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Tas sospirò, poi riprese: «Ma, comunque, per questo potrei anche perdonarlo,» la voce del kender s’indurì e puntò in avanti la sua piccola mascella, in un gesto volitivo, «ma non per quello che ha fatto al povero Gnimsh e per quello che ha cercato di farti...»

Tasslehoff si morse la lingua. Non aveva avuto intenzione di dirlo.

Caramon lo fissò. «Vai avanti, Tas,» gli ingiunse. «Cos’è che ha cercato di farmi?»

«N... niente,» balbettò Tas, rivolgendo a Caramon un sorriso smorto. «Tu mi conosci, sai che faccio sempre un sacco di discorsi sconnessi.»

«Cos’è che ha cercato di farmi?» Caramon ebbe un amaro sorriso. «Non pensavo che rimanesse ancora qualcosa che potesse farmi.»

«Farti uccidere,» borbottò Tas.

«Ah, sì.» L’espressione di Caramon non cambiò. «Certo. Così era questo il significato del messaggio del nano.»

«Ti ha venduto ai... ai Dewar,» disse Tas, infelice. «Avrebbero portato la tua testa a re Duncan. Raistlin ha mandato via tutti i Cavalieri che si trovavano nella fortezza, dicendo loro che avevi ordinato che partissero per Thorbardin.» Tas indicò con una mano Garic e le due guardie. «Ha detto ai Dewar che avresti avuto con te soltanto le tue guardie del corpo.»

Caramon non disse niente. Non provava niente, né dolore, né rabbia, né sorpresa. Si sentiva vuoto.

Poi, una grande ondata di nostalgia per la sua casa, per Tika, per i suoi amici, per Tanis, Laurana, per Riverwind e Goldmoon, arrivò impetuosa, riempiendo quell’enorme vuoto.

Come se avesse letto i suoi pensieri, Tas appoggiò la piccola testa sulla spalla di Caramon.

«Possiamo tornare al nostro tempo, adesso?» chiese, sollevando su Caramon uno sguardo pieno di desiderio. «Sono terribilmente stanco. Senti, pensi che potrei rimanere con te e con Tika per un po’? Soltanto fino a quando mi sentirò meglio. Non vi darò nessun fastidio, lo prometto...»

Con gli occhi offuscati per le lacrime, Caramon cinse il kender con un braccio e lo tenne stretto a sé. «Fino a quando vorrai Tas.» gli disse. Sorridendo con tristezza, fissò le fiamme. «Completerò la casa. Non ci vorranno più di un paio di mesi. Poi andremo a trovare Tanis e Laurana. Avevo promesso che l’avremmo fatto, ma pareva proprio che non ci arrivassi mai. Tika ha sempre voluto vedere Palanthas, sai. E forse potremo andare tutti a visitare la tomba di Sturm. Non ho mai avuto la possibilità di dirgli addio.»

«E potremo andare a trovare Elistan e... oh!» Il volto di Tas divenne allarmato. «Crysania! Dama Crysania! Ho cercato di dirle di Raistlin, ma non mi crede! Non possiamo lasciarla!» Balzò in piedi, stringendosi le mani. «Non possiamo permettere che la porti in quell’orribile posto!»

Caramon scosse la testa. «Cercheremo di parlarle di nuovo, Tas. Non credo che ascolterà, ma per lo meno possiamo provare.» Si alzò in piedi ancora sofferente. «Adesso saranno già al Portale.

Raistlin non può aspettare ancora a lungo. La fortezza cadrà ben presto nelle mani dei nani delle montagne.

«Garic,» disse ancora Caramon, avvicinandosi zoppicando al punto in cui sedeva il cavaliere.

«Come va?»

Un altro cavaliere aveva appena finito di sistemare il braccio rotto di Garic. Gli avevano messo una rudimentale benda ad armacollo, legando il braccio sul lato in modo che rimanesse immobile. Il giovane sollevò lo sguardo su Caramon, serrando i denti per il dolore ma riuscendo tuttavia a sorridere.

«Starò bene, signore,» rispose in tono esausto. «Non preoccuparti.»

Sorridendo, Caramon trascinò una sedia vicino a lui e vi si sedette. «Te la senti di viaggiare?»

«Certo, signore.»

«Bene. In realtà immagino che tu non abbia molta scelta. Questo posto tra poco verrà invaso. Dovrai cercare di uscire adesso.» Caramon si sfregò il mento. «Reghar mi ha detto che c’erano delle gallerie che correvano sotto i Pianori, gallerie che conducevano da Pax Tharkas a Thorbardin. Il mio consiglio è di trovarle. Non dovrebbe essere troppo difficile. Quei tumuli là fuori conducono ad esse. Dovreste essere in grado di usare quelle gallerie quanto meno per allontanarvi da qui sani e salvi.»

Garic non rispose. Lanciando un’occhiata alle altre due guardie, replicò poi con calma: «Hai detto il “tuo consiglio”, signore. E tu? Non vieni con noi?»

Caramon si schiarì la gola e fece per rispondere, ma non riuscì a parlare. Abbassò lo sguardo sui propri piedi. Quello era il momento che aveva temuto e, adesso che era arrivato, il discorso che aveva preparato con tanta cura gli venne soffiato fuori dalla testa come avrebbe fatto il vento con una foglia.

«No, Garic,» alla fine parlò. «Non verrò.» Vedendo lampeggiare gli occhi del cavaliere e immaginando quello che stava pensando, l’omone sollevò la mano. «No, non sarò così sciocco da sacrificare la mia vita per qualche stupida e nobile causa, come ad esempio quella di salvare il mio ufficiale comandante!»

Garic arrossì imbarazzato mentre Caramon lo guardava sogghignando.

«No,» proseguì l’omone con voce ancora più cupa, «io non sono un cavaliere, grazie agli dei. Ho abbastanza buon senso per scappare quando so di essere stato battuto.» Si passò la mano fra i capelli. «Non posso spiegartelo così da farti capire. Neppure io sono sicuro di capirlo, per lo meno non del tutto. Ma... diciamo che il kender ed io abbiamo una via magica per tornare a casa.»

Garic fece passare una rapida occhiata dall’uno all’altro. «Non tuo fratello?» replicò, corrugando la fronte e oscurandosi in volto.

«No,» rispose Caramon, «non mio fratello. Qui, lui ed io ci separiamo. Lui ha la sua vita da vivere e, me ne sono finalmente accorto, io ho la mia.» Appoggiò la mano sulla spalla di Garic.

«Raggiungi Pax Tharkas. Tu e Michael fate quanto potete per aiutare quelli che riusciranno ad arrivare fin là sani e salvi a sopravvivere all’inverno.»

«Ma...»

«È un ordine, Sir Cavaliere,» l’interruppe Caramon, con asprezza.

«Sì, signore.» Garic distolse lo sguardo da Caramon, passandosi rapidamente la mano sugli occhi.

Caramon, un’espressione gentile sul volto, mise un braccio sulle spalle del giovane. «Che Paladine sia con te, Garic,» disse stringendolo a sé. Guardò gli altri, lì vicino. «Possa essere con tutti voi.»

Garic sollevò lo sguardo stupito su di lui, le lacrime gli luccicavano sulle guance. «Paladine?» chiese con voce amara. «Il dio che ci ha abbandonati?»

«Non perdere la tua fede, Garic,» lo ammonì Caramon, alzandosi in piedi con una smorfia di dolore. «Anche se non puoi credere nel dio riponi la fiducia nel tuo cuore. Ascolta la sua voce al di sopra del Codice della Misura. E un giorno capirai.»

«Sì, signore,» mormorò Garic. «E... possa qualsiasi divinità in cui credi essere con te, signore.»

«Credo che lo siano state,» disse Caramon, sorridendo mesto, «e lo sono state per tutta la mia vita. Soltanto, sono stato troppo testardo e non ho voluto ascoltare. Adesso sarà meglio che andiate.»

Ad uno ad uno salutò gli altri giovani cavalieri, fingendo d’ignorare i loro virili tentativi di nascondere le lacrime. Rimase profondamente commosso nel vedere il loro dolore al momento del commiato, un dolore che condivideva con loro ad un punto tale che avrebbe potuto accasciarsi e mettersi a piangere lui stesso come un bambino.

Con cautela, i Cavalieri aprirono la porta e sbirciarono fuori nel corridoio. Era vuoto, salvo per i cadaveri. I Dewar se n’erano andati e Caramon non aveva alcun dubbio che quella tregua sarebbe durata quel tanto che bastava per permetter loro di riorganizzarsi. Forse stavano aspettando l’arrivo di rinforzi. Poi avrebbero attaccato la stanza delle mappe e finito quei pochi umani.

Con la spada in pugno, Garic condusse i suoi Cavalieri fuori nel corridoio chiazzato di sangue, con l’intenzione di seguire le indicazioni piuttosto confuse di Tas sul modo in cui raggiungere i livelli più bassi della fortezza magica. (Tas si era anche offerto di disegnare per loro una mappa, ma Caramon aveva dichiarato che non ce n’era il tempo.)