Era come lo strano odore degli incantesimi che gli si era appiccicato addosso, il piacevole odore delle rose e delle spezie ma, mischiato ad esso, l’afrore nauseante delle creature putrefatte e l’acre odore dello zolfo. Mentre il suo corpo anelava il tocco di Raistlin, qualcosa nella sua anima si ritraeva in preda all’orrore...
Lo stomaco di Caramon rumoreggiò sonoramente. Fu quasi uno stupefacente fragore in quella stanza in cui gravava un mortale silenzio.
Sollevando lo sguardo, i suoi pensieri brutalmente interrotti, Crysania vide l’omone imporporarsi per l’imbarazzo. D’un tratto, all’improvviso conscia della propria fame (non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva mandato giù un boccone) Crysania scoppiò a ridere.
Caramon la fissò dubbioso, forse pensando che fosse in preda a un attacco isterico. All’espressione perplessa sulla faccia dell’omone, Crysania rise ancora di più. In effetti, ridere le faceva provare una buona sensazione. L’oscurità della stanza parve venir sospinta indietro, le ombre si sollevarono dalla sua anima. Rise con allegria e, alla fine, invischiato dalla natura contagiosa della sua gioia, anche Caramon cominciò a ridere, pure se continuava a scuotere la testa, tutto rosso in faccia.
«Così gli dei ci ricordano che siamo umani,» disse Crysania, quando riuscì di nuovo a parlare, asciugandosi le lacrime dagli occhi. «Ci troviamo qui, nel più orribile luogo immaginabile, circondati da creature che aspettano con ansia di divorarci in un sol boccone, e tutto quello che adesso mi riesce di pensare è quanto sono disperatamente affamata!»
«Abbiamo bisogno di cibo,» replicò Caramon con calma, ritornando serio tutto d’un tratto. «E di indumenti decenti, se vogliamo rimanere qui a lungo.» Guardò suo fratello. «Per quanto tempo resteremo qui?»
«Non per molto,» rispose Raistlin. Aveva terminato la pozione, e la sua voce era già più forte. Un po’ di colore era riaffiorato sul suo pallido viso. «Mi serve tempo per riposare, per recuperare le mie forze, e per completare i miei studi. Questa dama,» i suoi occhi luccicanti fissarono Crysania, e lei rabbrividì al tono improvvisamente impersonale della sua voce, «ha bisogno di entrare in comunione con il suo dio e di rinnovare la sua fede. Poi saremo pronti a varcare il Portale. E allora, fratello mio, potrai andare dove vorrai.»
Crysania sentì l’occhiata interrogativa di Caramon, ma tenne il proprio volto immobile e privo d’espressione, anche se il freddo, casuale accenno di Raistlin all’ingresso nel temuto Portale, entrando nell’Abisso e affrontando la Regina delle Tenebre, le aveva raggelato il cuore. Perciò si rifiutò d’incontrare lo sguardo di Caramon e continuò a fissare il fuoco.
L’omone sospirò, poi si schiarì la gola. «Mi manderai a casa?» chiese al suo gemello.
«Se è là che desideri andare.»
«Sì,» ribadì Caramon con voce profonda e severa. «Voglio tornare da Tika e... parlare con Tanis.»
La sua voce si spezzò. «Dovrò... dovrò spiegargli in qualche modo che Tas è morto... là a Istar...»
«In nome degli dei, Caramon,» sbottò Raistlin, facendo un gesto d’irritazione con la mano sottile,
«pensavo che avessimo visto un barlume di maturità occhieggiare in quel tuo corpaccione! Senza alcun dubbio quando tornerai troverai Tasslehoff seduto nella tua cucina intento a deliziare Tika, snocciolandole una sciocca storia dopo l’altra, dopo averti svuotato la casa, nel frattempo!»
«Cosa?» Caramon impallidì, sgranando gli occhi.
«Ascolta, fratello mio!» sibilò Raistlin, puntando un dito contro Caramon. «Il kender si è condannato da se stesso quando ha scombussolato l’incantesimo di Par-sallian. C’è una buona ragione per impedire a quelli della sua razza, e alla razza dei nani e degli gnomi, di viaggiare indietro nel tempo. Dal momento che sono stati creati a causa di un incidente, per un ghiribizzo del destino e la disattenzione del dio Reorx, queste razze non si sono trovate all’interno del fiume del tempo come invece gli umani, gli elfi e gli orchi, le razze che per prime sono state create dagli dei.
«Così, il kender avrebbe potuto alterare il tempo, come ha subito intuito quando mi sono lasciato inavvertitamente sfuggire questo fatto. Non potevo permettere che ciò accadesse! Se avesse fermato il Cataclisma, com’era sua intenzione, chissà cosa avrebbe potuto succedere! Forse saremmo ritornati nel nostro tempo per scoprire che la Regina delle Tenebre regnava suprema e incontrastata, dal momento che il Cataclisma è stato mandato, in parte, per preparare il mondo alla sua venuta e dargli la forza di sconfiggerla...»
«Così, lo hai assassinato!» lo interruppe Caramon con voce roca.
«Gli ho detto come doveva fare per impadronirsi del congegno.» Raistlin quasi masticò le parole.
«Gli ho insegnato come usarlo, e l’ho rimandato a casa!»
Caramon sbatté le palpebre. «L’hai fatto davvero?» chiese sospettoso.
Raistlin sospirò e tornò ad appoggiare la testa sui cuscini della poltrona. «L’ho fatto, ma non mi aspetto che tu mi creda, fratello mio.» Le sue mani acconciarono fiaccamente le vesti nere che indossava. «Perché dovresti farlo, dopotutto?»
«Sai,» intervenne Crysania con voce sommessa, «mi pare di ricordare, durante quegli ultimi, terribili momenti prima che il terremoto colpisse Istar, di aver visto Tasslehoff. Era... con me... nella Camera Sacra...»
Vide gli occhi di Raistlin socchiudersi in una fessura. Il suo sguardo luccicante penetrò il suo cuore e la fece trasalire, distraendo per un attimo i suoi pensieri.
«Continua,» la sollecitò Caramon.
«Ri... ricordo che aveva con sé il congegno magico. Per lo meno, mi è parso che l’avesse. Ha detto qualcosa in proposito.» Crysania si portò la mano alla fronte. «Ma non riesco a pensare a cosa fosse. È... è tutto così tremendo e confuso! Ma... sono sicura di averlo sentito dire che aveva il congegno!»
Raistlin ebbe un lieve sorriso. «Sicuramente crederai a Dama Crysania, fratello mio!» Scrollò le spalle. «Un chierico di Paladine non può mentire.»
«Così, Tasslehoff si trova a casa? In questo preciso momento?» domandò Caramon, cercando di assimilare quella stupefacente informazione. «E quando tornerò, lo troverò...»
«... sano e salvo, e stracarico della maggior parte dei tuoi averi,» terminò Raistlin con sarcasmo. «Ma adesso dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a faccende più urgenti. Hai ragione, fratello mio, abbiamo bisogno di cibo e d’indumenti caldi, ed è improbabile che troveremo qui l’uno e gli altri. L’epoca nella quale ci siamo spostati si trova circa un centinaio di anni dopo il Cataclisma. Questa Torre,» agitò la mano intorno a sé, «è rimasta deserta durante tutti questi anni. Adesso è custodita dalle creature della tenebra evocate dalla maledizione del fruitore di magia il cui corpo è ancora Impalato sulle punte della ringhiera sotto di noi. Intorno ad essa è cresciuto Il bosco di Shoikan, e non c’è nessuno in tutto Krynn che osi entrarvi.
«Nessuno, salvo me, naturalmente. No, nessuno può entrare. Ma i guardiani non impediranno che uno di noi, tu, fratello mio, per esempio, esca. Andrai a Palanthas e comprerai cibo e indumenti. Potrei produrli io, con la magia, ma non oso sprecare inutilmente energia da adesso fino al momento in cui io, vale a dire Crysania ed io, varcheremo il Portale.»
Caramon spalancò gli occhi. Il suo sguardo andò alle finestre annerite dalla fuliggine, i suoi pensieri alle orripilanti storie che si raccontavano sul bosco di Shoikan che si stendeva più oltre. «ti darò un amuleto che ti proteggerà,» fratello mio,» aggiunse Raistlin, esasperato, vedendo l’espressione spaventata sul volto di Caramon. «In realtà, un amuleto sarà necessario, ma non per aiutarti ad attraversare il Bosco. Qui dentro è molto più pericoloso. I guardiani mi obbediscono ma hanno sete del tuo sangue. Non metter piede fuori di questa stanza senza di me. Ricordalo. E anche tu, Dama Crysania.»