’era lo strano kender che era sbucato dal nulla, all’apparenza per salvare la vita a Caramon. Il volto del kender era cinereo e le sue labbra erano verdognole. Non sapendo che altro fare, Garic avvolse il braccio buono intorno alla vita del kender e, tirandolo su da terra, lo trasportò dentro la stanza delle mappe. Non appena anche loro furono dentro, chiusero la porta con un tonfo e la sbarrarono.
Il volto di Caramon era coperto di sangue e di sudore, ma guardò Garic sogghignando, poi assunse un’espressione severa.
«Dannato pazzo d’un cavaliere,» urlò. «Ti avevo dato un ordine preciso e tu l’hai disobbedito! Dovrei...»
Ma la sua voce s’interruppe quando il kender, dimenandosi nella stretta di Garic, sollevò la testa.
«Tas!» bisbigliò Caramon, stupefatto.
«Ciao, Caramon,» disse Tas con un filo di voce. «Sono... sono tremendamente contento di rivederti. Mi sono smarrito, per venirtelo a dire, ed è molto importante, e in effetti dovrei dirtelo adesso, ma... ma penso... sto... per svenire.»
«E così ecco tutto,» concluse Tas con voce sommessa, gli occhi offuscati dalle lacrime, mentre fissava il volto pallido e senza espressione di Caramon. «Mi ha mentito su come far funzionare il congegno magico. Quando ci ho provato, mi si è sfasciato fra le mani. Ma sono riuscito a vedere la montagna di fuoco che cadeva,» aggiunse, «e questo è valso tutto il fastidio. Forse sarebbe valsa anche la pena di morire, pur di vederla. Non ne sono sicuro, dal momento che non sono ancora morto, anche se per un po’ ho pensato di esserlo. Però, non ne varrebbe certo la pena se dovessi passare nell’Abisso la vita dopo la morte, non è un posto simpatico. Non riesco a immaginare perché lui voglia andarci.»