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«Posso reggermi in piedi,» bisbigliò, «con il tuo aiuto.»

«Ecco, avrai bisogno del tuo bastone,» disse Crysania, tendendo la mano per prenderlo.

«Non toccarlo! » le intimò Raistlin, bloccandole la mano. «No,» ripetè con maggior gentilezza, tossendo fino a rischiare di soffocare. «Se altre mani... lo toccano... la luce viene meno...»

Rabbrividendo involontariamente, Crysania lanciò una rapida occhiata intorno alla stanza. Raistlin, facendo passare lo sguardo da Crysania alle forme tremolanti che si libravano appena all’esterno del bagliore del Bastone, scosse la testa.

«No, non credo che ci attaccherebbero,» disse con voce sommessa, mentre Crysania lo cingeva con le braccia e lo aiutava ad alzarsi. «Sanno chi sono.» A quelle parole le sue labbra si arricciarono in un sorriso di scherno, e quasi soffocò.

«Sanno chi sono,» ripetè con maggiore fermezza, «e non osano mettersi contro di me. Ma...» tossì di nuovo, e si appoggiò pesantemente a Crysania, con un braccio intorno alla sua spalla, e stringendo il Bastone con l’altra mano, «... saremo più al sicuro se la luce del Bastone continuerà ad ardere.»

Il mago barcollò mentre parlava e fu quasi sul punto di cadere a terra. Crysania si fermò un momento per permettergli di riprendere fiato. Anche il suo respiro era più veloce del normale, rivelando il groviglio confuso delle sue emozioni. Sentendo l’aspro martellare del respiro affaticato di Raistlin, si sentì consumare dalla pietà per la sua debolezza. Però, poteva sentire il calore bruciante del corpo premuto così vicino al suo. C’era l’odore intossicante dei componenti del suo incantesimo: petali di rosa, spezie, e le sue vesti nere erano morbide al tatto, più morbide della tenda alle sue spalle. Lo sguardo di Raistlin incontrò il suo mentre se ne stavano là, immobili; per un istante la superficie simile a uno specchio dei suoi occhi si spezzò, e lei vide calore e passione. Di riflesso, il braccio che la circondava si strinse di più, attirandola più vicina con un gesto che sembrava distratto.

Crysania arrossì, bramando insieme, disperatamente, di fuggire e di rimanere per sempre in quel caldo abbraccio. Abbassò velocemente lo sguardo, ma era troppo tardi. Sentì Raistlin irrigidirsi.

Con rabbia lui ritrasse il braccio. Spingendola da parte, ghermì il Bastone per sorreggersi.

Ma era ancora troppo debole. Barcollò e cominciò a cadere. Crysania si mosse per aiutarlo, ma d’un tratto un corpo gigantesco s’interpose fra lei e il mago. Forti braccia sollevarono Raistlin come se fosse soltanto un bambino. Caramon trasportò suo fratello fino a una poltrona sgangherata e annerita, pesantemente imbottita, che aveva trascinato accanto al fuoco. Per qualche istante Crysania non riuscì a muoversi da dove si trovava, appoggiata alla scrivania. Fu soltanto quando si rese conto di trovarsi sola, al buio, fuori dalla luce sia del fuoco che del Bastone, che si affrettò anche lei a raggiungere il fuoco.

«Siediti, Dama Crysania,» la sollecitò Caramon, tirando accanto al camino un’altra poltrona e battendola con le mani per ripulirla meglio che poteva dalla polvere e dalle ceneri.

«Grazie,» mormorò Crysania, tentando, per qualche ragione, di evitare lo sguardo dell’omone.

Lasciandosi sprofondare nella poltrona, si rannicchiò accanto al fuoco, fissando le fiamme fino a quando non le parve di aver recuperato parte della sua compostezza.

Quando fu in grado di guardarsi intorno, vide Raistlin abbandonato sulla sua poltrona, gli occhi chiusi, il respiro irregolare. Caramon stava scaldando dell’acqua in una pentola di ferro tutta ammaccata che, a vederla, doveva aver tirato fuori dalla cenere del caminetto. Era in piedi davanti ad essa, lo sguardo intento sull’acqua. La luce delle fiamme traeva riflessi dalla sua armatura dorata, riluceva sulla sua pelle liscia e abbronzata. I suoi muscoli s’increspavano mentre fletteva le grosse braccia per tenersi caldo.

È un uomo dalla corporatura davvero magnifica, pensò Crysania, poi rabbrividì. Ancora una volta lo vide entrare in quella stanza sotto il Tempio condannato, con la spada insanguinata in pugno, la morte negli occhi...

«L’acqua è pronta,» annunciò Caramon, e Crysania tornò alla Torre con un sussulto.

«Lasciami preparare quella pozione,» lei si affrettò a rispondere, grata di poter fare qualcosa.

Raistlin aprì gli occhi quando lei gli si avvicinò. Guardando dentro di essi, Crysania vide soltanto un riflesso di se stessa, pallida, smunta, scarmigliata. Senza parlare, lui le porse una piccola borsa di velluto. Mentre Crysania la prendeva, indicò con un gesto suo fratello, poi riaffondò nella poltrona, esausto.

Crysania prese la piccola borsa, si voltò e vide Caramon che la guardava, un’espressione di perplessità mista a tristezza dava al suo volto una gravità insolita. Ma tutto quello che disse, fu:

«Metti un po’ di queste foglie in quella tazza, poi riempila con l’acqua calda.»

«Cos’è?» domandò Crysania, incuriosita. Quando aprì la borsa il suo naso si arricciò allo strano, amaro odore delle erbe. Caramon versò l’acqua nella tazza che lei reggeva in mano.

«Non lo so,» disse Caramon, scrollando le spalle. «Era sempre Raist quello che raccoglieva le erbe e le mischiava. Par-sallian gli ha dato la ricetta dopo... dopo la Prova, quando stava così male. Certo,» le sorrise, «so che ha un odore orribile e deve avere un sapore ancora peggiore.» Lanciò un’occhiata quasi amorevole a suo fratello. «Ma l’aiuterà.» La sua voce divenne aspra, raschiarne.

D’un tratto voltò la testa dall’altra parte.

Crysania portò la pozione fumante a Raistlin, il quale strinse la tazza con mani tremanti portandola avidamente alle labbra. Sorseggiandola, dette in un sospiro di sollievo e, ancora una volta, riaffondò tra i cuscini della poltrona.

Un silenzio imbarazzante calò nella stanza. Caramon teneva di nuovo lo sguardo abbassato sul fuoco. Anche Raistlin fissava le fiamme e sorseggiava la sua pozione senza fare commenti.

Crysania tornò alla propria poltrona per far ciò, se ne rese conto, che anche gli altri due certamente stavano facendo: dipanando i propri pensieri, per cercare di tirar fuori un senso da quanto era accaduto.

Poche ore prima, lei si era trovata in una città condannata, una città destinata a morire a causa dell’ira degli dei. Era stata sull’orlo d’un completo collasso fisico e mentale. Adesso poteva ammetterlo, anche se allora non aveva potuto. Con quanta indulgenza aveva immaginato che la sua anima fosse cinta dalle mura di acciaio della sua fede. Adesso vedeva, con vergogna e rincrescimento, che non di acciaio si era trattato. Non acciaio, ma ghiaccio. Ghiaccio che si era fuso all’aspra luce della verità, lasciandola esposta e vulnerabile. Se non fosse stato per Raistlin, sarebbe perita laggiù, a Istar.

Raistlin... Si sentì arrossire. Questo era quel qualcosa con cui non aveva mai pensato di doversi battere: l’amore, la passione. Molti anni prima era stata fidanzata a un giovane che le piaceva molto.

Ma non lo amava. In realtà non aveva mai veramente creduto nell’amore, il genere di amore che esisteva nelle storie raccontate ai bambini. Essere avvinti in questo modo a un’altra persona le era sembrato un ostacolo, una debolezza da evitare. Ricordava qualcosa che Tanis Mezzelfo aveva detto a proposito di sua moglie, Laurana... cos’era mai? «Quando se ne sarà andata, sarà come se mi mancasse il mio braccio destro...»

Che romantiche stupidaggini! aveva pensato allora. Ma adesso chiese a se stessa... era questo che provava per Raistlin? I suoi pensieri andarono all’ultimo giorno che aveva trascorso a Istar, alla terribile tempesta, al balenare dei lampi... e a come si era trovata all’improvviso tra le sue braccia. Il suo cuore si contrasse al rapido tormento del desiderio mentre sentiva, ancora una volta, il suo forte abbraccio. Ma c’era anche una violenta paura, una strana ripugnanza. Ricordò con riluttanza il febbricitante luccichio dei suoi occhi, la sua esultanza in mezzo alla tempesta, come se fosse stato lui stesso ad evocarla.