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«Be’, c’è la faccenda di quel collare di ferro intorno al tuo collo. Vuoi camminare per le strade mostrando ancora quel marchio di schiavitù? E qui c’è l’amuleto.» Raistlin parlò con infinita pazienza, ma vedendo che Caramon esitava ancora, aggiunse: «Ti consiglierei di non lasciare questa stanza senza di esso. Comunque, la decisione è tua...»

Lanciando un’occhiata alle pallide facce che li stavano ancora osservando attentamente dalle ombre, Caramon si fermò davanti a suo fratello, con le braccia incrociate sul petto. «E adesso, cosa?» ringhiò.

«Inginocchiati davanti a me.»

Gli occhi di Caramon lampeggiarono di collera. Un’amara imprecazione gli ardeva sulle labbra ma, lanciando un’occhiata furtiva in direzione di Crysania, deglutì e si rimangiò le parole.

Il volto pallido di Raistlin appariva rattristato. Sospirò. «Sono esausto, Caramon. Non ho la forza di alzarmi. Per favore...»

Serrando le mascelle, Caramon si abbassò lentamente, piegando il ginocchio sul pavimento, così da trovarsi alla stessa altezza del suo fragile gemello abbigliato di nero.

Raistlin bisbigliò una parola. Il collare di ferro di spezzò in due e cadde giù dal collo di Caramon, rimbalzando con uno sferragliare metallico sul pavimento.

«Vieni più vicino,» disse Raistlin.

Deglutendo, sfregandosi il collo, Caramon fece come gli veniva detto, anche se fissò suo fratello con amarezza. «Faccio questo per Crysania,» disse con voce tesa. «Se si trattasse soltanto di te e di me, ti lascerei marcire in questo posto immondo!»

Tendendo le mani, Raistlin le appoggiò su entrambi i lati della testa dei suo gemello con un gesto che apparve tenero, quasi carezzevole. «Lo faresti, fratello mio?» chiese Raistlin a Caramon con voce così sommessa da essere poco più di un sussurro. «Mi lasceresti? Là, ad Istar, mi avresti davvero ucciso?»

Caramon si limitò a fissarlo, incapace di rispondere. Poi, Raistlin si chinò in avanti e baciò suo fratello sulla fronte. Caramon sussultò, come se fosse stato toccato da un ferro rovente.

Raistlin lasciò la stretta.

Caramon lo fissò angosciato. «Non lo so!» mormorò con voce rotta. «Che gli dei mi aiutino, non lo so!»

Con un singhiozzo straziante, si coprì la faccia con le mani. La sua testa affondò sulle ginocchia del fratello.

Raistlin accarezzò i suoi riccioluti capelli castani. «Suvvia, Caramon,» gli disse con voce gentile.

«Ti ho dato l’amuleto. Ora le creature della tenebra non possono farti del male, no, fintanto che io sono qui.».

Capitolo quinto.

Caramon si fermò sulla soglia dello studio scrutando il corridoio più oltre, un’oscurità che era viva di bisbigli e occhi. Accanto a lui c’era Raistlin, con una mano sul braccio del gemello e il Bastone di Magius nell’altra.

“Tutto andrà bene, fratello mio,” disse Raistlin con voce sommessa. “Fidati di me.”

Caramon sbirciò fugacemente il fratello con la coda dell’occhio. Cogliendo la sua espressione, Raistlin ebbe un sorriso sardonico.

“Ti farò accompagnare da uno di questi,” continuò il mago, facendo un gesto con la mano sottile.

“Preferirei di no!” borbottò Caramon, accigliandosi quando il paio di occhi incorporei che gli erano più vicini si avvicinò ancora di più.

“Assistilo,” ordinò Raistlin a quegli occhi. “È sotto la mia protezione. Mi vedi? Sai chi sono?”

Gli occhi abbassarono il loro sguardo, reverenti, poi si fissarono freddi e spettrali su Caramon. Il grosso guerriero rabbrividì e lanciò un’ultima occhiata a Raistlin, soltanto per vedere il volto di suo fratello farsi cupo e severo.

“I guardiani ti condurranno sano e salvo attraverso il Bosco.

“Però, potresti avere altre cose da temere, una volta che l’avrai lasciato, fratello mio. Questa città non è il posto bello e sereno che diventerà fra duecento anni. Adesso è affollata di profughi che vivono nelle fogne, per le strade, dovunque sia possibile. Ogni mattino i carri passano rumoreggiando sull’acciottolato per rimuovere i corpi di coloro che sono morti durante la notte. Là fuori ci sono ancora uomini pronti ad assassinarti per rubarti gli stivali. Compera una spada per prima cosa e tienila apertamente in pugno.”

“Mi preoccuperò io della città,” sbottò Caramon. Si girò di scatto e si allontanò lungo il corridoio, cercando senza molto successo d’ignorare i pallidi occhi ardenti che fluttuavano accanto alla sua spalla.

Raistlin osservò la scena fino a quando suo fratello e il guardiano non ebbero superato il bagliore della luce magica del Bastone, venendo inghiottiti dalla malsana oscurità. Aspettando fino a quando perfino l’eco dei passi di suo fratello si fu dissolto, Raistlin si voltò e rientrò nello studio.

Dama Crysania sedeva sulla sua poltrona cercando, senza troppo successo, di pettinarsi con le dita i capelli aggrovigliati. Arrivando accanto a lei senza farsi vedere, dopo aver attraversato il pavimento con passo felpato, Raistlin affondò la mano in una delle tasche delle sue vesti nere e ne estrasse una manciata di sottile sabbia bianca. Avvicinandosi alle sue spalle, il mago sollevò la mano e lasciò che la sabbia colasse giù sui capelli scuri della donna.

“Ast tasark simiralan krynawi,” bisbigliò Raistlin, e quasi subito la lesta di Crysania le ricadde sul petto, gli occhi le si chiusero, e la donna entrò in un sonno profondo e magico. Spostandosi così da trovarsi davanti a lei, Raistlin la fissò per lunghi momenti.

Nonostante si fosse lavata via dal viso le chiazze di sangue e di lacrime, i segni del viaggio attraverso la tenebra erano ancora visibili nelle ombre azzurre sotto le sue lunghe ciglia e nel pallore della sua carnagione; un taglio spiccava sopra il suo labbro. Allungando una mano, Raistlin le lisciò i capelli che le ricaddero in ciocche scure intorno agli occhi.

Crysania aveva buttato da parte la tenda di velluto nero che aveva usato come coperta, quando la stanza aveva cominciato a scaldarsi grazie al fuoco. Le sue bianche vesti, lacerate e macchiate di sangue, le si erano sciolte intorno al collo. Raistlin poteva vedere la morbida curva del suo seno sotto il tessuto bianco, che si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro profondo e costante.

“Se io fossi come gli altri uomini, sarebbe mia,” disse Raistlin con voce sommessa.

La sua mano si attardò intorno al volto di lei, arricciandosi intorno alle dita i suoi capelli scuri e crespi.

“Ma io non sono come gli altri uomini,” proseguì il giovane mago. Lasciò ricadere i suoi capelli, prese la tenda e gliel’avvolse di nuovo intorno alle spalle e al corpo addormentato. Crysania sorrise, forse stava facendo un sogno dolcissimo, e si rannicchiò ancora di più nella poltrona, appoggiando la mano sul bracciolo e facendovi riposare sopra la testa.

Raistlin passò la mano sulla pelle liscia del viso di Crysania, richiamando alla memoria vivi ricordi.

Cominciò a tremare. Non doveva fare altro che invertire l’incantesimo del sonno, prenderla fra le braccia, stringerla come l’aveva stretta quando aveva lanciato il magico incantesimo che li aveva portati in questo luogo. Avrebbero avuto un’ora da soli prima che Caramon tornasse...

“Io non sono come gli altri uomini!” ringhiò Raistlin.

Di scatto, si scostò, e il suo sguardo arcigno incontrò gli occhi fissi e attenti dei guardiani.

“Proteggetela mentre io non ci sono,” disse ai molti spettri semivisibili che si libravano nell’aria, annidandosi fra le ombre cupe negli angoli dello studio. “Voi due,” ordinò a quelli che si erano trovati con lui quando si era svegliato, “accompagnatemi.”

“Sì, Maestro,” mormorarono i due. Quando la luce del Bastone cadde su di loro, divennero visibili i deboli contorni di vesti nere.

Uscendo fuori in corridoio, Raistlin chiuse con molta attenzione la porta dello studio alle proprie spalle. Strinse il Bastone, pronunciò con voce sommessa una singola parola di comando, e venne trasportato all’istante nel laboratorio in cima alla Torre della Grande Stregoneria.