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«Qui?» rantolò Tas. «Per quanto tempo?»

La donna cominciò a svanire davanti ai suoi occhi, luccicando per poi scomparire completamente nel nulla davanti a lui. Non a lungo, immagino, kender. Niente affatto a lungo. O forse per sempre...

«Cosa vuoi dire? Cosa significa?» Tas si voltò e si trovò davanti il chierico dal volto grigio, il quale era apparso riempiendo il vuoto lasciato da Sua Maestà Tenebrosa. «Non a lungo o per sempre?»

«Anche se non sei morto, stai già adesso morendo. La tua forza vitale ti sta lasciando, come deve accadere a qualsiasi essere vivente che si avventuri per errore qua sotto e che non abbia il potere di combattere il male che lo divora da dentro. Quando sarai morto, gli dei decideranno il tuo destino.»

«Capisco,» disse Tas, ricacciando indietro il nodo in gola. Chinò la testa. «Me lo merito, suppongo. Oh, Tanis, mi dispiace! Davvero non avevo intenzione di farlo...»

Il chierico lo afferrò dolorosamente per il braccio. Il paesaggio circostante cambiò. Il terreno cominciò a scorrere sotto i suoi piedi. Ma Tasslehoff non se ne accorse proprio. Con gli occhi pieni di lacrime, si lasciò andare alla più cupa disperazione e sperò che la morte arrivasse in fretta.

Capitolo ottavo

«Eccoti arrivato,» disse il chierico scuro. Dove?» chiese Tas svogliatamente, più per forza d’abitudine che per interesse.

Il chierico ristette, poi scrollò le spalle. «Suppongo che se ci fosse una prigione nell’Abisso, sarebbe questa.»

Tas si guardò intorno. Come al solito, non c’era niente, semplicemente una distesa vasta e spoglia di vuoto arcano. Non c’erano pareti, né celle, né finestre sbarrate, né porte, né serrature, né carceriere.

E seppe, con profonda certezza, che questa volta non c’era via di scampo.

«Devo forse starmene qui in piedi fino a quando cadrò?» chiese Tas con una vocina sottile. «Voglio dire, non potrei almeno avere un letto e uno sgabello, eh?»

Mentre ancora parlava, un letto si materializzò davanti ai suoi occhi, così come uno sgabello di legno a tre gambe. Ma perfino quegli oggetti familiari gli apparvero così orripilanti, là nel mezzo del nulla, che Tas non riuscì a sopportare di guardarli a lungo.

«Gra... grazie,» balbettò, andando verso lo sgabello e sedendovici sopra con un sospiro. «E il cibo e l’acqua?»

Aspettò un momento, per vedere se anche questi sarebbero comparsi, ma non successe. Il chierico scosse la testa, i suoi capelli grigi formarono una nube vorticante intorno a lui.

«No, le necessità del tuo corpo mortale verranno soddisfatte mentre ti trovi qui. Non sentirai nessuna fame, né sete. Ho perfino guarito le tue ferite.»

D’un tratto Tas si accorse che le costole avevano cessato di fargli male e che il dolore alla testa era scomparso. Il collare di ferro era svanito dal suo collo.

«Non c’è bisogno dei tuoi ringraziamenti,» continuò il chierico, vedendo che Tas stava per aprire la bocca. «Lo facciamo per evitare che tu c’interrompa durante il nostro lavoro. E così, addio...»

Il chierico scuro sollevò la mano, ovviamente preparandosi a partire.

«Aspetta! » gridò Tas, balzando su dal suo sgabello e agguantando quelle vesti scure e fluttuanti.

«Non ti vedrò più? Non lasciarmi solo!» Ma sarebbe stato lo stesso se avesse tentato di afferrare il fumo. Le vesti fluttuanti gli scivolarono fra le mani, e il chierico scuro scomparve.

«Quando sarai morto, restituiremo il tuo corpo alle terre sovrastanti e ci occuperemo della tua anima spedendola velocemente a destinazione... oppure facendola rimanere qui, a seconda di come sarai stato giudicato. Fino ad allora non avremo più nessun bisogno di metterci in contatto con te.»

«Sono solo!» disse Tas, guardando disperato la desolazione tutt’intorno. «Davvero solo... solo fino al momento della morte... e non ci vorrà molto,» aggiunse, triste. Tornò indietro e si sedette di nuovo sullo sgabello. «Tanto vale che muoia il più presto possibile e la faccia finita. Per lo meno avrò la possibilità di andare in qualche posto diverso... spero.» Sollevò lo sguardo su quell’immensità vuota.

«Fizban,» disse ancora Tas con voce sommessa, «probabilmente non mi potrai sentire da qua sotto. E comunque suppongo che non ci sia niente che tu possa fare per me, ma volevo dirti, prima di morire, che non avevo l’intenzione di causare tutti questi guai, scombussolando l’incantesimo di Par-sallian e tornando indietro nel tempo quando non avrei dovuto farlo... e tutto il resto.»

Tirando un sospiro, Tas congiunse le piccole mani, con il labbro inferiore che gli tremava. «Forse non conta molto... e suppongo che, se devo essere onesto, una parte di me se ne sia andata con Caramon soltanto perché...» inghiottì le lacrime che cominciavano a sgocciolargli dal naso, «... solo perché pareva tanto divertente! Ma, davvero, una parte di me è andata con lui perché non doveva, non poteva andare indietro nel tempo da solo! Era stordito a causa dello spirito dei nani, capisci. E io avevo promesso a Tika che mi sarei occupato di lui. Oh, Fizban! Se soltanto ci fosse un modo per uscire da questo pasticcio, farei del mio meglio per raddrizzare le cose. Davvero...»

«Altolà.»

«Cosa?» Tas quasi cadde dallo sgabello. Girandosi di scatto quasi convinto che avrebbe visto Fizban, invece si trovò davanti una bassa figura... ancora più bassa di lui... con brache marrone, una tunica grigia, e un grembiule di cuoio marrone.

«Ho­detto­alto­là,» ripetè la voce in tono piuttosto irritato.

«Oh, a... allò,» balbettò Tas, fissando la figura. Non assomigliava di certo a un chierico scuro, per lo meno Tas non aveva mai sentito dire che qualcuno di loro s’impaludasse con grembiuli di cuoio marrone. Ma, suppose, potevano sempre esserci eccezioni, specialmente considerando il fatto che i grembiuli di cuoio marrone sono indumenti così utili... Tuttavia, questa persona assomigliava talmente a qualcuno che lui conosceva, se soltanto fosse riuscito a ricordare...

«Cielo!» esclamò Tas all’improvviso, facendo schioccare le dita. «Sei uno gnomo! Scusami se ti faccio una domanda così personale,» il kender arrossì per l’imbarazzo, «ma tu sei... uh... morto?»

«Tusì?» chiese lo gnomo, squadrando il kender con sospetto.

«No,» replicò Tas, piuttosto indignato.

«Be’, non­lo­so­non­eppure­io!» sbottò lo gnomo.

«Uh, non potresti parlare un po’ più lentamente?» gli suggerì Tas. «So che la tua gente parla velocemente, ma facciamo fatica a capirvi, qualche volta...»

«Ho detto che non lo sono neppure io!» urlò lo gnomo a voce alta.

«Grazie,» disse Tas con cortesia. «E non sono duro d’orecchi. Puoi parlare con un tono di voce normale, ehm... puoi parlare lentamente e con un normale tono di voce,» si affrettò ad aggiungere, vedendo che lo gnomo stava tirando un profondo respiro.

«Come... ti... chiami?» chiese lo gnomo, parlando con la sveltezza di una lumaca.

«Tasslehoff... Burrfoot.» Il kender gli porse la piccola mano, che lo gnomo afferrò e strinse con vigore. «E tu? Voglio dire, come ti chiami? Oh, non intendevo dire...»

«La forma abbreviata!» gridò Tas, quando lo gnomo si fermò a tirare il fiato.

«Oh.» Lo gnomo parve afflitto. «Gnimsh.»

«Grazie. Lieto di conoscerti... uh... Gnimsh,» disse Tas, sospirando di sollievo. Si era completamente dimenticato che il nome di uno gnomo forniva all’incauto ascoltatore un completo resoconto della sua famiglia, a partire dal primo antenato conosciuto (o immaginato).

«Lieto di conoscerti, Burrfoot,» disse lo gnomo, e si strinsero di nuovo la mano.

«Vuoi sederti?» chiese Tas, prendendo posto sul letto e indicandogli cortesemente lo sgabello. Ma Gnimsh rivolse allo sgabello un’occhiata bruciante e si sistemò su una sedia che si era materializzata all’istante alle sue spalle. Tas cacciò un rantolo a quella vista. Era davvero una sedia straordinaria, aveva un poggiapiedi che andava su e giù e dei dondoli in basso che la facevano ondeggiare avanti e indietro, al punto, se l’occupante lo desiderava, di farlo stare sdraiato in posizione orizzontale come in un letto.