Le cose, in seguito, non migliorarono. Una delle sue borse s’impigliò su uno spuntone di roccia, e dovette fermarsi a strattonarla fino a quando non riuscì a liberarla. Poi la fessura si restrinse al punto che cominciò seriamente a temere che non ce l’avrebbe fatta. Togliendosi di dosso tutte le borse, le tenne sopra la testa insieme alla torcia e, dopo aver trattenuto il fiato ed essersi strappato la camicia, si dimenò energicamente un’ultima volta e riuscì a passare oltre. A questo punto, però, era accaldato, sudato, dolorante e di cattivo umore.
«Mi sono sempre chiesto perché mai la gente fosse tanto contraria a morire,» dichiarò, «ed adesso lo so.»
Soffermandosi per riprendere fiato e risistemare le proprie borse, il kender fu immensamente rallegrato nel veder trapelare una luce dall’estremità opposta della spaccatura. Facendo balenare tutt’intorno la fiamma della torcia, scoprì che la fessura si andava allargando, così, un attimo dopo, proseguì e raggiunse ben presto la fine dello squarcio e l’origine della luce.
Raggiunta l’apertura, Tas sbirciò fuori, tirò un profondo respiro e disse: «Ora, questo è più di quanto avessi in mente!»
Il paesaggio, certamente, non assomigliava a niente che avesse mai visto prima in vita sua. Era piatto e spoglio e si stendeva all’infinito sotto uno sterminato cielo vuoto, che risplendeva di uno strano chiarore, come se il sole fosse appena tramontato oppure un fuoco bruciasse in lontananza.
Ma tutto il cielo aveva quello strano colore, perfino sopra la sua testa. Eppure, malgrado tutta quella luce, le cose intorno a lui erano molto buie. Il paesaggio pareva essere stato ritagliato nella carta nera e incollato su quel cielo dall’aspetto arcano. E il cielo stesso era vuoto: niente sole, né lune, né stelle. Niente.
Tas, cauto, fece un passo, e poi un altro. Il terreno non dava la sensazione di essere diverso da qualunque altro terreno, anche se, mentre lo attraversava, notò che assumeva lo stesso colore del cielo. Sollevando lo sguardo in distanza, però, vide che tornava ad essere nero. Dopo qualche altro passo, si fermò per guardare dietro di sé le rovine del grande Tempio.
«Per la barba del grande Reorx!» rantolò Tas, lasciandosi quasi sfuggire la torcia.
Non c’era niente alle sue spalle! Dovunque fosse il luogo da cui era arrivato, adesso era scomparso!
Il kender si girò, descrivendo un cerchio completo. Niente davanti a lui, niente dietro di lui, niente in nessuna direzione, dovunque volgesse lo sguardo.
Tasslehoff Burrfoot si sentì cadere il cuore dritto in fondo alle sue calzette verdi, dove rimase, rifiutandosi di venir confortato. Senza alcun dubbio quello era il luogo più noioso che avesse visto durante la sua intera esistenza!
«Questo non può essere l’Aldilà,» disse il kender con aria infelice. «Non può essere giusto! Deve esserci un errore... Ehi, un momento! Qui dovrei incontrare Flint! L’ha detto Fizban, e Fizban potrà essere stato confuso su altre cose, ma non mi pareva confuso su questo!
«Vediamo, com’è andata? C’era un grande albero, un bellissimo albero, e sotto di esso sedeva un vecchio nano brontolone, intento a intagliare il legno e... Ehi, là c’è l’albero! Ma da dove è saltato fuori?»
Il kender ammiccò più volte, stupefatto. Proprio davanti a lui, dove un momento prima non c’era stato assolutamente nulla, adesso vedeva un grande albero.
«Non è esattamente la mia idea di un bell’albero,» borbottò Tas, incamminandosi verso di esso, osservando, mentre lo faceva, che il terreno aveva sviluppato la curiosa caratteristica di cercare di scivolargli via da sotto i piedi. “Ma d’altronde, Fizban aveva dei gusti strani e, a pensarci bene, anche Flint.”
Si avvicinò di più all’albero, che era nero, come ogni altra cosa, contorto e curvato in avanti come una strega che un giorno gli era capitato di vedere. Non aveva foglie. «Quell’affare è morto da almeno cento anni!» Tas tirò su col naso. «Se Flint pensa che io abbia intenzione di passare il mio Aldilà seduto insieme a lui sotto un albero morto, allora sarà bene che ci ripensi. Io... Ehi, Flint!» gridò il kender quando arrivò all’albero e si guardò intorno. «Flint? Dove sei? Io... Oh, eccoti qua,» disse vedendo una bassa figura barbuta seduta a terra sull’altro lato dell’albero. «Fizban mi ha detto che ti avrei trovato qui. Scommetto che sei sorpreso di vedermi. Io...»
Il kender, aggirato l’albero, si arrestò di botto. “Ehi,” gridò con rabbia. «Non sei Flint! Chi... Arack!»
Tas arretrò barcollando quando il nano che era stato il Maestro dei Giochi a Istar girò improvvisamente la testa e lo fissò con un ghigno così malvagio sulla sua faccia contorta che il kender sentì il sangue raggelargli nelle vene, una sensazione davvero insolita che non ricordava di aver mai provato prima. Ma prima che avesse il tempo di godersela, il nano balzò in piedi e con un ringhio feroce gli si lanciò addosso.
Con un grido di sorpresa, Tas roteò la torcia per tenere indietro Arack, mentre armeggiava con l’altra mano per afferrare il piccolo pugnale che portava alla cintura. Ma proprio nell’istante in cui lo sfoderava, Arack scomparve. Ancora una volta Tas si trovò giusto al centro del nulla sotto quel cielo dal colore del fuoco.
«Va bene, adesso,» disse Tas e un leggero tremito si insinuò nella sua voce, anche se fece del suo meglio per nasconderlo, «non lo trovo affatto divertente. E deprimente e orribile, e anche se Fizban non ha esattamente promesso che l’Aldilà sarebbe stato una continua festa, sono certo che non aveva niente del genere in mente!» Il kender si girò lentamente, tenendo il pugnale sguainato e la torcia davanti a sé.
«So di non essere mai stato molto religioso,» aggiunse Tas tirando su col naso e fissando quel desolato paesaggio mentre cercava di non scivolare lungo disteso su quel terreno arcano, «ma pensavo di aver condotto una vita piuttosto buona. E ho sconfitto la Regina delle Tenebre. Naturalmente ho avuto un po’ d’aiuto,» aggiunse, pensando che questo poteva essere un buon momento per dar prova di onestà, «e sono un amico personale di Paladine, e...»
«In nome di Sua Maestà Tenebrosa,» disse una voce sommessa dietro di lui, «cosa stai facendo qui?»
Sbigottito, Tasslehoff balzò in aria ad un’altezza di tre piedi, un segno sicuro che il kender si era preso un bello spavento, e si girò di scatto. Là, dove un momento prima non c’era stato nessuno, si ergeva una figura che gli ricordava moltissimo il chierico di Paladine, Elistan, soltanto che questa figura indossava vesti da chierico nere invece che bianche, e dal suo collo, invece del medaglione di Paladine, pendeva il medaglione del Drago a Cinque Teste.
«Uh, perdonami, signore,» balbettò Tas, «ma non sono affatto sicuro di quello che sto facendo qui. Non sono affatto sicuro di dove si trovi il qui, ad essere del tutto sincero e, oh, a proposito, mi chiamo Tasslehoff Burrfoot.» Gli porse cortesemente la piccola mano. «E tu?»
Ma la figura, ignorando la mano del kender, buttò indietro il cappuccio nero e si avvicinò di un altro passo. Tas rimase considerevolmente sorpreso nel vedere dei lunghi capelli color grigio ferro scivolar fuori da sotto il cappuccio, capelli così lunghi, in effetti, che avrebbero senz’altro toccato il suolo se non avessero galleggiato intorno alla figura in una maniera oltremodo bizzarra, come lo fece la lunga barba grigia che d’un tratto parve spuntar fuori da quel volto simile a quello d’un teschio.
«È... è davvero straordinario,» balbettò Tas, rimanendo a bocca aperta. «Come ci sei riuscito? E, immagino che tu non me lo possa dire, ma dove hai detto che mi trovo? Ve... vedi...» La figura si avvicinò di un altro passo e, anche se non aveva paura di lui, o di esso, o di qualunque altra cosa fosse, il kender scoprì di non volere, per qualche buon motivo, che esso, o lui, si avvicinasse di più.
«So... sono morto,» proseguì Tas, cercando di arretrare ma per scoprire, per qualche inspiegabile ragione, che qualcosa lo bloccava. «E, a proposito,» l’indignazione ebbe la meglio sulla paura, «sei tu l’incaricato di questo posto? Perché mi pare proprio che questa faccenda della morte non venga affatto trattata a dovere! Mi sento male!» esclamò Tas, fissando furiosamente la figura con espressione accusatoria. «Ho la testa e le costole che mi fanno male. E poi ho dovuto farmi a piedi tutta questa strada dopo che sono uscito fuori dal sotterraneo del Tempio...»