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Ma nessuno l’attaccò.

Confuso da questo fatto, Caramon sollevò lo sguardo su una figura vestita di nero che si era inginocchiata accanto a lui. Sentì l’esile braccio di suo fratello che lo cingeva protettivo, e vide dardi guizzanti di luce scaturire minacciosi dalle dita del mago. Chiudendo gli occhi, Caramon appoggiò la testa contro il fragile petto di suo fratello e tirò un profondo, tremulo respiro.

Poi sentì un paio di fresche mani toccargli la pelle e udì una morbida voce che mormorava una preghiera a Paladine. Caramon spalancò gli occhi di colpo. Spinse via Crysania che lo guardò stupita, ma era troppo tardi. La sua influenza guaritrice si diffuse in tutto il suo corpo. Udì gli uomini intorno a lui rantolare quando le ferite sanguinanti scomparvero, i lividi svanirono, e il colore riaffluì sul suo volto diventato d’un pallore mortale. Neppure i fuochi d’artificio dell’arcimago avevano creato quell’esplosione di grida d’allarme e di sconcerto causate dalla guarigione.

«Stregoneria! L’ha guarito! Bruciate la strega!»

«Bruciateli tutti e due, la strega e lo stregone!»

«Hanno asservito il guerriero. Li uccideremo e libereremo la sua anima!»

Lanciando un’occhiata a suo fratello, Caramon vide, dalla cupa espressione sul volto di Raistlin, che anche il mago stava rivivendo vecchi ricordi ed era consapevole del pericolo.

«Aspettate!» rantolò Caramon, alzandosi in piedi mentre la folla d’uomini mormoranti si faceva sempre più vicina. Sapeva che soltanto la paura della magia di Raistlin impediva a quegli uomini di scagliarsi su di loro e, udendo gli improvvisi e sussultanti colpi di tosse del fratello, Caramon temette che la forza di Raistlin potesse ben presto venir meno.

Afferrando Crysania che era in preda alla confusione, Caramon la spinse dietro di sé per proteggerla, mentre affrontava la folla di uomini spaventati e rabbiosi.

«Toccate questa donna, e morirete come è morto il vostro capo!» urlò, con voce alta e chiara sopra la pioggia sferzante.

«Perché dovremmo lasciar vivere una strega?» ringhiò uno di loro, e vi furono mormorii di consenso.

«Perché è la mia strega!» esclamò Caramon con severità, lanciando un’occhiata di sfida intorno a sé.

Sentì Crysania, alle sue spalle, che dava in un violento respiro, ma Raistlin le lanciò un’occhiata ammonitrice e, se era stata sul punto di parlare, la donna ebbe ora il buon senso di stare zitta. «Non mi tiene in schiavitù ma obbedisce ai miei ordini e a quelli dello stregone. Non vi farà alcun male, lo giuro.»

Fra gli uomini si levarono dei mormorii, ma i loro occhi, quando tornarono ad appuntarsi su Caramon, non erano più minacciosi. Anche prima c’era stata ammirazione, ma adesso potè vedere anche un riluttante rispetto e una disponibilità ad ascoltare.

«Mettiamoci in viaggio,» cominciò Raistlin con voce sommessa, «e poi...»

«Aspetta!» esclamò Caramon con voce raschiante. Stringendo il braccio di suo fratello, l’attirò accanto a sé e gli bisbigliò. «Mi è venuta un’idea. Bada a Crysania!»

Annuendo, Raistlin si spostò accanto a Crysania, la quale adesso se ne stava in silenzio con gli occhi sul gruppo silenzioso dei banditi. Caramon si avvicinò al corpo del mezz’orco che giaceva nel fango che si andava arrossando. Si chinò, liberò la grande spada dalla stretta di Piedacciaio, e la sollevò in alto sopra la testa. Il grosso guerriero era uno spettacolo magnifico, la luce del fuoco si rifletteva sulla sua pelle bronzea, i muscoli delle braccia gli s’increspavano mentre si ergeva in trionfo sopra il corpo del nemico che aveva abbattuto.

«Ho ucciso il vostro capo. Adesso rivendico il diritto di prendere il suo posto!» urlò Caramon, e la sua voce echeggiò fra gli alberi. «Vi chiedo soltanto una cosa, che lasciate questa vita di massacri, stupri e rapine. Andremo a sud...»

Questo causò una reazione inaspettata. «A sud! Vanno a sud!» gridarono parecchie voci e vi fu qualche applauso sparso. Caramon li fissò, colto di sorpresa, non riuscendo a capire. Raistlin si fece avanti e gli strinse il braccio.

«Cosa stai combinando?» volle sapere il mago, pallido in volto.

Caramon scrollò le spalle, girandosi intorno perplesso nel contemplare l’entusiasmo che aveva creato. «Mi era parsa una buona idea avere una scorta armata, Raistlin,» disse. «Le terre più a sud sono, stando a tutti i resoconti che abbiamo sentito, più selvagge di quelle che abbiamo attraversato finora. Pensavo che avremmo potuto portare con noi alcuni di questi uomini, è tutto. Non capisco...»

Un giovane di nobile portamento, che più d’ogni altro richiamava alla mente di Caramon la figura di Sturm, venne avanti. Facendo segno agli altri perché stessero zitti, chiese: «Andate a sud? Non cercherete per caso la favoleggiata ricchezza dei nani di Thorbardin?»

Raistlin si accigliò. «Hai capito, adesso?» ringhiò. Venne scosso da un attacco di tosse che quasi lo soffocò, lasciandolo debole e boccheggiante. Se non fosse stato per Crysania che si affrettò a sorreggerlo, avrebbe potuto cadere.

«Vedo che hai bisogno di riposarti,» rispose Caramon, con voce cupa. «Tutti noi ne abbiamo bisogno. E a meno che non troviamo una qualche scorta armata, non riusciremo mai ad avere una tranquilla notte di sonno. Cosa c’entrano i nani di Thorbardin? Cosa sta succedendo?»

Raistlin fissò il suolo. Il suo volto era nascosto dalle ombre del cappuccio. Infine, sospirando, dichiarò, gelido: «Digli di sì, digli che andiamo a sud. Che attaccheremo i nani.»

Caramon spalancò gli occhi. «Attaccare Thorbardin?»

«Ti spiegherò più tardi,» ringhiò Raistlin con voce sommessa. «Fai come ti ho detto.»

Caramon esitò.

Scrollando le esili spalle, Raistlin ebbe un sorriso sgradevole. «E l’unica strada che ti rimane per tornare a casa, fratello mio! E forse la sola che abbiamo per uscire vivi da qui.»

Caramon si guardò intorno. Gli uomini avevano ripreso a borbottare durante quella breve conversazione. Era ovvio che sospettavano delle loro intenzioni. Rendendosi conto che doveva affrettarsi a prendere una decisione, se non voleva perderli per sempre, e forse perfino affrontare un altro attacco, si girò, cercando di guadagnar tempo per pensarci sopra un po’ di più.

«Andremo a sud,» disse. «È vero. Ma per le nostre ragioni.»

«Cos’è che hai detto su questa ricchezza a Thorbardin?»

«Corre voce che i nani abbiano immagazzinato una grande ricchezza nel regno sotto le montagne,» rispose prontamente l’uomo. Altri intorno a lui annuirono.

«Ricchezze che hanno rubato agli umani,» aggiunse un altro.

«Già. Non soltanto denaro,» gridò un terzo, «ma grano, bestiame e pecore. Mangeranno come re quest’inverno, mentre noi saremo a pancia vuota!»

«Avevamo già parlato altre volte di andare a sud e prendere la nostra parte,» proseguì il giovane,

«ma Piedacciaio diceva che qui le cose andavano anche bene. Ma qualcuno di noi ha avuto dei ripensamenti.»

Caramon rifletté; avrebbe desiderato conoscere un po’ di più la storia. Aveva sentito parlare delle Grandi Guerre della Porta dei Nani, naturalmente. Il suo vecchio amico Flint parlava solo di quello.

Flint era un nano delle colline. Aveva riempito la testa di Caramon di storie sulla crudeltà dei nani delle montagne di Thorbardin, dicendo quasi le stesse cose che avevano detto quegli uomini. Ma, da come l’aveva raccontata Flint, i nani delle montagne avevano rubato tutte quelle ricchezze ai nani delle colline.

Se ciò era vero, allora Caramon poteva ben essere giustificato nel prendere quella decisione.

Naturalmente, avrebbe potuto fare come suo fratello gli ordinava. Ma a Istar qualcosa, dentro a Caramon, si era rotto. Anche se cominciava a pensare di aver giudicato male suo fratello, lo conosceva abbastanza bene per continuare a diffidare di lui. Mai più avrebbe ubbidito ciecamente a Raistlin.

Ma poi sentì gli occhi luccicanti di Raistlin su di lui, e la voce del fratello gli echeggiò nella mente.