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Pensando che forse era stato commesso un errore e che il chierico l’avesse portato nel luogo sbagliato, Tasslehoff, stringendo nervosamente le borse nelle mani, girò con cautela intorno allo scranno per vedere la faccia della figura. O forse fu lo scranno a girarsi per vedere la sua faccia. Il kender non ne fu sicuro.

Comunque, quando lo scranno si mosse, la faccia della figura comparve alla sua vista.

Tasslehoff seppe allora che non era stato commesso nessun errore.

Non era un Drago a Cinque Teste quello che vide. Non era un gigantesco guerriero con un’armatura nera e ardente. Non era neppure la Tentatrice Tenebrosa, che tanto aveva infestato i sogni di Raistlin. Era una donna vestita tutta di nero, con un cappuccio aderente calato sopra i capelli, che incorniciava la faccia in un ovale nero. La pelle era bianca, liscia e senza tempo, i suoi occhi grandi e scuri. Le sue braccia, racchiuse in un nero tessuto attillato, erano appoggiate sui braccioli dello scranno, le sue mani bianche s’incurvavano sulle estremità dei braccioli.

L’espressione della sua faccia non faceva inorridire, non terrorizzava, non spaventava, non ispirava nessun timore reverenziale; in realtà non era neppure un’espressione. Eppure, Tas era consapevole che lei lo stava passando al vaglio con cura estrema, scavando nella sua anima, studiando parti di lui della cui esistenza lui stesso non aveva il minimo sospetto.

«So... sono Tasslehoff Burrfoot. Ma... Maestà,» balbettò il kender, porgendole istintivamente la piccola mano. Si rese conto troppo tardi di quel gesto offensivo e fece per ritirare la mano e inchinarsi, ma poi sentì il tocco di cinque dita sul suo palmo. Fu un tocco brevissimo, ma fu come se avesse afferrato una manciata di ortiche. Cinque pungenti rami di dolore gli trafissero il braccio, penetrandogli fino al cuore e facendolo rantolare.

Ma svanirono con la stessa rapidità con cui l’avevano toccato. Si ritrovò molto vicino all’adorabile donna pallida, e talmente pacata era l’espressione dei suoi occhi che Tas avrebbe potuto benissimo dubitare che fosse lei la causa di quel dolore, soltanto che, nell’abbassare lo sguardo sul palmo della sua mano, vi vide un segno simile a una stella a cinque punte.

Raccontami la tua storia.

Tas trasalì. Le labbra della donna non si erano mosse, ma l’aveva udita parlare. Inoltre si rese conto, in preda a un’improvvisa paura, che probabilmente lei conosceva la sua storia molto più di lui stesso.

Sudando, stringendo nervosamente le borse, quel giorno Tasslehoff Burrfoot «fece» storia, almeno per quanto riguarda il modo che hanno i kender di narrare le storie. Raccontò l’intero suo viaggio fino a Istar in meno di dieci secondi. Ed ogni singola parola era vera.

«Par-sallian mi ha mandato accidentalmente indietro nel tempo con il mio amico Caramon. Dovevamo uccidere Fistandantilus che era Raistlin e così non l’abbiamo fatto. Io stavo per fermare il Cataclisma con il congegno magico, ma Raistlin me l’ha fatto rompere. Ho seguito il chierico chiamato Dama Crysania giù fino al laboratorio sotto il Tempio di Istar per cercare Raistlin e fargli riparare il congegno. Il tetto è crollato e mi ha fatto perdere i sensi. Quando mi sono svegliato se n’erano tutti andati e il Cataclisma si era abbattuto e adesso sono morto e sono stato mandato nell’Abisso.»

Tasslehoff tirò un profondo, tremulo sospiro, e si asciugò il viso con l’estremità del suo lungo ciuffo di capelli. Poi, rendendosi conto che il suo ultimo commento era stato assai poco complimentoso, si affrettò ad aggiungere: «Non che io voglia lamentarmi, Vostra Maestà. Sono sicuro che chiunque l’abbia fatto deve aver avuto una buonissima ragione. Dopotutto, io ho rotto un Globo dei draghi, e mi pare di ricordare che qualcuno una volta ha detto che avevo preso qualcosa che non mi apparteneva, e... e non ho avuto per Flint tutto il rispetto che avrei dovuto, immagino, e una volta, per scherzo, ho nascosto i vestiti di Caramon mentre faceva il bagno e così ha dovuto camminare per Solace tutto nudo. Ma,» Tasslehoff non potè fare a meno di tirar su col naso, «ho sempre aiutato Fizban a cercare il suo cappello!»

Non sei morto, disse la voce, né sei stato mandato qui. In effetti, non dovresti affatto trovarti qui.

A questa sorprendente rivelazione, Tasslehoff guardò direttamente la Regina negli occhi scuri e nebulosi. «No?» squittì, sentendo la sua voce farsi tutta strana. «Non sono morto?»

Involontariamente si portò la mano alla testa, che gli faceva ancora male. «Così, questo spiega tutto! Avevo pensato che qualcuno avesse fatto confusione...»

Ai kender non è permesso trovarsi qui, continuò la voce.

«Non mi sorprende affatto,» continuò Tas con tristezza, sentendosi assai più se stesso, dal momento che non era morto. «Ci sono un mucchio di posti su Krynn vietati ai kender.»

La voce poteva benissimo non averlo udito. Quando sei entrato nel laboratorio di Fistandantilus, sei stato protetto dall’incantesimo che aveva lanciato su quel luogo. Il resto di Istar è sprofondato nelle viscere del sottosuolo quando si è abbattuto il Cataclisma. Ma io sono riuscita a salvare il Tempio del Gran Sacerdote. Quando sarò pronta, tornerà nel mondo, come farò anch’io, io stessa.

«Ma non vincerai,» disse Tas senza riflettere. «Io... io lo s... so» tartagliò, mentre quello sguardo scuro lo trafiggeva. «Io c’è... c’ero.»

No, non c’eri, poiché non è ancora successo. Vedi, kender, sconvolgendo l’incantesimo di Par-Sallian, hai fatto sì che sia possibile alterare il tempo. Fistandantilus, o Raistlin, come tu lo conosci, te l’ha detto. E per questo che ti ha mandato a morire, o così pensava. Non voleva che il tempo venisse alterato. Il Cataclisma era necessario per lui così da poter portare quel chierico di Paladine avanti nel tempo quando disporrà dell’unico, vero chierico esistente in tutto il paese.

Tasslehoff credette di vedere per la prima volta un guizzo di tenebroso divertimento negli occhi in ombra della donna, e rabbrividì senza capire il perché.

Ben presto ti rincrescerai di quella decisione, Fistandantilus, mio ambizioso amico. Ma è troppo tardi. Povero, piccolo mortale, hai commesso un errore, un errore costoso. Sei prigioniero nel cappio del tuo stesso tempo. Stai correndo avanti verso la tua fine.

«Non capisco,» gridò Tas.

Sì che capisci, replicò la voce, con calma. La tua venuta mi ha fatto vedere il futuro. Tu mi hai dato la possibilità di cambiarlo. E, distruggendo te, Fistandantilus ha distrutto la sua sola possibilità di liberarsi. Il suo corpo perirà di nuovo, come perì tanto tempo fa. Soltanto che questa volta, quando la sua anima cercherà un nuovo corpo che lo ospiti, io lo fermerò. Così il giovane mago, in futuro, affronterà la Prova nella Torre della Grande Stregoneria, e là morirà. Non vivrà per ostacolare i miei piani. Ad uno ad uno anche gli altri moriranno, poiché senza l’aiuto di Raistlin, Goldmoon non troverà il bastone di cristallo azzurro. Così... l’inizio della fine per il mondo.

«No!» gemette Tas, affranto dall’orrore. «Non... non può essere! Non... non intendevo far questo. Vo... volevo soltanto accompagnare Caramon in questa avventura. Non... non avrebbe potuto farcela da solo. Aveva bisogno di me!»

Il kender si guardò intorno freneticamente, cercando una via di scampo. Ma anche se pareva che fosse possibile scappare in qualunque direzione, non c’era nessun posto dove nascondersi.

Inginocchiandosi davanti alla donna vestita di nero, Tas sollevò lo sguardo su di lei. «Cos’ho fatto? Cos’ho fatto?» gridò freneticamente.

Hai fatto qualcosa per cui perfino Paladine potrebbe essere tentato di voltarti le spalle, kender.

«Cosa mi farai?» singhiozzò Tas, disperato. «Dove andrò?» Sollevò il volto striato di lacrime.

«Immagino che tu non pos... possa rimandarmi da Caramon? O nel mio tempo?»

«Il tuo tempo non esiste più. In quanto a mandarti da Caramon, questo è impossibile, come certamente capisci. No, rimarrai qui, con me, in modo che io possa esser certa che niente vada storto.