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Giaceva sul terreno bagnato, le mani legate davanti a sé, la bocca imbavagliata. Avvertiva un dolore pulsante alla testa e la voce di Caramon all’orecchio.

Tutt’intorno, poteva udire voci e risate, e l’odore dei fuochi accesi per cucinare. Ma nessuna delle voci pareva molto vicina, salvo quella di suo fratello. E poi ogni cosa gli ritornò alla memoria.

Ricordò l’attacco, ricordò un uomo dalla gamba d’acciaio... Con cautela, Raistlin aprì gli occhi.

Caramon giaceva accanto a lui nel fango, disteso sullo stomaco, le braccia saldamente legate con corde d’arco. C’era un familiare luccichio negli occhi castani del suo gemello, un luccichio che fece riaffiorare un’ondata di ricordi dei vecchi tempi, tempi molto remoti, quando avevano combattuto insieme, combinando l’acciaio con la magia.

E, malgrado il dolore e l’oscurità che li circondava, Raistlin provò una sensazione esilarante che non aveva avvertito da moltissimo tempo.

Rinsaldato dal pericolo, adesso il legame tra i due era forte, permettendo loro di comunicare sia con le parole che con il pensiero. Vedendo che suo fratello era del tutto consapevole della loro situazione, Caramon si divincolò, avvicinandosi quanto più potè e la sua voce era quasi un sussurro.

«Puoi liberarti le mani in qualche modo? Hai ancora con te il pugnale d’argento?»

Raistlin annuì con un rapido gesto del capo. Sin dall’inizio del tempo gli dei avevano proibito ai fruitori di magia di portare su di sé un qualunque tipo di arma o d’indossare una qualunque armatura. In apparenza il motivo era che dovevano dedicare tutto il loro tempo allo studio, e non a conseguire abilità nell’arte delle armi. Ma dopo che i fruitori di magia avevano aiutato Huma a sconfiggere la Regina delle Tenebre creando i magici Globi dei draghi, gli dei avevano accordato loro il diritto di portare pugnali sulla propria persona, in memoria della lancia di Huma.

Legato al suo polso da un astuto marchingegno costituito da una cinghia di cuoio che avrebbe permesso all’arma di scivolargli nella mano quando ce ne fosse stato bisogno, il pugnale d’argento era l’ultima risorsa che Raistlin aveva per difendersi, da usarsi soltanto quando tutti i suoi incantesimi fossero stati lanciati... oppure in un momento come quello.

«Sei abbastanza forte per usare la tua magia?» gli bisbigliò Caramon.

Per un attimo Raistlin chiuse stancamente gli occhi. Sì, era abbastanza forte. Ma ciò significava un ulteriore indebolimento... e che ci sarebbe voluto dell’altro tempo per affrontare i Guardiani del Portale. Però, se non fosse vissuto fino ad allora...

Naturalmente, doveva vivere! pensò con amarezza. Fistandantilus era vissuto! Non faceva altro che seguire le orme dei suoi passi sulla sabbia.

Rabbiosamente, Raistlin bandì quel pensiero. Aprendo gli occhi, annuì. Sono abbastanza forte, disse mentalmente a suo fratello, e Caramon dette in un sospiro di sollievo.

«Raist,» bisbigliò l’omone, il volto improvvisamente grave e serio, «puoi... puoi indovinare... quello che hanno in mente per Crysania.»

Raistlin ebbe un’improvvisa visione delle rozze mani di quel corpulento umano orchesco su Crysania, e avvertì una sensazione stupefacente: si sentì afferrare da una rabbia e da un furore quali aveva provato di rado. Il suo cuore si contrasse dolorosamente e per un istante si trovò accecato da una nebbia velata di sangue.

Vedendo Caramon che lo fissava con stupore, Raistlin si rese conto che le sue emozioni dovevano risultare fin troppo visibili sulla sua faccia. Si accigliò, e Caramon si affrettò a continuare: «Ho un’idea.»

Raistlin annuì irritato, già conscio di ciò che suo fratello aveva in mente.

Caramon bisbigliò: «Se dovessi fallire...»

... allora la ucciderò io con le mie mani, terminò Raistlin. Ma, naturalmente, non ce ne sarebbe stato bisogno. Lui era al sicuro, protetto...

Poi, sentendo degli uomini che si avvicinavano, il mago chiuse gli occhi, contento di poter fingere di essere di nuovo privo di sensi. Ciò gli dava il tempo di districare il groviglio delle sue emozioni, costringendolo a riprendere il controllo. Il pugnale d’argento era freddo contro il suo braccio. Flette i muscoli che avrebbero liberato la cinghia. E durante tutto quel tempo rifletté sulla strana reazione che aveva avuto per una donna di cui non gl’importava niente... salvo l’utilità che aveva per lui come chierico, ovviamente.

Due uomini sollevarono Caramon in piedi con uno strattone e lo spinsero avanti. Caramon ringraziò il cielo che, a parte una rapida occhiata per accertarsi che il mago fosse ancora privo di sensi, nessuno dei due uomini prestasse la minima attenzione al suo gemello. Incespicando sul terreno accidentato, stringendo i denti per resistere al dolore dei muscoli delle gambe irrigiditi e congelati, Caramon si ritrovò a pensare a quella strana espressione sul volto di suo fratello quando lui aveva fatto il nome di Dama Crysania. Caramon l’avrebbe definita l’espressione indignata di un amante, se l’avesse vista sulla faccia di qualunque altro uomo. Ma suo fratello Raistlin era capace di una simile emozione? Ad Istar Caramon aveva deciso che Raistlin non lo era, e che era stato completamente divorato dal male.

Ma adesso il suo gemello pareva diverso, assai più simile al vecchio Raistlin, il fratello al cui fianco aveva combattuto tante volte in passato, la vita dell’uno affidata all’altro. Ciò che Raistlin aveva detto a Caramon su Tas era sensato. Così, dopotutto, non aveva ucciso il kender. E malgrado talvolta si fosse mostrato irritabile, Raistlin era sempre stato immancabilmente gentile con Crysania.

Forse...

Una delle guardie gli tirò un colpo doloroso nelle costole, ricordando a Caramon quanto fosse disperata la loro situazione. Forse! sbuffò. Forse sarebbe finito tutto qui, adesso. Forse l’unica cosa che avrebbe potuto comperare con la sua vita sarebbe stata una morte rapida per gli altri due.

Mentre attraversavano l’accampamento, ripensando a tutto ciò che aveva visto e udito, Caramon rielaborò mentalmente il suo piano.

Il campo dei banditi era più simile a una piccola città che a un nascondiglio di ladri. Vivevano in rozze capanne di tronchi d’albero, tenendo i loro animali al riparo in una grande caverna. Era ovvio che si trovavano là da un po’ di tempo, e a quanto pareva non temevano la legge ma si affidavano alla forza e alla capacità di condottiero del mezz’orco, Piedacciaio.

Ma Caramon, avendo avuto più d’uno scontro con dei banditi ai suoi tempi, vide che molti di quegli uomini non erano rozzi furfanti. Aveva osservato che parecchi di loro avevano lanciato delle occhiate a Crysania, con ovvio disgusto per ciò che sarebbe seguito. Nonostante indossassero poco più di qualche straccio, molti di loro avevano armi raffinate, spade d’acciaio trasmesse da padre in figlio, e le maneggiavano con la cura dovuta a un cimelio di famiglia, non a qualcosa che era frutto d’un saccheggio. E, malgrado non potesse esserne certo alla scarsa luce di quella giornata tempestosa, a Caramon parve di aver notato su molte delle spade la rosa del Martin Pescatore, l’antico simbolo dei Cavalieri di Solamnia. Gli uomini erano sbarbati, senza i lunghi baffi che contraddistinguevano quei cavalieri, ma Caramon poteva intuire nei loro volti giovani e severi l’impronta del suo amico, Sturm Brightblade. E nel ricordare Sturm, Caramon ricordò anche quello che sapeva della storia della cavalleria dopo il Cataclisma.

Accusati dalla maggior parte dei vicini di aver causato quell’orrenda calamità, i cavalieri erano stati cacciati dalle loro case dalla folla inferocita. Molti erano stati assassinati, le loro famiglie uccise davanti ai loro occhi. I sopravvissuti si erano dati alla clandestinità, vagando in solitudine per il paese, oppure unendosi a bande di fuorilegge, come quella.

Lanciando un’occhiata in giro per il campo, agli uomini intenti a pulire le loro armi e a parlare a bassa voce, Caramon vide i segni delle azioni malvagie sui volti di molti, ma vide anche espressioni di rassegnazione e di disperazione. Anche lui aveva conosciuto tempi duri. Sapeva ciò che un uomo poteva essere indotto a fare.