«Cosa?» Caramon balzò su a sedere, portando istintivamente la mano all’elsa della spada, che non c’era più. Il suo sguardo si mise a fuoco su Crysania, la quale si rese conto, con sollievo venato di paura, che lui poteva vederla. Tuttavia, la fissò senza espressione, mostrando di non riconoscerla, poi si guardò rapidamente intorno per capire dove si trovava.
Allora Crysania vide riaffiorare i ricordi nell’oscurarsi dei suoi occhi, li vide riempirsi d’un intenso tormento. Vide la rimembranza nel serrarsi dei muscoli della sua mascella e nella fredda occhiata che le rivolse. Era sul punto di dire qualcosa, di scusarsi, di spiegare, di rimproverarlo, quando, tutt’a un tratto, gli occhi di Caramon si colmarono di tenerezza e il suo volto si ammorbidì per la preoccupazione.
«Dama Crysania,» disse Caramon, rizzandosi a sedere e trascinando via la tenda dal proprio corpo,
«tu stai gelando! Ecco, avvolgiti in questa.»
Prima che lei potesse dire una sola parola di protesta, egli l’avvolse confortevolmente nella tenda.
Crysania notò che, mentre lo faceva, lanciava un’occhiata al suo gemello. Ma il suo sguardo passò rapido sopra Raistlin, come se non esistesse.
Crysania l’afferrò per un braccio. «Caramon,» gli disse, «ci ha salvato la vita. Ha lanciato un incantesimo. Quelle creature, là nel buio, ci lasciano stare perché lui gliel’ha imposto!»
«Perché lo riconoscono come uno dei loro!» esclamò Caramon, aspro, abbassando lo sguardo e cercando di ritrarre il braccio dalla sua stretta. Ma Crysania lo trattenne, più con lo sguardo che con le sue mani gelate.
«Adesso puoi ucciderlo,» replicò, con rabbia. «Guarda, è indifeso, debole. Naturalmente, se lo farai, moriremo tutti. Ma eri preparato a farlo in ogni caso, non è vero?»
«Non posso ucciderlo,» dichiarò Caramon. I suoi occhi castani erano limpidi e freddi, e Crysania, ancora una volta, colse una sorprendente rassomiglianza fra i gemelli. «Guardiamo in faccia la realtà, Reverenda Figlia: se io ci provassi, tu non faresti altro che accecarmi un’altra volta.»
Caramon scostò la mano di Crysania dal proprio braccio.
«Almeno uno di noi deve poter vedere con chiarezza,» dichiarò.
Crysania si sentì arrossire per la vergogna e la rabbia, sentendo le parole di Loralon echeggiare nel sarcasmo del guerriero. Caramon le voltò le spalle e si affrettò ad alzarsi.
«Ora accenderò un fuoco,» disse con voce fredda e dura, «se quegli esseri...» agitò una mano, «se quegli amici di mio fratello là fuori me lo permetteranno.»
«Credo che non faranno difficoltà,» disse Crysania, parlando con uguale freddezza e alzandosi in piedi anche lei. «Non mi hanno ostacolato quando... quando ho strappato giù le tende.» Non potè impedire che un tremito le s’insinuasse nella voce al ricordo di quelle ombre di morte che avrebbero potuto intrappolarla.
Caramon le lanciò un’occhiata e, per la prima volta, Crysania si rese conto di quale doveva essere il proprio aspetto. Avvolta in una tenda di velluto nero putrescente, le sue vesti bianche strappate e macchiate di sangue, annerite dalla polvere e dalla cenere del pavimento. Involontariamente si portò la mano ai capelli, un tempo così lisci e accuratamente intrecciati e raccolti a crocchia. Adesso le penzolavano intorno al viso in tante ciocche scarmigliate. Poteva sentire le lacrime disseccate sulle guance, lo sporco, il sangue...
Impacciata, si pulì il volto con la mano e cercò di ravviarsi i capelli. Poi, rendendosi conto di quanto futile e perfino stupido dovesse apparire quel suo gesto, e incollerita ancora di più dall’espressione impietosita di Caramon, si raddrizzò con umiliata dignità.
«Così, non sono più la fanciulla di marmo che hai incontrato la prima volta,» disse con alterigia,
«proprio come tu non sei più l’ubriacone che ho conosciuto. Pare che entrambi abbiamo imparato una o due cose durante il nostro viaggio.»
«Io so di averle imparate,» dichiarò Caramon con voce grave.
«Davvero?» ribatté Crysania. «Me lo stavo appunto chiedendo! Hai appreso, come ho appreso io... che i maghi mi hanno mandata indietro nel tempo sapendo che non sarei tornata?»
Caramon la fissò. Crysania esibì un cupo sorriso.
«No,» proseguì. «Eri inconsapevole di questo piccolo particolare, o per lo meno è quello che ha detto tuo fratello. Il congegno del tempo poteva venir usato soltanto da una persona, quella a cui era stato affidato: tu! I maghi mi hanno mandato indietro nel tempo perché vi morissi, poiché avevano paura di me!»
Caramon corrugò la fronte. Aprì la bocca, la chiuse, poi scosse la testa. «Avresti potuto lasciare Istar con quell’elfo che era venuto a prenderti.»
«Tu ci saresti andato?» volle sapere Crysania. «Avresti rinunciato a vivere nel nostro tempo se ti fosse stato possibile evitarlo? No! Forse che io sono così diversa?»
Le rughe sulla fronte di Caramon si accentuarono, e stava per rispondere, ma in quel momento Raistlin tossì. Lanciando un’occhiata al mago, Crysania sospirò e disse: «Farai meglio ad accendere quel fuoco, altrimenti periremo tutti.» Voltando la schiena a Caramon, il quale era ancora intento a fissarla in silenzio, si avvicinò al fratello.
Guardando il fragile mago, Crysania si chiese se avesse sentito. Si chiese se fosse anche soltanto cosciente.
Era cosciente, ma anche se Raistlin era consapevole di ciò che gli altri due avevano detto, pareva troppo debole per mostrarsi interessato. Versando un po’ d’acqua in una scodella crepata, Crysania s’inginocchiò accanto a lui. Strappando un lembo dalla porzione più pulita delle sue vesti, ripulì il volto di Raistlin, e scoprì che ardeva per la febbre perfino in quella stanza gelida.
Sentì Caramon alle sue spalle intento a raccogliere dei pezzi di legno dei mobili fracassati, ammucchiandoli nel caminetto.
«Ho bisogno di qualcosa come esca,» borbottò fra sé l’omone. «Ah, questi libri...»
A queste parole gli occhi di Raistlin si spalancarono di colpo: mosse la testa e cercò debolmente di alzarsi.
«Non farlo, Caramon!» gridò Crysania, allarmata. Caramon si arrestò, con un libro in mano. «è pericoloso, fratello mio!» rantolò Raistlin con voce fioca. «Libri d’incantesimi! Non toccarli...»
La voce gli venne meno, ma lo sguardo dei suoi occhi febbricitanti era fisso su Caramon con un’espressione così evidente di preoccupazione che perfino Crysania parve sorpresa. Borbottando qualcosa d’inintelligibile, l’omone lasciò cadere il libro e cominciò a cercare intorno alla scrivania.
Crysania vide gli occhi di Raistlin chiudersi per il sollievo.
«Ecco. Sembrano delle... lettere,» disse Caramon dopo aver scorso per un momento le carte sul pavimento. «Andranno... andranno bene?» chiese, arcigno.
Raistlin annuì senza parlare e, nel giro di pochi istanti, Crysania sentì il crepitio del fuoco. Rivestita di lacca, la legna dei mobili fracassati prese rapidamente fuoco, e ben presto le fiamme arsero d’una luce viva e confortante. Fissando le ombre, Crysania vide quei pallidi volti che si ritraevano, ma non se ne andarono.
«Dobbiamo spostare Raistlin vicino al fuoco,» disse, alzandosi in piedi. «E ha detto qualcosa a proposito d’una pozione...»
«Sì,» rispose Caramon con voce piatta. Fermandosi accanto a Crysania, abbassò lo sguardo su suo fratello. Poi scrollò le spalle. «Lascia che ci arrivi con la sua magia, se è questo che vuole.»
Gli occhi di Crysania avvamparono di collera. Si girò verso Caramon con parole roventi sulle labbra ma, a un debole gesto di Raistlin, si morse il labbro inferiore e rimase zitta.
«Hai scelto un momento assai poco opportuno per maturare, fratello mio,» bisbigliò il mago.
«Forse,» disse Caramon lentamente, con la faccia colma d’ineffabile dolore. Scuotendo la testa, tornò indietro, accanto al fuoco. «Forse non ha più nessuna importanza.»
Crysania, osservando Raistlin che seguiva suo fratello con lo sguardo, fu sorpresa nel vederlo uscire in un rapido, segreto sorriso, annuendo soddisfatto. Poi, quando sollevò lo sguardo su di lei, il sorriso subito scomparve. Sollevando un braccio, le fece segno di avvicinarsi a lui.