Ma non successe ancora niente. Tas scoprì che il suo interesse nell’essere morto cominciava a scemare. Si accorse di trovarsi disteso sulla schiena su qualcosa di estremamente duro e scomodo, e freddo, che aveva tutte le apparenze della pietra.
«Forse sono stato disteso su una lastra di marmo, come Huma,» disse, cercando di riattivare un po’ del suo entusiasmo. «Oppure nella cripta di un eroe, come quella dove abbiamo seppellito Sturm.»
Quel pensiero lo dilettò per un po’, poi: «Ahi!». Si premette la mano sul fianco, avvertendo un dolore lancinante alle costole e, allo stesso tempo, notò un altro dolore alla testa. Si rese anche conto che tremava dal freddo, che una roccia aguzza lo pungeva sulla schiena, e che aveva il collo irrigidito.
«Oh, di certo non mi aspettavo questo,» sbottò irritato. «Voglio dire, stando a tutti i resoconti, quando si è morti non si dovrebbe sentire niente!» ripetè piccato quando il dolore non scomparve.
«Dannazione!» borbottò ancora. «Forse c’è stata un po’ di confusione. Forse sono morto ma il mio corpo non ne è stato ancora informato. Certamente non sono diventato tutto rigido, e sono sicuro che dovrebbe accadere proprio questo. Così, non mi resta che aspettare.»
Dimenandosi per mettersi più comodo (togliendo, per prima cosa, la scheggia di roccia da sotto la schiena), Tas incrociò le mani sul petto e fissò l’oscurità immobile e impenetrabile sopra di lui.
Dopo essere rimasto così per qualche minuto, aggrottò la fronte.
«Se questo vuol dire essere morti, allora di sicuro non è come dovrebbe essere,» dichiarò con severità. «Adesso non soltanto sono morto, sono anche annoiato. Insomma,» aggiunse, dopo aver fissato l’oscurità per qualche altro momento ancora, «immagino di non poter fare molto per la mia morte, ma posso far qualcosa per la mia noia. È ovvio che c’è stata un po’ di confusione. Dovrò parlare con qualcuno di questa storia.»
Rizzandosi a sedere, fece per ruotare le gambe e saltare giù dalla lastra di marmo, ma scoprì che, a quanto pareva, lui giaceva su un pavimento di pietra. «Che sgarbati!» commentò indignato. “Perché non buttarmi addirittura in una concimaia?”
Si alzò in piedi, incespicando, fece un passo e andò a sbattere contro qualcosa di duro e massiccio.
«Una roccia,» disse rabbuiandosi e passando le mani sopra di essa. «Umpf! Flint muore e a lui danno un albero! Io muoio e mi piglio una roccia. È ovvio che qualcuno ha fatto qualcosa di sbagliato.»
«Ehi!» si mise poi a gridare, muovendosi a tentoni nel buio. «C’è qualcuno, qui?... Be’, e cosa ne so? Ho ancora le mie borse! Hanno lasciato che mi portassi dietro tutto, perfino il congegno magico. Per lo meno, è stato riguardoso da parte loro. Però,» Tas strinse le labbra con fare risoluto, «qualcuno farà meglio a escogitare qualcosa per questo dolore. Non sono affatto disposto a rassegnarmici.»
Indagando con le mani, dal momento che non riusciva a vedere niente, Tas passò incuriosito le dita sulla grande roccia. Pareva coperta da immagini scolpite, rune, forse? E ciò gli parve familiare.
Anche la forma di quella grande roccia era strana.
«Non è una roccia, dopotutto! A quanto pare è una tavola,» commentò perplesso. «Una tavola di roccia scolpita con rune...» Poi il ricordo gli tornò. «Lo so!» gridò trionfante. «È quella grande scrivania di pietra nel laboratorio dove sono andato a cercare Raistlin, Caramon e Crysania, per scoprire che se n’erano andati tutti e mi avevano lasciato solo. Mi trovavo là quando la montagna di fuoco mi è caduta addosso! In effetti, è il posto dove sono morto!»
Si tastò il collo. Sì, il collare di ferro era ancora là, il collare che gli avevano messo addosso quando era stato venduto come schiavo. Continuando a muoversi a tentoni nel buio, Tas inciampò su qualcosa.
Abbassando la mano, si ferì con qualcosa di tagliente.
«La spada di Caramon!» disse, tastando l’elsa. «Ricordo di averla trovata sul pavimento. E questo vuol dire,» aggiunse Tas con crescente indignazione, «che non mi hanno neppure seppellito. Hanno lasciato il mio corpo dov’era! Mi trovo nell’interrato di un Tempio in rovina.» Cogitabondo, si succhiò il dito sanguinante. Un pensiero improvviso gli balenò nella mente. «Ed immagino che abbiano intenzione di farmi andare a piedi in qualunque posto mi è destinato nell’Aldilà! Non forniscono neanche un mezzo di trasporto... questa è davvero la goccia che fa traboccare il vaso!»
Alzò la voce fino a mettersi ad urlare. «Ascoltate,» strillò, scuotendo il piccolo pugno. «Voglio parlare con chiunque comandi qui dentro!”»Ma non ci fu nessuna risposta.
«Niente luce,» brontolò Tas, inciampando e cadendo su qualcos’altro. «Intrappolato in fondo a un Tempio in rovina, morto! Probabilmente sul fondo del Mare di Sangue di Istar... Ehi,» disse, fermandosi a pensare, «forse incontrerò qualche elfo del mare, come quelli di cui mi ha parlato Tanis. Ma no, l’avevo dimenticato,» sospirò. «Sono morto, e non è possibile, almeno da quello che mi è dato di capire, incontrare gente dopo che si è morti. A meno di essere dei nonmorti come Lord Soth.» Il kender si rallegrò parecchio. «Chissà come si fa a ottenere un lavoro come quello? Lo chiederò. Essere un cavaliere della morte è certo qualcosa di molto eccitante. Ma per prima cosa devo scoprire dove mi trovo e perché sono qui.»
Risollevandosi di nuovo, Tas riuscì ad arrivare a quella che ritenne fosse la parte anteriore della stanza sotto il Tempio. Stava pensando al Mare di Sangue di Istar, chiedendosi come mai non ci fosse acqua dappertutto, quando gli venne in mente qualcos’altro.
«Oh, cielo!” borbottò. “Il Tempio non è finito dentro il Mare di Sangue, è finito a Neraka! Infatti, io mi trovavo nel Tempio quando ho sconfitto la Regina delle Tenebre.»
Tas arrivò a una porta, potè sentirla toccando il telaio, e sbirciò fuori nella tenebra che era fittissima.
«Neraka, uh,» fece, chiedendosi se fosse meglio o peggio che trovarsi sul fondo di un oceano.
Fece un passo avanti con cautela e sentì qualcosa sotto il piede. Abbassando il braccio, la sua piccola mano si chiuse su una... «una torcia! Dev’essere quella che si trovava dopo la porta. Ora, qui da qualche parte ho la scatoletta con l’acciarino, l’esca e la pietra focaia...» Frugando in diverse borse, alla fine riuscì a trovarli.
«Strano,» commentò lanciando un’occhiata nel corridoio, mentre la torcia avvampava. «Pare sia rimasto proprio come quando l’ho lasciato, tutto sbriciolato e in rovina dopo il terremoto. Ci sarebbe stato da pensare che la Regina avrebbe rimesso un po’ d’ordine a quest’ora. Non ricordo di aver visto un simile disordine quand’ero a Neraka. Chissà dove sarà la via d’uscita.»
Si voltò a guardare in direzione delle scale che aveva disceso per cercare Crysania e Raistlin. Gli vennero in mente i vividi ricordi delle pareti che si crepavano e delle colonne che crollavano.
«Non va affatto bene, questo è sicuro,» borbottò scuotendo la testa. «Accidenti, come fa male.» Si portò la mano alla fronte. «Mi sembra di ricordare che quella era la sola via d’uscita.»
Sospirò, sentendosi per un attimo un po’ abbattuto. Ma ben presto riaffiorò la sua allegria di kender.
«Comunque, ci sono un sacco di crepe nelle pareti... Forse si è aperta qualche altra uscita.»
Camminando lentamente, memore del dolore che provava alla testa e alle costole, Tas uscì nel corridoio. Controllò con molta attenzione ogni singola parete senza vedere niente di promettente, fino a quando non raggiunse l’estremità del corridoio. Qui scoprì una larghissima fessura nel marmo che, a differenza delle altre, formava un’apertura più profonda di quanto la luce della torcia di Tas poteva illuminare.
Soltanto un kender avrebbe potuto infilarsi in quella spaccatura... ma lo stesso Tas ci passava a stento: fu costretto a ridisporre tutte le sue borse e a infilarvisi di lato.
«Tutto quello che posso dire è che... essere morto è di sicuro una grande seccatura!» borbottò spremendo il proprio corpo attraverso la crepa e facendosi un buco nei calzari azzurri.